Editoriale aprile 2015

Il papa ne prova un disgusto supremo. Quella putrefazione della corruzione emana un olezzo alle sue narici insopportabile. «Un cristiano che fa entrare dentro di sé la corruzione, spuzza», ha dichiarato Francesco a Napoli. Molte chiese, così, rischiano di essere impregnate di quell’odore acre e insopportabile.

Non perché i fedeli abbiano una particolare propensione allo zigzagare etico. Ma perché è un’incrostata abitudine. È il tratto dell’oggi l’essere refrattari alle regole e propensi alle scorciatoie. Viviamo in uno straordinario clima di deregulation morale che centuplica i disinvolti. Quando si tratta di denaro o di favori siamo colti da un incoercibile impulso predatorio. Da un comportamento rapace e utilitaristico. Neppure ci preoccupiamo di crearci degli anticorpi. Ne approfittiamo e basta.

Ed è difficile tirare una linea netta: da una parte i buoni, dall’altra i cattivi. I confini morali essiccati attraversano ciascuno di noi. La cronaca ci racconta, ad esempio, che anche le organizzazioni sociali che si occupano degli “ultimi” hanno inoculato il virus. L’inchiesta romana denominata “Mafia Capitale”, con la rete di cooperative sociali che hanno trasformato la gestione dei migranti e rifugiati («i sudditi della crudeltà del nostro tempo») in un business più redditizio della droga, grazie a mazzette e corruzione, ci svela la profondità del fenomeno e un terreno morale assolutamente cedevole e fertile per il malaffare.

E anche i racconti che ci arrivano dal sud del mondo, dall’Africa in particolare, dove alcune organizzazioni (governative e non, ecclesiali e non) hanno trasformato la lotta alla fame in una corsa alla propria pinguedine, ci rendono cauti nello stilare classifiche morali.

Non siamo, infatti, neppure così ingenui per immaginare una società di soli buoni e giusti, impermeabili a ogni corruzione. Ma l’evitare il perbenismo retorico, consapevoli di vivere in società (del primo, secondo, terzo, quarto…mondo) inquinate dal malaffare generalizzato, non deve alimentare l’anestesia morale. Non deve diventare un alibi per consolarci e per autoassolverci.

La toponomastica della corruzione ci rivela che la piaga della scorciatoia è ovunque. Anche se il continente africano resta l’area geografica dove il fenomeno appare maggiormente esteso. Con conseguenze drammatiche sullo sviluppo di quei paesi. La classifica di Transparency International – un indice che non misura la corruzione “oggettiva”, bensì la percezione che si ha del fenomeno – vede negli ultimi 15 posti, quelli dove il livello di percezione è il più elevato, 7 paesi africani. Con la Somalia ultima in compagnia della Corea del Nord. Il continente perde ogni anno 50 miliardi di dollari a causa dell’economia illecita. Una sottrazione che impedisce od ostacola l’accesso della popolazione ai servizi di base,  prosciugando importanti risorse per lo sviluppo sociale. «La corruzione è un furto contro i poveri», avevano dichiarato in uno storico documento i vescovi di Sudafrica, Swaziland e Botswana, nel 2013. E a gennaio 2015, un documento della Conferenza episcopale del Ghana bollava come «mali gemelli» quelli delle tangenti e della corruzione che «continuano a devastare ogni nucleo della società ghaneana».

Tuttavia, non è neppure vero che qualcosa non si muova nel continente. Il 6 marzo scorso i deputati del Consiglio di transizione del Burkina Faso (“la terra degli uomini integri”) hanno approvato un’importante legge anticorruzione. Le persone giudicate colpevoli potranno scontare fino a 20 anni di carcere. La nuova legge sanziona anche i falsi controlli, metodo ampiamente usato in Africa da parte delle forze dell’ordine e dai militari, per ottenere, dai cittadini fermati, del denaro in cambio del silenzio sul reato commesso.

È un segnale. Isolato? Forse no. Ma le stesse istituzioni italiane arrancano su questo tema, nonostante la corruzione rappresenti «la più grave minaccia per la democrazia», come ha gridato don Ciotti dal palco di Bologna, il 21 marzo in occasione della Festa della Memoria e per i 20 anni di Libera. Eppure a guardare quella città colorata di speranza e assetata di giustizia, con migliaia di giovani (in 200mila hanno sfilato per le vie del centro) a intasare piazza 8 agosto, si comprende che non siamo immersi solo nel deserto dell’indifferenza, arroccati a custodia dei nostri interessi. C’è voglia di cambiamento, anche nell’asfittica società italiana, che non poggia su uno spillo.