Da Nigrizia di giugno 2008: Molti primati…
Manifestanti bloccano le strade con barricate, protestando contro il rialzo dei prezzi e urlando il malcontento per le troppe promesse non mantenute dal governo. Dopo la sostituzione del primo ministro, si torna a promettere “misure urgenti”. Per quanto ancora il popolo dovrà aver pazienza? Le responsabilità degli Usa e l’indifferenza dell’opinione pubblica internazionale.

Lo scorso aprile, con un dottore, un dentista, alcune infermiere e un gruppetto di interpreti, tutti provenienti dalla parrocchia cattolica di San Patrizio, Jersey City (New Jersey, Usa), ho trascorso una decina di giorni in Haiti. Abbiamo aperto cliniche mediche in tre diverse località nei pressi di Jacmel, una città sulla costa meridionale dell’isola, nota per il suo carnevale. Abbiamo curato centinaia di malati che, o perché poveri o perché lontani da strutture mediche, si vedono regolarmente negati il diritto alla salute. La nostra squadra ha lavorato senza interruzione, facendo esami, fasciando ferite, curando denti e distribuendo medicine.
La nostra “missione” in Haiti è coincisa con lo scoppio delle manifestazioni popolari di protesta contro il carovita (i prezzi dei generi di prima necessità erano saliti alle stelle). Anche in Jacmel la gente è scesa per le strade, ma si è mantenuta pacifica. In altre parti dell’isola, invece, in particolare nella capitale, Port-au-Prince, le dimostrazioni sono degenerate in violenze: sono state uccise alcune persone (tra cui un membro delle forze di pace dell’Onu), altre ferite. Pochi giorni dopo le “rivolte del pane” in Haiti, simili proteste si sono avute anche in altre nazioni povere del mondo.

Di solito ci si riferisce ad Haiti come alla più povera nazione dell’emisfero occidentale. I dati confermano questa qualifica: un indice di sviluppo umano (0,529) che la piazza al 146° posto su 177 nazioni; 78% dei 9,3 milioni di abitanti con meno di 2 dollari e 53,9% con meno di 1 dollaro al giorno; il 10% più ricco della popolazione con un reddito 72 volte superiore a quello del 10% più povero. Nessuna meraviglia, quindi, che la crescita vertiginosa dei prezzi abbia creato una situazione intollerabile per la stragrande maggioranza degli haitiani. Molti non possono più permettersi neppure la magra quantità di cibo cui erano abituati e rischiano di morire di fame. La gente ha preso a usare espressioni come “klorox” e “asid batri” per descrivere la bruciante sensazione che avverte nelle pance vuote, quasi avesse ingerito candeggina o acido per batterie.

Non tutti coloro che sanno della povertà di Haiti, tuttavia, sono consapevoli delle forze esterne che hanno fortemente contribuito all’impoverimento dell’isola. In un articolo pubblicato il 21 aprile scorso in CounterPunch, una newsletter distribuita negli Stati Uniti, intitolato “Il ruolo degli Usa nella crisi alimentare di Haiti”, Bill Queigley, avvocato e attivista dei diritti umani, ricorda che, 30 anni fa, Haiti produceva tutto il riso di cui aveva bisogno. Alla fine degli anni ’80, il Fondo monetario internazionale (Fmi) e la Banca mondiale (Bm) costrinsero il governo di Port-au-Prince a eliminare le tariffe doganali sui prodotti agro-alimentari stranieri. Nello stesso tempo, gli Usa cominciarono a inondare il mercato haitiano di riso a basso prezzo (grazie ai sussidi) e altri aiuti alimentari. Risultato: il mercato locale di riso collassò e molti contadini smisero di coltivare la terra per riversarsi nelle città. Oggi Haiti è il terzo maggiore importatore di riso americano. Grazie alle stesse politiche, il paese è passato dall’essere il primo esportatore mondiale di zucchero a doverne importare.

Il presidente, René Préval, ha addebitato l’impennata dei prezzi e la conseguente crisi alimentare alla cronica dipendenza della nazione dai prodotti importati. «Soltanto una riattivazione della produzione locale potrà, a lungo termine, proteggere gli haitiani contro la volatilità del mercato mondiale», ha detto. Il 12 aprile, il parlamento ha destituito il primo ministro, Jacques-Édouard Alexis, in carica dal febbraio 2006, subito dopo l’elezione di Préval. Il presidente ha designato l’agronomo Éric Pierre come successore di Alexis, ma, il 12 maggio, dopo il via libera del Senato, la Camera dei deputati ha respinto la nomina, bloccando così la formazione del nuovo governo e rischiando una paralisi istituzionale.

Nazione impoverita
Considero significativo il fatto che Haiti sia stata tra le prime nazioni a inscenare dimostrazioni di protesta contro gli insopportabili prezzi del cibo. Da sempre il paese ha ricoperto, agli occhi della diaspora africana, un ruolo di primato nell’alzare la voce su questioni concernenti la povertà e l’oppressione. Fu in Haiti che si registrò la prima rivolta degli schiavi coronata da successo. Haiti fu la prima nazione a mettere fuori legge la schiavitù. Nel 1804 divenne la prima repubblica nera al mondo (gli Stati Uniti la riconobbero solo nel 1862). Al momento dell’indipendenza, Haiti era il più ricco possedimento coloniale francese. Nel 1825, Parigi pretese dal governo di Port-au-Prince un risarcimento di 150 milioni di franchi (pari a 21 miliardi di dollari di oggi). Ci vollero oltre 100 anni all’ex colonia per pagare quel “debito dell’indipendenza”, estinto solo nel 1948.

