Rd Congo / Parla il cardinale Monsengwo
Per l’arcivescovo di Kinshasa, card. Laurent Monsengwo, la mobilitazione dei laici cattolici, sostenuta dalle Chiese cristiane e condivisa dalla comunità islamica è in grado di coinvolgere il grosso della popolazione. Arginando le derive del regime, chiudendo la crisi politica e avviando davvero il paese alle elezioni. L’intervista pubblicata su Nigrizia di aprile.

«Di sicuro nessuno verrà da fuori a sbrogliare la matassa congolese, dobbiamo essere noi a farlo». È il prudente refrain dell’arcivescovo di Kinshasa, il cardinale Laurent Monsengwo Pasinya che abbiamo incontrato alla Domus Santa Marta, in Vaticano, in una pausa tra una riunione e l’altra del gruppo di cardinali che papa Bergoglio ha scelto per mettere mano ai dossier più delicati della Chiesa cattolica.

Il cardinale non manca di energia e fa la spola tra Roma e Kinshasa, ma è fuor di dubbio che il dossier più urgente sul suo tavolo si chiama Repubblica democratica del Congo. Paese impantanato in una crisi politica determinata principalmente dalla volontà del presidente uscente Joseph Kabila di non farsi da parte dopo aver concluso (a fine 2016) due mandati consecutivi, come previsto dalla Costituzione. La tattica del rinvio, attuata da Kabila, ha fatto saltare l’appuntamento elettorale previsto per fine 2017 da un accordo sottoscritto il 31 dicembre 2016 da maggioranza e opposizione grazie anche alla mediazione della Conferenza episcopale congolese.

Ora la data delle elezioni (presidenziali e politiche) è stata spostata a dicembre 2018, ma sono in pochi a crederci, tanto che in questi ultimi mesi anche i cattolici, organizzati nel Comitato laico di coordinamento, hanno indetto marce di protesta, con la benedizione dei vescovi, per chiedere l’applicazione dell’accordo di San Silvestro 2016. Manifestazioni represse duramente, in particolare quelle dell’ultimo dell’anno 2017, e del 21 gennaio e 25 febbraio di quest’anno.

Il cardinale si è già trovato ad affrontare un momento simile all’inizio degli anni ’90, quando si prese la responsabilità di traghettare il paese dal regime dittatoriale di Mobutu a un sistema multipartitico. Inutile chiedergli – nel caso in cui Kabila giungesse a più miti consigli e si aprisse una fase di transizione – se intravede una figura sopra le parti che possa prendersi la responsabilità di guidare il paese fino al voto. C’è da sta certi che ha già un suo schema in testa, che metterà sul tavolo al momento opportuno.

Gli chiediamo tuttavia di darci qualche chiave di lettura di questa situazione sospesa che assume talvolta i tratti di un “mobutismo senza Mobutu” e che è potenzialmente dirompente per l’intera regione.

Dopo le manifestazioni organizzate dai laici cattolici, il governo l’ha accusata di promuovere azioni volte a destabilizzare le istituzioni. Che cosa risponde?
Non volevo certo rovesciare il governo. La Chiesa ha parlato e ha fatto sì che la gente potesse manifestare il proprio dissenso. L’accordo di San Silvestro 2016 tra opposizione e maggioranza presidenziale doveva portarci al voto e stabiliva inequivocabilmente che il presidente Kabila non si sarebbe ripresentato. E gli accordi vanno rispettati.

La gente ha reagito quando si è resa conto che quell’accordo non è preso in considerazione. I laici cattolici si sono decisi a prendere in mano la situazione e sono scesi in piazza. Esprimere pacificamente il proprio punto di vista è un diritto sancito dalla Costituzione. Noi come Chiesa abbiamo salvaguardato questo diritto. Quelle manifestazioni avevano quindi lo scopo, il solo scopo, di chiedere il rispetto dell’accordo e di sottolineare la legittimità di manifestare il dissenso.

Qual è il suo giudizio sul Comitato laico di coordinamento, movimento prevalentemente cittadino? Ritiene che da questi laici cattolici possano nascere nuove figure di dirigenti politici?
Sì, credo che questi laici cattolici possano esprimere uomini in grado di contribuire a governare il paese meglio di quanto è stato fatto finora. E ho riconosciuto il Comitato laico di coordinamento (Clc) perché sono convinto che abbia l’obiettivo di dare al paese un governo che si muova nell’alveo dei principi della dottrina sociale della Chiesa.

Il loro agire è pacifico, mica si va a rovesciare un governo con i rosari in mano! Se il governo spara su questi manifestanti, significa che non ha capito niente. Le manifestazioni si sono poi allargate dalla capitale alle altre città perché i cittadini, vedendo muoversi i laici cattolici, si sono sentiti più forti, spronati ad andare avanti e a farsi sentire.

