Nigeria / Il sequestro e l'oblio
Nel 2014 più di 300 bambini sono stati rapiti da jihadisti Boko Haram a Damasak in Nigeria. Un evento che ricorda quello delle 276 giovani ragazze di Chibok, 82 delle quali liberate la scorsa settimana. Tuttavia, la loro sorte non ha provocato la stessa indignazione internazionale né la mobilitazione dei social network. Un’altra delle numerose tragedie soffocate dal conflitto e non considerate dai media.

“Bentornate ragazze. Bentornate sorelle. Siamo felici di riavervi a casa”. Abba Kyari, capo di gabinetto del presidente nigeriano Muhammadu Buhari, ha accolto così le 82 studentesse di Chibok rilasciate sabato scorso dal gruppo salafita nigeriano Boko Haram a seguito di una lunga trattativa con ufficiali del governo di Abuja che si è conclusa in uno scambio di prigionieri e la scarcerazione di alcuni militanti.
Per tre anni il rapimento del 15 aprile 2014 delle 276 studentesse di età compresa fra i 16 e i 18 anni dal dormitorio femminile di una scuola di Chibok nello Stato nord-orientale di Borno, ha ispirato indignazione a livello globale. L’hashtag #BringBackOurGirls, per il quale si è mossa anche l’ex-first lady statunitense Michelle Obama, è divenuto una campagna internazionale per salvarle che ha esercitato un enorme pressione sulle autorità nigeriane. Dopo una serie di trattative, fughe e rilasci cominciati nel maggio del 2016, ancora 113 ragazze restano in mano al gruppo terroristico.
Anche se esistono forti perplessità attorno alle modalità di liberazione delle studentesse, si tratta in ogni caso di una buona notizia per le giovani che ora dovranno affrontare la difficile sfida della reintegrazione sociale. Ma al di là dei numerosi messaggi e articoli di congratulazioni rimbalzati su tutti i media, un dato di fatto rimane: nonostante i successi militari e le molteplici liberazioni, ci sono ancora centinaia di persone rapite da Boko Haram (per lo più minorenni) che mancano all’appello.

Il rapimento di Damasak

Circa 200 miglia a nord di Chibok, vicino al confine con il Niger, si trova la città di Damasak. Una località piena di rovine e di abitazioni crivellate dai colpi dei proiettili, dove abitano i familiari di più di 300 minori rapiti dai combattenti islamisti qualche mese dopo i fatti di Chibok e mai più tornati. Il miliziani occuparono la scuola primaria Zanna Mobarti con i bambini all’interno, trasformandola in una base militare, poi oltrepassarono il confine portandosi dietro i giovanissimi prigionieri.
Ad oggi le autorità nigeriane sul posto hanno confessato all’agenzia Afp di non aver alcuna informazione utile al loro ritrovamento. Si tratta del più grande sequestro compiuto da Boko Haram durante il conflitto come confermato anche da Human Right Watch, ma per questi bambini è stato lanciato un hashtag, #BringBackOurBoys, che ha smesso di essere usato pochi mesi dopo. Non c’è stata nessuna campagna mediatica per la loro liberazione e nessun politico si è mosso. In questi luoghi, anche se è tornata la calma dopo anni di devastazione, la gente si sente trascurata e dimenticata. Questi ragazzini sono scomparsi nella giungla dove sono stati portati a forza, alla stessa velocità alla quale sono spariti dai pensieri dell’opinione pubblica.  

Vittime di una folle strategia

Un’idea su quello che accade a chi viene rapito ce la fornisce un rapporto pubblicato dall’Unicef lo scorso aprile, secondo cui Boko Haram utilizza sempre più giovani minorenni come attentatori suicidi nei paesi del bacino del Lago Ciad. Dal 2014 gli jihadisti si sono serviti di 117 minori, di cui l’80% erano ragazze. Nel primo trimestre del 2017 la cifra è triplicata rispetto allo stesso periodo del 2016, raggiungendo i 27 kamikaze. Lo studio documenta casi di bambini cresciuti in cattività che, aggiunti alle testimonianze delle superstiti di Chibok, aiutano a capire: le ragazze diventano “spose” dei salafiti, i ragazzi sono addestrati come combattenti o spie. Facendo leva sulle loro menti deboli, i terroristi li trasformano in attentatori suicidi pronti a colpire in affollati mercati o moschee, dopo averli drogati e aver praticato loro un accurato lavaggio del cervello.

Una strategia usata abitualmente da Boko Haram, la cui ribellione, scoppiata nel 2009, ha provocato circa 20 mila vittime, 2,7 milioni di sfollati nella regione, oltre ad una terribile crisi alimentare.
Una potenziale soluzione a questa piaga disumana potrebbe venire dal delinearsi di una nuova situazione: indebolito da due anni di offensive militari, ma non ancora sconfitto, nell’ultimo periodo il gruppo estremista è meno attivo e dallo scorso agosto si sta trasformando a causa delle lotte interne che hanno provocato una scissione tra i fedeli al vecchio leader Abubakar Shekau (tornato a farsi sentire di recente in un video smentendo per l’ennesima volta di esser stato ferito da un bombardamento e insultando il presidente nigeriano Buhari) e la fazione di Abu Musab al-Barnawi appoggiata dall’Isis. Quest’ultima vorrebbe porre fine agli attacchi suicidi nei luoghi pubblici, perpetrati per ordine di Shekau e diventati un marchio della jihad nigeriana.

Foto: un muro dipinto da Boko Haram a Damasak (Reuters, 2005)