Parole del Sud – Aprile 2014

Le storie che ascoltiamo ci tengono informati, e questo è giusto. Ma quando una storia comincia a diventarci familiare, creiamo una sorta di amicizia con i suoi protagonisti, un vincolo che supera la fredda informazione, e questo è umano.

Da sei anni Piquiá de Baixo lotta per fuggire dall’inquinamento e avanza nel suo lento e progressivo esodo verso la costruzione di un nuovo quartiere. In questa lunga lotta, l’Associazione degli abitanti sta imparando strategie, sperimentando azioni, mosse e contromosse per sbloccare l’indifferenza e l’ipocrisia dei poteri pubblici e privati con cui si scontra.

A fine febbraio ha dovuto alzare di nuovo la voce. Vari processi e accordi firmati e mai rispettati erano in scadenza. Occorreva cambiare marcia, dopo mesi di negoziazioni, diplomazia, pressioni politiche, campagne mediatiche, denunce e manifestazioni di solidarietà nazionali ed internazionali.

Ci voleva qualcosa di più forte. Per vincere la paura di affrontare i potenti, ma più ancora superare lo scoraggiamento dei poveri. Quando ti vomitano in testa giorno e notte vomitano gas, polvere e rumore e la politica è complice, può subentrare la rassegnazione o la voglia di fuggire in cerca di un’altra vita.

Occorreva una scossa che risvegliasse allo stesso tempo oppressori ed oppressi.

E all’alba di un giovedì una macchina scassata passa tra le viuzze sonnolente e impolverate di Piquiá de Baixo, svegliando la gente: “Correte, ci incontriamo tutti nella piazza del villaggio”. Dalle comunià dell’interno arrivavano alcuni rinforzi, organizzati dal Movimento Sem Terra e dal Sindacato rurale. La direttrice della scuola primaria lascia liberi gli alunni più grandi che con le magliette tutte uguali si aggiunge al cerchio di persone che pian piano si allarga.

Dopo mezz’ora, il gruppo è grande a sufficienza per l’azione nonviolenta pianificata da tempo: mettersi davanti all’entrata delle due maggiori imprese siderurgiche, senza lasciar entrare né uscire i camion di minerale, carbone o ferro-ghisa.

Per trenta ore la gente resiste. Sotto una pioggia torrenziale, seguita da un sole a picco. Con la pressione della polizia e l’arroganza dei padroni dell’impresa. In un momento di stanchezza, poco dopo l’alba, Florêncio prende il microfono e con la sua voce roca interrotta da frequenti colpi di tosse legge un brano dell’apostolo Giacomo. Guarda fisso le ciminiere della fabbrica, come se stesse parlando a persone: “E ora a voi, ricchi: le vostre ricchezze sono imputridite; il vostro oro e il vostro argento sono consumati dalla ruggine. Avete condannato e ucciso il giusto ed egli non può opporre resistenza”.

Poche ore dopo, ecco il presidente del sindacato padronale precipitarsi da Rio. Visibilmente nervoso, ma con tono soave e seduttivo, dichiara che le imprese hanno sempre prestato attenzione alle necessità della gente di Piquiá de Baixo. Si definisce persino “parceiro” (compagno, alleato) della comunità. Dona Tida non resiste più e con voce ferma e parole semplici mette a nudo questa ipocrisia.

La falsità è la pietra miliare del profitto a tutti i costi, dipinto come motore dello sviluppo di regioni che continuano ad essere tra le più povere. Sacche di povertà e discariche della produzione senza scrupoli né limiti, inevitabili se si vuole vincere la concorrenza e massimizzare i guadagni.

Dall’altra parte, però, la semplicità e la trasparenza della gente, che agisce nella verità, fa paura e può davvero smuovere le montagne. È il satyagraha di Gandhi: “Afferrarsi alla verità”, che può realmente “fare liberi”.

Sapendo di essere nel giusto, gli abitanti di Piquiá alzano la voce e non indietreggiano nemmeno di un passo. Nessuno sconto alle esigenze di chi soffre! Per una volta, la fermezza della gente ha la meglio: rassegnato, il sindacato industriale firma l’accordo che indennizza il terreno per il nuovo villaggio. La terra promessa si avvicina di qualche passo.

Ancora molti ne mancano, cari amici di Piquiá. Restate in ascolto delle voci del sud http://piquiadebaixo.justicanostrilhos.org, perché non vengano soffocate.

Torniamo a parlarvi della comunità che vive nella pre-Amazzonia del Maranhão, vittima da tre decenni dell’inquinamento siderurgico e dei progetti devastanti dell’impresa mineraria Vale.