La crisi si trascina ormai da un paio d’anni. La comunità internazionale e l’Unione africana (Ua) stanno facendo qualcosa o rimangono defilate?
L’Unione africana non fa e non farà niente. Perché vuole che il popolo congolese si assuma le sue responsabilità e lo faccia in piena autonomia. Vuole che il popolo affermi fino in fondo che non ne può più di questo stato di cose. Vuole che gli assetti si modifichino in ragione di spinte interne, non esterne. Identica è la posizione della comunità internazionale.

L’Ua potrebbe esercitare una qualche pressione sul governo…
Quello che so è che aspettano che i congolesi prendano in mano le loro sorti. E siccome oggi nel paese si sta manifestando proprio per indurre il governo a consentire che si avvii il percorso che porterà al voto, qualcosa deve succedere. Per come si stanno mettendo le cose, mi pare che il governo deve prendere atto che non può continuare a uccidere le persone.

L’Ua non si muove, ma lo stanno facendo alcuni presidenti. Lo scorso 14 febbraio, il capo di stato dell’Angola João Lourenço e quello del Congo-Brazzaville Denis Sassou-Nguesso sono arrivati a Kinshasa per parlare con Kabila, per capirne le intenzioni.

Il presidente Kabila è al potere dal 2001. È corretto affermare che il paese in questi anni non ha fatto passi in avanti in termini di stabilità politica, di coesione nazionale e di sviluppo economico?
Kabila ha fatto qualcosa, ma poteva fare di più. Ha fatto qualcosa, ma non come avrebbe potuto. Anche perché in questi anni si sono innescate dinamiche complesse, difficili da governare. Penso, ad esempio, agli investimenti cinesi: possiamo dire che si sono comprati un bel po’ di Africa.

Il paese è ricco di risorse. È forse per questo che anche Francia e Stati Uniti sono piuttosto silenziosi, quasi in attesa di eventi, per poi posizionarsi…
L’Rd Congo ha notevoli risorse. E sono quelle che suscitano troppi appetiti. Quando c’è di mezzo il petrolio, il coltan e la terra è normale che i più stiano alla finestra per valutare come evolvono le cose e trarne dei vantaggi. Noi in questi anni avremmo dovuto creare le condizioni per far fruttare le nostre potenzialità, soprattutto in termini di lavoro e di sviluppo. Non è accaduto.

La regione del Kivu, nel nordest, è un’area a forte instabilità. Vari rapporti Onu e di ong internazionali dicono che la causa profonda vada cercata nel Rwanda governato da Paul Kagame. Lei che ne pensa?
Vediamo chiaramente che il Rwanda approfitta degli incerti assetti di quella regione. Sappiamo che il governo di Kigali per far fronte alla spinta demografica vuole dislocare la sua gente nell’Rd Congo. Siamo consapevoli che il Rwanda sfrutta i minerali del Kivu (in particolare il coltan) e diviene esportatore di minerali che non possiede.

Se l’Rd Congo fosse davvero governata, se fosse un paese dove non si ammazzala gente come si ammazza il bestiame, questo stato di cose cambierebbe. È ciò che noi vogliamo e speriamo che avvenga. Con un nuovo corso a Kinshasa cambierebbero anche i rapporti con il Rwanda.

La Conferenza episcopale congolese esprime un giudizio negativo unanime sul governo Kabila o ci sono posizioni diversificate? Il potere sta forse lusingando qualche vescovo?
La Conferenza episcopale ha uno statuto che prevede che si prendano decisioni dopo un voto. E si decide a maggioranza. Quindi è sempre possibile che ci siano sfumature diverse, ma se c’è una maggioranza che vota in un senso si va in quel senso. Così funziona in tutte le Conferenze episcopali. Non si vota in maniera unanime su tutti i problemi.

Qual è il suo giudizio sull’opposizione politica a Kabila. Sembrerebbe un po’ troppo frammentata, incapace di esprimere una linea precisa.
Bisogna tener conto che non tutta l’opposizione vive nel paese. Alcuni dirigenti sono fuori, sono in esilio. E di ciò cerca di approfittare il governo.

Le altre Chiese cristiane come hanno reagito nelle difficili circostanze degli ultimi mesi. Sono vicine alla Chiesa cattolica?
Hanno reagito in maniera unanime. Hanno partecipato alle marce indette dal Comitato laico di coordinamento. E non solo loro, pure la comunità islamica si è unita alla protesta. È anche questo il segno che c’è una volontà comune per un cambiamento.

C’è il rischio che non si arrivi a una composizione pacifica e che la situazione degeneri?
C’è questa possibilità. Le cose possono peggiorare, ma ciò non significa che non si possa trovare una soluzione pacifica. Tutto dipende dalle scelte del presidente

Dallo scorso febbraio ha al suo fianco mons. Fridolin Ambongo Besungu, nominato vescovo coadiutore di Kinshasa. Molti commenti dicono che si muoverà nel solco dai lei tracciato.
Sì certo, l’abbiamo scelto apposta. È stato accolto benissimo da tutti. Il governo però, da parte sua, si aspettava una figura diversa.

Cardinale Laurent Monsengwo Pasinya. In apertura, manifestazione indetta dal Comitato laico di coordinamento a Kinshasa, capitale della Repubblica democratica del Congo.