Il voto dopo due rinvii
Domenica 7 novembre ballottaggio presidenziale tra l’ex primo ministro Cellou Dalein Diallo e l’oppositore storico Alpha Condé. Al primo turno, il 27 giugno, avevano ottenuto rispettivamente il 44% e il 18% dei suffragi. L’analisi-paese pubblicata su Nigrizia di novembre.

La classe politica guineana è dunque decisa a mantenere in ostaggio il paese? Lo fa da cinquant’anni: prima con Sekou Touré, poi con Lansana Conté, quindi con Dadis Camara. Ora, a quanto sembra, con quelli che dovevano essere i campioni chiamati a realizzare la promessa democratica e condurre la Guinea verso il compimento di un suo destino possibile, infine libero e prospero. A piccoli passi, senza scorciatoie autoritarie, all’insegna di quella bonne gouvernance di cui pure tutti parlano.

Il mesto anniversario del 28 settembre 2009, con l’eccidio dello stadio di Conakry perpetrato dalle forze speciali di Camara, reclama l’onore di quei morti. Ma il loro sacrificio è stato vano, vista la piega che sta prendendo il processo elettorale. Riassumiamo. Il 27 giugno scorso si svolge il primo turno delle elezioni presidenziali. Le autorità della transizione, e in prima persona il generale Sékouba Konaté che le guida, tengono la promessa di riconsegnare il potere ai civili dopo la turpe parentesi di Camara. Nella pletora di partiti e candidati, passano il turno Cellou Dalein Diallo (Unione delle forze democratiche di Guinea, Ufdg) e Alpha Condé (Raggruppamento del popolo di Guinea, Rpg), col 44% e, rispettivamente, il 18% dei voti espressi.

Il ballottaggio, previsto per il 19 settembre, viene rinviato a data da destinarsi, poi fissato al 10 ottobre ed infine al 24. A dare l’annuncio è la presidenza, che molto si è spesa, dentro e fuori la Guinea, per arrivare al più presto a questo secondo turno. La Commissione elettorale nazionale indipendente (Ceni) è contestata da subito, come responsabile di macchinazioni, prima da Sydia Touré, il candidato arrivato terzo, quindi da Condé, che riesce a far condannare per brogli il presidente Ben Sékou Sylla, poi deceduto. Buona ultima, arriva la contestazione di Diallo nei confronti di Louncény Camara, il nuovo presidente eletto nel seno della Commissione, sospettato di essere un uomo di Condé. Louncény dovrebbe comparire in tribunale il 21 ottobre. Il 19, però, eccolo rimpiazzato dal generale maliano Siaka Touamani Sangaré. Contestualmente, scoppiano episodi di violenza tra i militanti avversi, e il ripiegamento sui particolarismi etnici assume profili sempre più radicali. Al punto che il ministro degli esteri francese, Bernars Kouchner, e il presidente dell’organizzazione per la francofonia, Abdou Diouf, suggeriscono lo slittamento del secondo turno al 31 ottobre. Il 22, Sangaré pospone il secondo turno a tempo indeterminato.

Deriva etnica
Che ci fosse un orientamento etnico in questo che, rammentiamolo, è il primo voto libero in cinquanta anni di indipendenza guineana, si sapeva. Uno studio dell’Università di Conakry lo documenta fin da maggio. C’era dunque tutto il tempo per stabilire intese tra i candidati, se non altro per disinnescare la bomba identitaria. Niente. Sicché, hanno potuto trovare spazio idee del tipo: “Non si può governare contro i peul” e, ancor più apertamente: “I peul sono la prima etnia del paese e non hanno mai governato: ora tocca a loro”.

La deriva elettoralistica è lo stadio supremo della politica politicante, il suo mortificante trionfo. Provate a parlare con un tassista a Conakry, con un maestro elementare di Boké, con un doganiere di Kissidougou. Andate all’ospedale di Labé, fermatevi a un guado nel Fouta o a un mercato di bestiame fulbé. Insomma chiedete a qualcuno se sa dirvi qualcosa del programma politico di Cellou Diallo. Chiedetegli perché Cellou Diallo vuole il potere: per farci cosa? Andate a Faranah o a Kankan o in uno sperduto villaggio malinké della Mafou. Chiedete la stessa cosa per Alpha Condé. Chiedete quali di questi due uomini che si disputano la poltrona presidenziale li ha convinti per le cose che si propongono di fare e, nell’impossibilità di fare tutto, per le priorità che intendono responsabilmente affrontare. Chiedete se hanno visto un confronto dei due candidati alla televisione, se ne hanno letto sulla stampa, sentito alla radio o dai racconti di amici e parenti.

Rimarrete delusi: i due campioni della democrazia guineana non si parlano e soprattutto non parlano di politica. Eppure, sia il fulbé Diallo che il malinké Condé sono ottime persone, hanno un profilo che potrebbe essere quello giusto. Giovane, moderno, tecnocratico l’uno; anziano, saggio, perseguitato politico e militante dei diritti umani l’altro. E allora? Dobbiamo proprio rassegnarci all’idea che i mandingo non sanno più riconoscere i principi della mansaya, la loro propria, gloriosa tradizione politica, tradendo così lo spirito dell’antico Manden di Sundjata? Oppure dobbiamo credere che forse è proprio vero quel che mi disse un vecchio karamoko di Koundara, che i “guineani quando si fanno una ragione, non vogliono più sentire ragioni”? E in definitiva, dobbiamo proprio credere alla favola che Diallo e Condé assecondano, e cioè che tra peul e mandingo ci può essere solo l’apocalisse della turuban kélé, la guerra di sterminio, l’annientamento finale?

