PAROLE DEL SUD – luglio-agosto 2011
Giampietro Baresi

Se arrivi in una qualsiasi località del Brasile e chiedi: «Dov’è la chiesa?», ti sentirai rispondere: «Quale chiesa? ». Perché di chiese, nel senso di comunità riunite nel nome di Gesù Cristo, ce ne sono decine, centinaia, forse più di mille, tra grandi, medie e piccole. Nel 1940, il 90% dei brasiliani si dichiarava cattolico. Oggi solo il 63%. La maggior parte dei cristiani non cattolici (circa 50 milioni) sono membri di chiese e di movimenti religiosi “evangelici”, popolarmente chiamati crentes (“credenti”). Si tratta di una presenza che è in continua crescita e si sta sempre più organizzando. Dal punto di vista politico, rappresentano un blocco conservatore con grandi poteri, capace di condizionare le decisioni a tutti i livelli, parlamento compreso.

Una prima conclusione è che siamo davanti a una sonora sconfitta di quell’esercito di missionari (preti diocesani e membri di congregazioni religiose) convocati da Papa Pio XII a metà del 1900, per assegnare loro, tra le altre cose, anche la missione di salvare il cattolicissimo Brasile dall’invasione delle chiese protestanti, provenienti soprattutto dagli Stati Uniti e legate al movimento pentecostale.

Analisi più serene e approfondite suggeriscono conclusioni meno negative. La ventata di rinnovamento nata dal Concilio Vaticano II (1962-65) ebbe il merito di dissipare dal cielo della chiesa pesanti nubi che impedivano di vedere con chiarezza il vero senso della sua missione evangelizzatrice nel mondo (e, quindi, anche in Brasile). Al centro del messaggio missionario del Concilio, magistralmente espresso nel Decreto sull’attività missionaria della chiesa – Ad gentes, furono poste l’edificazione e l’espansione del Regno di Dio, «Regno che va annunciato e stabilito su tutta quanta la terra» (1). Il Regno diventò l’orizzonte della missione: «Di questo Regno la chiesa costituisce in terra il germe e l’inizio» (Costituzione dogmatica sulla chiesa – Lumen gentium, 5). La seconda era definita “serva” e “sacramento” del primo. Per svolgere adeguatamente la sua missione, si affermò che la chiesa ha «il dovere permanente di scrutare “i segni dei tempi” e di interpretarli alla luce del Vangelo» (Gs 4). Pertanto: attenzione allo svolgersi della storia, apertura agli orientamenti suggeriti dallo Spirito Santo, e uscita da ogni trincea.

Gradualmente, anche in Brasile è cambiato il modo della chiesa cattolica di relazionarsi con gli “evangelici”. La figura gigantesca della “nuova evangelizzazione”, il card. Paulo Evaristo Arns, arcivescovo di São Paulo dal 1970 al 1998, ne diede una testimonianza profetica, partecipando, nel 1979, all’inaugurazione del grande tempio della chiesa evangelica pentecostale O Brasil para Cristo. Oggi non esiste più un’opposizione ufficiale ai crentes. Con le chiese evangeliche più aperte si cerca di instaurare un dialogo e iniziare una collaborazione. Al punto che si tace su punti che meriterebbero, invece, una decisa critica.

Suppongo che ormai sia forte in chi mi sta leggendo la domanda: «Quali sono le ragioni di questo esodo massiccio di fedeli dalla chiesa cattolica verso quelle evangeliche?». Esperti e ricercatori hanno riempito volumi nel tentativo di dare una risposta. Da non specialista, e in maniera sommaria, offro alcuni spunti che possono illuminare.

Per secoli, chi nasceva in Brasile era automaticamente cattolico. A un certo punto, il paese arrivò a essere la maggior nazione cattolica del mondo (lo è ancora). Solo verso la metà del 1900, con la concessione della libertà per tutte le chiese, ci fu la possibilità di scelta. Armati di Bibbia, animatori di campagne di proselitismo hanno registrato facili successi su cattolici anemici e poco preparati. Queste campagne continuano tutt’oggi, privilegiando programmi televisivi costosi, ma con un notevole ritorno finanziario (che è il principale obiettivo di non poche di queste chiese).

Considerato il popolo più religioso del mondo, quello brasiliano vibra quando è coinvolto in manifestazioni religiose che emozionano, fanno sentire Dio vicino e promettono di risolvere miracolosamente i molti problemi della vita.

L’ambiente di queste chiese è molto familiare. I loro ministri brasiliani sanno adattarsi al tipo di gente cui si rivolgono. Questo li avvantaggia sulla chiesa cattolica, spesso irrigidita da norme esigenti e inflessibili, imposte da una struttura complicata. Si deve anche aggiungere il fatto che un’alta percentuale dei ministri cattolici è composta ancora da stranieri, che hanno grandi difficoltà di comunicazione.

Qualcuno incolpa la Teologia della liberazione di essere la causa di questo esodo dei cattolici. L’argomento non regge: nella città di Rio de Janeiro, spazio sempre proibito a questa tendenza teologica, i cattolici sono scesi al di sotto del 50%. Una cosa è innegabile: la potente chiesa cattolica ha fatto un corso accelerato di umiltà, che le permette oggi di essere più evangelica, pur restando fedele alla sua tradizione.