Oggi Haiti è indebitata con Fmi, Bm e Banca interamericana di sviluppo. Metà del debito (di circa 1,4 miliardi di dollari) si è accumulata negli anni delle dittature dei Duvalier (Papa Doc, 1957-1971, e Baby Doc, 1971-1986). Quasi tutti i prestiti concessi al paese sono andati ad arricchire i potenti di turno, riservando le briciole alla gestione della cosa pubblica. Oggi gli haitiani devono sborsare ogni anno oltre 48 milioni di dollari solo per pagare gli interessi. Negli Usa gruppi di pressione, raggruppati nella Rete “Giubileo Usa” (www.jubileeusa.org), spingono perché il debito haitiano sia cancellato e i ratei dovuti siano impiegati per finanziare programmi sociali (sicurezza alimentare, sanità ed educazione). Subito dopo i disordini scoppiati sull’isola, la Camera dei rappresentanti Usa ha approvato un disegno di legge che prevede la cancellazione del debito che Haiti e altre nazioni povere hanno con le istituzioni finanziarie internazionali. Si attende il voto del Senato.

Eppur si muove
Nonostante la situazione di estrema povertà, scorgo in Haiti chiari segni di un futuro migliore per tutti. Partner in Health (Pih, “zammi lasante” in creolo), un’associazione no-profit americana creata dal dottor Paul Farmer nel 1987 con una precisa “opzione preferenziale per i poveri” a livello di cure sanitarie, ha sviluppato sull’altopiano centrale di Haiti un sistema di servizi medici per contrastare gli effetti di malattie infettive (come Tbc e aids) e una serie di progetti per combattere povertà e disperazione. Il modello elaborato da Farmer si affida al lavoro di migliaia di operatori di comunità, che offrono educazione sanitaria, riferiscono i malati alle vicine cliniche e provvedono medicine e supporto ai malati nelle loro case. Con il sostegno del governo e di donatori internazionali, il sistema Pih (www.pih.org) potrebbe venire esteso all’intero paese, dando così lavoro a migliaia di persone e trasformando in realtà il tanto agognato diritto alla salute per tutti.

Nel 1994, mentre Haiti stava riavendosi dalle conseguenze di un brutale colpo di stato militare (nel 1991 il generale Raoul Cédras aveva defenestrato il presidente Jean-Bertrand Aristide, incorrendo in sanzioni decretate dagli Usa e dall’Organizzazione degli stati americani) e si accingeva a riaccogliere Aristide, il vescovo di Jérémy, mons. Willy Romélus, fondò la Scuola cattolica superiore di diritto di Jérémy (Escdroj). Il prelato avvertì il bisogno di avere un paese governato dalla legge, e pensò bene che educare avvocati alle loro responsabilità sociali fosse un passo necessario per raggiungere tale fine. Sotto la direzione di padre Jomanas Eustache, l’Escdoj cerca d’inculcare in giovani avvocati una vera e propria passione per la giustizia. La scuola ha già sfornato 10 classi di laureati. Come parte integrante della loro formazione, agli studenti è chiesto di rappresentare in corte persone arrestate e sbattute in prigione, ma senza i mezzi per pagarsi un avvocato. Questa schiera di questi “avvocati dei poveri” sta facendo la differenza nella regione di Jérémy.

Un’interessante iniziativa sociale è quella iniziata dai Petit Fre Inkarnasyon (“Piccoli fratelli dell’Incarnazione”) e dalle Petit Se Inkarnasyon (“Piccole sorelle”) in Pandiassou. Questi religiosi, tutti di origine haitiana, lavorano al fianco dei contadini, incoraggiandoli a sviluppare nuove tecniche per l’allevamento del pesce, irrigazione dei campi e gestione delle acque. Offrono anche corsi di formazione ai giovani, avviandoli al lavoro. Oggi i Petit Fre e le Petit Se sono presenti in 16 diverse zone dell’isola, ma si spera che il loro impegno sia replicato da altri nel resto del paese.

Tutt’oggi molti haitiani ritengono che Jean-Bertrand Aristide sia stato praticamente “sequestrato” dagli Stati Uniti nel febbraio 2004 e “deportato” nella Repubblica Centrafricana. Per ordine della comunità internazionale, “Titid” (così era chiamato Aristide) fu rimpiazzato da un governo ad interim incostituzionale, capeggiato da Gérard Latortue, un signore che aveva trascorso molti anni negli Stati Uniti. Mentre Aristide era presidente, Washington aveva capeggiato un embargo internazionale “punitivo” nei confronti di Haiti, impedendo anche l’arrivo degli aiuti già promessi per programmi di sanità pubblica. Dopo l’installazione di Latortue, il flusso degli aiuti riprese e continuò, nonostante gli abusi attribuiti alla nuova amministrazione. Amnesty International, descrivendo lo stato di servizio di Latortue in materia di diritti umani, usò l’aggettivo «spaventoso». E Robert White, ex diplomatico statunitense, ha descritto il trattamento riservato dal suo paese ad Haiti come «uno dei tanti esempi della politica che l’America riserva ai vicini “cattivi”».

Oggi Haiti è una nazione in cui la maggioranza della popolazione vive nella miseria più nera. Eppure, ci sono non pochi progetti incoraggianti, tutti su piccola scala, a livello di comunità locali. Perché questi progetti si moltiplichino, innescando uno sviluppo sostenibile, è necessaria la stabilità politica. Ma perché ci sia stabilità politica, Haiti e il suo popolo hanno bisogno di avere il rispetto della comunità internazionale. Un rispetto che consenta ad Haiti di essere Haiti e di scegliersi i propri leader.