Storie perdute – febbraio 2016
Mauro Armanino

Passano sui taxi e addobbano i due cavalcavia di Niamey. Sono incollati con mezzi di fortuna a mura traballanti. I colori della campagna elettorale si confondono coi cortei che rallegrano la città. I volti incorniciati della quindicina di candidati alle presidenziali qui in Niger (il primo turno presidenziale si volge, insieme alle legislative, il 21 febbraio) si abbinano agli slogan confezionati per l’occasione.

Uno dei candidati fa un campagna elettorale virtuale perché imprigionato a duecento chilometri dalla capitale. I militanti del suo partito dicono che dalla prigione passerà, libero, al palazzo presidenziale. Il colore azzurro trasfigura il suo volto.

I foulard e le bandierine tascabili sono attaccate alle carriole che trasportano inutili promesse. Persino nei villaggi le magliette e le mance vanno a ruba. Le auto dei candidati alle legislative si insabbiano come i partiti di governo.

Ai crocevia, i semafori sono politicizzati. Cambiano di colore secondo i candidati che passano. Funzionano quanto basta e quasi mai al tempo opportuno. Assistono impotenti a campagne elettorali che somigliano a campagne militari. Quando rincasa il presidente, passano le moto, le sirene, i vigili del fuoco, la scorta, i blindati, i militari antisommossa coi passamontagna, le mitragliatrici pesanti e, infine, il presidente Mamhadou Issoufou. Fa campagna elettorale e si protegge a spese dello stato che di lui porta i colori. Il treno è stato avviato e forse un giorno funzionerà. Si inaugurano rotonde, si tracciano strade e si ricordano i martiri della marcia degli studenti di qualche anno fa. Attorno alla piazza fanno girotondo le signore che sfilano con gli abiti del candidato fino alle elezioni. I migliori non sempre vincono.

La campagna è stata colorata da arresti arbitrari. Cantare contro il potere è giudicato sovversivo. Il Consiglio islamico lancia un appello accorato per elezioni pacifiche. I partiti creano, inventano, fanno e disfano alleanze in combutta con la polvere che rivendica la vittoria della competizione. Lei deve sorridere delle umane vicende e delle stolte promesse di cambiamento. Vince lei, sovrana, implacabile e costante nelle stagioni, ahimè cangianti del clima saheliano. Spira, si adagia, soffia, inganna e mantiene con fedeltà ciò che promette.

La polvere colorata di Niamey è quanto di più democratico ci sia nel Niger del rinascimento annunciato dalla settima repubblica. Gli altri tre “N”, ossia che i nigerini dovrebbero nutrire i nigerini sono in rottamazione presso il Pam. Che si ostina a stilare programmi per l’alimentazione mondiale delle carestie.

I colori dei franchi Cfa, la valuta dell’Africa Occidentale, sono gli stessi delle elezioni. I verdi sono da cinquemila, gli azzurri da duemila, arancione da mille, gialli da cinquecento e grigi con disegni tradizionali quelli da diecimila. La politica reale si avvale di questi colori per con-vincere gli elettori che sanno come vanno le cose nel paese. I progetti naufragano tra i comizi televisivi e i raduni da palazzetto dello sport. Si mercanteggiano i votanti che rassomigliano a fotocopie del passato.

Assenti i giovani, attraenti le donne, specie se velate, e utili i bambini per confortare il numero dei mendicanti. Anche il fiume Niger ha visto le sue. Scorre dalla stessa parte e attraversa paesi e confini. Appare come il politico più consapevole del suo ruolo. Perennemente colorato di marrone vede sfilare le auto, le moto, i dromedari, le biciclette e gli asini con legna e fieno.

Ci sarà luce per tutti, acqua potabile nelle case, pozzi in ogni villaggio, scuole in muratura, insegnanti militanti, energia rinnovabile, uranio e petrolio senza cinesi, due pasti al giorno, un bicchier di vino o del tè a scelta per i migranti alla frontiera, una bandiera arcobaleno al capofamiglia e fiori alle signore. Il colore del partito del presidente, senza sorpresa, è il rosa.

Il fiume Niger attraversa Niamey.