Una nazione alla deriva
Una grande fragilità economica, sociale e istituzionale. E un’instabilità politica strutturale: 32 colpi di stato in due secoli. Fattori che hanno moltiplicato la forza distruttiva del sisma del 12 gennaio.

Per molti aspetti Haiti è un pezzo d’Africa nel mare dei Caraibi. Non solo per la popolazione a maggioranza creola, discendente dagli schiavi che i francesi avevano portato dalla costa occidentale dell’Africa verso l’isola di Hispaniola, per lavorare nelle piantagioni agricole della loro colonia più ricca.

 

Haiti è il paese più povero dell’emisfero occidentale, con 1.300 dollari di reddito pro capite secondo i dati del Cia Factbook riferiti al 2008. Gli indici di sviluppo sono più simili a quelli di molti paesi africani che a quelli della regione caraibica: Haiti ha lo stesso indice di sviluppo umano del Sudan (0,532) e la stessa percentuale di popolazione che vive con meno di un dollaro al giorno del Senegal (54%); ad Haiti, l’indice di mortalità infantile (74 bambini ogni 1000 nati vivi) è il triplo di quello dell’America latina e dei Caraibi (22 bambini ogni 1000 nati vivi); la speranza di vita alla nascita (53 anni) è pari a quella di molti paesi africani colpiti dall’aids.

 

Il confronto con la Repubblica Dominicana, una nazione distinta e indipendente situata sulla stessa isola di Hispaniola, è molto significativo: paesi che si confrontano con le stesse condizioni geografiche ed ambientali dovrebbero avere livelli di sviluppo comparabili. Haiti e la Repubblica Dominicana, invece, sembra stiano su due pianeti diversi.

 

Haiti paga il pegno di un sanguinoso e brutale colonialismo francese, che ha sfruttato la parte meno fertile, e quindi più avanzata da un punto di vista agricolo, impiantandovi colture estensive basate sullo schiavismo. Secondo il geografo economico Jareed Diamond, lo sfruttamento dei terreni, il commercio di legname, l’alta densità abitativa hanno spogliato in breve tempo la parte haitiana dell’isola di Hispaniola di molte risorse naturali, lasciandola più secca e sfruttata della parte dominicana dell’isola, che nel tempo ha registrato risultati più solidi in termini di sviluppo.

 

Ai fattori geografici, si sono aggiunti quelli politici. Haiti è stato il primo paese dei Caraibi a diventare indipendente (dalla Francia) nel 1804 e la prima repubblica governata da un nero (lo schiavo liberato Toussaint Louverture). Questi primati positivi non hanno purtroppo portato fortuna al paese. Al di là dell’eredità in termini di violenze derivante dal regime di schiavismo francese, Haiti ha conosciuto grande instabilità. Negli anni successivi all’indipendenza si sono succeduti 32 colpi di stato. Tra il 1888 e il 1915, nessun governo è riuscito a restare in carica per i sette anni del proprio mandato. Haiti è stata poi occupata dagli Stati Uniti, molto interessati alla posizione geostrategica del paese, tra il 1915 e il 1934.

 

I governi che sono seguiti all’occupazione americana non hanno portato risultati migliori: dopo la brutale tirannia di François Duvalier (“Papa Doc”) e di suo figlio, Jean-Claude Duvalier (“Baby Doc”), durata 29 anni e conclusasi nel 1986, la presidenza di Jean-Bertrand Aristide, eletto nel 1990, non ha portato la sospirata stabilità. Insediatosi nel 1990, l’ex prete delle bidonville, fu rovesciato nel 1991. L’intervento americano sotto la presidenza Clinton nel 1994 riportò al potere Aristide, riconfermato poi nelle elezioni del 2000. Il secondo mandato di Aristide però è stato caratterizzato da un’atmosfera di corruzione, irregolarità ed elezioni che in breve tempo lo hanno delegittimato agli occhi dei suoi sostenitori interni ed internazionali (in primis gli Usa).

 

Nel 2004 una sanguinosa rivolta, a cui si accompagna l’intervento americano, ne decreta la fine. Dal 2006 il paese è formalmente governato da René Preval, ex-alleato di Aristide. Mentre di fatto, dal 2004, il paese è amministrato dalla comunità internazionale attraverso le agenzie degli aiuti (si stima che ci siano 10mila organizzazioni presenti nel paese) e la missione di pace delle Nazioni Unite.

 

È in questa situazione di profondo sottosviluppo economico e grande fragilità delle istituzioni che si è abbattuto il terremoto del 12 gennaio. Il sisma di per sé non è stato tra i più violenti: con una magnitudo di 7.0 non è tra i dieci terremoti più forti degli ultimi cent’anni. La macabra contabilità delle vittime, che fanno del terremoto di Haiti una delle maggiori catastrofi naturali degli ultimi cento anni, testimonia della fragilità estrema dei paesi sottosviluppati di fronte alle catastrofi. Il terremoto tra gli ultimi è la fine del mondo.