Tatalita – Settembre 2016
Elianna Baldi

Il primo insegnante/falegname. Il secondo universitario “filosofo”. Due giovani diventati importanti per la comunità di fede di Bangui.  Tra fine luglio e i primi di agosto, nel giro di una settimana, sono morti entrambi. Senza una ragione apparente e lasciando attoniti amici e fedeli.

Perché? In questi giorni la domanda risuona e rimbalza soffocata e bagnata di lacrime da una parte all’altra di Bangui.

Per tre anni abbiamo attraversato la città sotto la minaccia del crepitio di armi lontane o vicine; per tre anni lo zaino era pronto per una fuga improvvisa. Per tre anni abbiamo ringraziato il Signore per la vita conservata giorno dopo giorno.

Mentre tanti giovani vendevano la loro giovinezza alle armi per false promesse di denaro, di potere, di un futuro diverso, partecipando alla distruzione della nazione, altri scoprivano il loro amore per il paese, la loro responsabilità nella costruzione di un domani diverso, la loro vocazione a donarsi a fondo per questo.

Hector ha iniziato e terminato i suoi studi per diventare maestro durante la crisi. Con dignità e spirito di sacrificio ha lavorato duro per pagare la formazione, senza cercare scorciatoie, senza mendicare aiuto. In tutti i miei anni di lavoro, è l’unico studente venuto a reclamare una media calcolata erroneamente in eccesso nella sua “pagella”, dono immeritato. Oltre che insegnante, è piccolo falegname e ha fabbricato il suo abaco scientifico, con cui ha presentato, con ottimi risultati, la tesi finale. Durante la crisi, lavorando con i bambini dei siti, ha sentito profondamente l’importanza di seminare nel cuore di questi piccoli i valori di pace e cittadinanza, componendo poemi da insegnare ai suoi allievi. Puntuale, onesto, vero educatore, la scuola in cui ha trovato da subito lavoro aveva tanti progetti su di lui.

Sylvain l’ho conosciuto nel pieno della crisi, quando accompagnavo da vicino un gruppetto di giovani di una parrocchia assediata. Quasi tutti sfollati, si rifiutavano di assistere passivi alla totale distruzione delle loro case, dei loro quartieri, dei loro sogni. S’incontravano regolarmente per condividere, riflettere, scrivere lettere di denuncia, e cercare iniziative per far tornare la pace e la vita laddove le tenebre avanzavano irriducibilmente. Sylvain, 2° anno di diritto all’Università, era sempre il primo ad arrivare e l’ultimo a partire. Ascoltava prima i più anziani, ma sempre interveniva con le sue appassionate invettive o proposte. Lettore in parrocchia, amante della Parola di Dio, soprannominato “filosofo” per le sue riflessioni sulla fede, la vita, la giustizia. In parrocchia si pensava a lui come futuro responsabile, a cui affidare tanti progetti.

Hector, Sylvain, due mattoni solidi, ben custoditi, per costruire l’edificio di un Centrafrica nuovo.

Un lunedì di fine luglio, dopo aver improvvisamente vomitato del sangue, Hector ci ha lasciati, nonostante l’immediata corsa all’ospedale.

La domenica successiva Sylvain non si è più svegliato, volandosene via durante la pace del sonno, senza nemmeno dire addio al fratello con cui condivideva il letto. Due celebrazioni strazianti, senza poter arrestare le lacrime del dolore provocato da una ferita troppo inaspettata, troppo profonda, troppo ingiusta. Perché tanto lottare, credere, sognare, progettare, e poi… Perché Dio, il Misericordioso, perché? Il sorriso, i sogni, le lotte di tanti giovani ci aspettano e non ci lasciano il tempo di restare a piangere la rabbia dell’assenza di una risposta.

L’ultima riflessione appassionata di Sylvain, il sabato prima di partire, è stata sul Qoelet: «Vanità di vanità, tutto è vanità. Solo l’Amore resta per sempre». L’Amore di Sylvain e Hector resterà per sempre nella breccia della ferita che la loro partenza ha scavato nel nostro cuore, segni di speranza per questo paese e per il mondo.