Parole del sud / luglio-agosto 2016
Dario Bossi

Kre-Nak significa “testa-terra”. Appoggiare la testa sulla terra, trattandola con riverenza come una mamma, è l’identità del popolo krenak che vive nella valle del Rio Doce, il principale fiume dello stato brasiliano di Minas Gerais.

In questa valle, lo scorso giugno, nella città di Mariana, c’è stato l’incontro brasiliano dei Movimenti popolari in dialogo con papa Francesco. Questa sequenza di incontri è iniziata a Roma nel 2014, si è consolidata nell’incontro internazionale di luglio 2015 in Bolivia e ha riunito quest’anno i movimenti brasiliani, pur senza la presenza fisica di Francesco. Circa 300 persone – in rappresentanza di popoli indigeni, afrodiscendenti, pescatori, comunità tradizionali, contadini, operai, sindacati e movimenti di pastorale sociale – hanno condiviso le loro attese ed esperienze di resistenza.

«Voi siete poeti sociali: creatori di lavoro, costruttori di case, produttori di alimenti, soprattutto per le persone scartate dal mercato globale», aveva detto il papa in Bolivia. Il dialogo con Francesco è stata anche un’occasione per i movimenti sociali di dialogare intensamente tra di loro.

L’incontro è stato convocato casualmente nella città di Mariana. Qui «la madre terra è stata stuprata dai suoi stessi figli», ha affermato in apertura dei lavori padre João Siqueira, deputato federale e presidente della Commissione diritti umani e minoranze della camera. I movimenti popolari e la Chiesa hanno denunciato insieme e con forza la responsabilità delle imprese minerarie Vale e BHP Billiton – con la connivenza dello stato – per il crollo della diga di scorie minerarie, che ha prodotto un’ondata di milioni di metri cubi di fanghi tossici. Il fatto, avvenuto il 5 novembre 2015, ha mietuto 19 vittime e contaminato l’intero bacino fluviale fino all’oceano.

Si è trattato di un vero e proprio disastro e crimine ambientale. L’arcivescovo di Mariana, mons. Geraldo Lyrio, ha chiesto esplicitamente ancora una volta che siano identificate le responsabilità e che venga adeguatamente riparato il danno.

In Brasile, allo spettro di questa gravissima ingiustizia socio-ambientale si aggiunge la notte scura del colpo di stato strisciante. Lo stesso papa Francesco, a fine maggio, aveva manifestato la sua preoccupazione per la «complessa situazione politica» di alcuni paesi latinoamericani, che starebbero vivendo un «colpo di stato bianco».

La crisi è grave, profonda e lunga, hanno commentato i movimenti popolari. Richiede una resistenza che vada oltre il calendario elettorale, visto che la stessa democrazia formale è stata intaccata. E questa resistenza sta crescendo in modo inatteso e contagioso. Forte è il protagonismo dei popoli indigeni e dei giovani studenti, che hanno occupato le scuole in diversi stati del paese rivendicando strutture ed educazione di qualità, offrendo un vero e proprio «antivirus alla politica corrotta», come è stato definito da alcuni docenti.

In un tempo in cui la fiducia nella politica si è infranta, è la strada lo spazio che resta al popolo per esprimersi. L’occupazione di questo spazio mette in gioco lo stesso corpo dei militanti, provocando le persone a dedicarsi interamente alla causa.

 

Terra, casa, lavoro

Il diritto alle “3T” – in spagnolo tierra, techo e trabajo (terra, casa e lavoro) – è elementare e innegabilmente necessario, ricordava papa Francesco in Bolivia. L’incontro dei movimenti popolari a Mariana ha approfondito il dibattito strategico su queste dimensioni del vivere.

Comunità tradizionali e agricoltori familiari, in comunione con la Madre Terra, lamentano l’uso intensivo degli agrotossici, denunciano la concentrazione della proprietà e il sostegno all’agrobusiness, la criminalizzazione e la violenza nelle regioni rurali del Brasile e il saccheggio dei beni comuni con l’intensificazione delle attività minerarie, cui si somma la sempre minor sicurezza per le comunità e i lavoratori.

Il cammino per la difesa della casa comune inizia con l’autodeterminazione delle comunità nei loro territori. Il territorio, infatti, va inteso come uno spazio di relazioni tra le persone e con l’ambiente, espressione della cultura e del vincolo con gli antenati e con le generazioni che verranno dopo di noi. La riforma agraria e la diversificazione dell’economia locale, a partire dall’iniziativa delle comunità, si pongono come un obiettivo urgente che non può essere rimandato.