L’Europa dia un segnale
La Guinea, intanto, sprofonda. L’isolamento internazionale, sempre marcato, è ai massimi storici. I rubinetti finanziari quasi del tutto a secco. Un paese “benedetto da Dio”, come dicono i saheliani assetati, perché ha l’acqua e la buona terra dove cresce tutto, e le mandrie, e le foreste, non riesce neppure a sfamare i suoi figli. Col 70% della popolazione analfabeta, lo stato spende solo il 2% del suo bilancio per la scuola. Le risorse minerarie sono ingenti: bauxite di cui è secondo produttore mondiale, ma anche ferro, pietre e metalli preziosi. Eppure, non c’è un indicatore macroeconomico che possa confortare. In uno dei paesi più poveri d’Africa, gravato da un debito estero superiore al prodotto interno lordo, l’economia è bloccata da decenni, l’inflazione veleggia a oltre il 30%, la corruzione è proverbiale. Scuole, ospedali, strade: miraggi, ormai. Conakry cade a pezzi sotto i colpi dell’incuria, della sporcizia, del malaffare. Solo la rocciosa dignità guineana riesce a dissimulare la disperata situazione dei villaggi.

Come se non bastasse, la deriva elettoralistica della Guinea ha effetti pesanti su tutta l’area. È qui infatti, nelle vaste distese sahelo-sudanesi, nell’alto e medio bacino del fiume Niger, che si mescolano i mandingo e i peul sino a formare, dopo secoli di convivenza complessa, aperta a soluzioni locali consensuali e non soltanto conflittuali, un solo ed unico mondo. Nel quale il tratto culturale non è fulbé o diula, bensì la convivenza delle culture che si interpenetrano e si alimentano mutuamente.

Ora, è proprio questo antistorico riposizionamento degli antagonismi etnici, questa incongrua spaccatura clanica che può rivelasi contagiosa. Perciò è guardata con una certa apprensione da paesi confinanti come il Senegal, il Mali e la Guinea Bissau, di là dalle preferenze personali che possono manifestare i poteri in carica a Dakar, a Bamako, a Bissau. Del resto, la Guinea di Conté, immobile su ogni fronte delle riforme economiche, politiche, civili, è stata negli anni passati la piattaforma politicamente stabile di una geografia in ebollizione: dalla Guinea Bissau alla Sierra Leone e alla Liberia. In questi paesi il processo di normalizzazione è in corso, ma dovunque esso appare fragile. Un nonnulla può incepparlo. Un’esplosione della Guinea, o anche una lenta implosione, rischiano di rimettere in moto gli avvitamenti istituzionali e le spirali di violenza tenute a bada, per il momento, ma per niente cancellate in questi piccoli ma turbolenti paesi. E tanto più dense di conseguenze saranno le scosse o gli stalli guineani, quanto più essi avverranno nel segno uno scontro etnico.

Che dire poi della partita elettorale che si giocherà tra poche settimane in Costa d’Avorio? Come si può pensare che un’esplosione della polveriera guineana possa lasciare intatta la terra eburnea, senza mettere in discussione il lungo, laboriosissimo processo di ricomposizione politico-sociale di cui le prossime elezioni presidenziali dovrebbero essere il coronamento?
Tanto più stupisce come in queste condizioni la comunità internazionale si mostri tiepida, se non proprio indifferente. Certo, è la “solita” Guinea, come mi dice un diplomatico, intendendo con ciò che si troverà una qualche “solita” soluzione. Un altro decennio di “congelamento” per questo “impossibile” paese? Non si può escludere. Ma qui è in gioco non solo la Guinea, bensì la stabilità di un intero quadrante geopolitico, con effetti-domino di portata imprevedibile in tutta l’Africa occidentale. Basti pensare, per rendersene conto, alla Nigeria, anch’essa avviata su un percorso elettorale difficilissimo, a cui certo non gioverebbe avere incendi alle porte.

Due sembrano essere oggi le urgenze. Intanto, una qualche attenzione della collettività internazionale, un gesto dell’Europa, una dichiarazione amichevole ma ferma di qualche organismo onusiano o panafricano, che ricordi alle forze in campo che la Guinea ha pur sempre delle responsabilità nel concerto degli stati sovrani. Ma soprattutto, ecco la seconda urgenza, un atto di umiltà della classe politica, un segno di orgoglio vero nei confronti della storia e del destino di un grande paese. Un atto d’amore, perché no, per le genti di Guinea, per il loro popolo. Facciano una palabre Ceillou e Alpha, un pubblico incontro magari nello stadio di Conakry per onorare le vittime della violenza politica. Sanciscano un patto di mutuo riconoscimento, di vicendevole rispetto. Il primo, semplice, ma indispensabile passo per arrivare al più presto ad elezioni definitive e, soprattutto, per legittimarne a priori i risultati, quali che siano, e offrire reciprocamente l’aiuto di cui chiunque vinca ha bisogno per costruire la Guinea di domani.

 



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