Nelle città spaventa l’aumento della violenza, la carenza di strutture e di servizi pubblici e sanitari di base: aspetti che provocano esclusione e non consentono a troppi brasiliani di avere accesso alle cure. Si impone una profonda riforma capace di garantire il diritto a case popolari degne di questo nome (come scelta di politica amministrativa consistente e permanente), e che combatta la speculazione immobiliare.

Il mondo del lavoro si sente particolarmente minacciato dalla possibile svolta politico-economica neoliberale, in cui il fantasma della disoccupazione viene evocato come elemento disciplinante della forza-lavoro. Si prospettano minacce che occorre combattere fermamente: la riduzione dei diritti dei lavoratori e degli investimenti nella loro sicurezza e salute, la precarizzazione, il lavoro subappaltato, con norme di gestione e controlli meno vincolanti. Dei 13 lavoratori che sono morti per l’irresponsabilità delle imprese che utilizzavano la diga di contenimento degli scarti di produzione crollata dieci mesi fa, 12 erano funzionari di aziende che lavoravano in subappalto.

Le rivendicazioni del mondo urbano e rurale sono interconnesse e devono, in questo momento storico, fronteggiare una politica economica che mira a garantire semplicemente l’interesse del grande capitale, privatizzando a man bassa, a spese dei più poveri.

La gravità di questo contesto, però, sta stimolando l’aggregazione di forze e la creazione di grandi fronti di resistenza, in crescente dialogo tra loro. Tra questi spiccano il Frente Brasil popular e il Frente povo sem medo.

 

Segnali di risurrezione

«Non sapevo di questo mostro appena più sopra di noi». Maria do Carmo, abitante del distretto di Paracatu de Baixo e vittima del crimine ambientale delle imprese Vale e BHP Billiton, fissa il suo sguardo lontano, perso all’orizzonte, sopra case ancora coperte dal fango. «Viene voglia di dormire, per poi svegliarsi e non trovare più nulla di tutto questo disastro. Ma, tutte le mattine, ritroviamo sempre lo stesso incubo».

Erano stati allertati dagli abitanti dei villaggi più a monte, nella valle del Rio Doce, al termine di quel pomeriggio del 5 di novembre 2015. Le imprese non si erano nemmeno preoccupate di dare l’allarme. In fretta erano saliti più in alto, sulla collina, e da lì avevano assistito disperati alla distruzione dell’intero villaggio. Un mare di fango, denso e puzzolente, che nessuno comprendeva da dove venisse.

19 morti. E non solo. Una giovane mamma ha abortito mentre tentava di fuggire dal fango; una signora ha avuto una sequenza di due ictus poco dopo il disastro, e oggi vive sulla sedia a rotelle. A causa dei villaggi distrutti, molte famiglie si sono separate: un familiare preferiva cercare ancora un’alternativa di vita in campagna, un altro, rassegnato, si è trasferito in città. Sono crersciuti i tentativi di suicidio.

«Madre Terra ha iniziato a piangere, ma vomiterà ancora molto da qui in poi», ha predetto la giovane indigena Geovana Krenak, che la notte prima, durante l’incontro ci aveva offerto una lezione di amore alle radici della terra e della cultura ancestrale.

La pastora luterana Romi Bencke ha aggiunto: «Se qualcuno vuol vedere il volto del peccato, può guardare qui». Ha rievocato però l’icona evangelica delle tre donne che erano andate al sepolcro, ma non avevano trovato il corpo di Gesù. Quella mattina era risuonata nel loro cuore l’angustia della morte, ma anche una prima scintilla di risurrezione.

Così è stato anche per noi. In quello scenario desolante, al tramonto, avevamo cantato il Padre nostro dei martiri, grido di rabbia per la violenza che strappa la vita dei più fragili. E avevamo risentito nel sangue lo sdegno trasformarsi in ribellione.

Nella notte della democrazia, davanti alla forza cieca e interessata del capitale, nuove persone si stanno riunendo. Giovani, popoli nativi e comunità tradizionali in lotta permanente, movimenti sociali con un nuovo vigore.

«Voi siete seminatori del cambiamento. (…) Voi, a partire dai movimenti popolari, assumete un impegno comune motivati dall’amore fraterno, che si ribella contro l’ingiustizia sociale. (…) Il futuro dell’umanità non sta solo nelle mani dei grandi dirigenti, delle grandi potenze e delle élite. Si trova fondamentalmente nelle mani dei popoli; nella loro capacità di organizzarsi, ed anche nelle vostre mani, che reggono, con umiltà e convinzione, questo processo di cambiamento», aveva detto papa Francesco rivolgendosi ai movimenti popolari riuniti in Bolivia, nel luglio 2015.