Giufà – novembre 2014
Gad Lerner

Confidiamo nell’orgoglio della nostra Marina Militare che per un anno, con professionalità e generosità, si è prodigata nel salvataggio dei migranti in acque internazionali. L’operazione Mare Nostrum le è valsa numerosi riconoscimenti internazionali, riparando il discredito in cui l’Italia era caduta – non certo per colpa dei suoi marinai – al tempo dei respingimenti decisi dal governo d’intesa con Gheddafi.

Confidiamo, dunque, sugli uomini in divisa e sulla loro volontà di proseguire l’opera intrapresa, perché al contrario la politica sembra di nuovo affidarsi a calcoli di modesto retaggio, davvero sproporzionati nella loro angustia al fenomeno epocale con cui dovrebbe misurarsi. La trattativa con l’Unione europea è stata condotta se non proprio all’insegna dello scaricabarile, poco ci manca. Un ministro come Angelino Alfano è parso preoccupato solo di ritagliarsi qualche residuo spazio di consenso a destra, magari per fronteggiare il revival del neoleghismo verde-nero che grida in piazza il suo “Stop Invasione”.

Qui, invece, ci sarebbe ben altro da fronteggiare. Anzi, lo stesso nome Frontex con cui s’è voluto proclamare inopportunamente il “superamento” di Mare Nostrum suscita inquietudine.

Alfano lascia volutamente nel vago la domanda cruciale: come si comporteranno le navi Ue impegnate nella missione Frontex quando verranno a conoscenza di naufragi e richieste d’aiuto provenienti da fuori delle acque territoriali italiane? I codici di navigazione internazionali prevedono che l’intervento di soccorso sia comunque obbligatorio. Non dubito che i nostri marinai lo sappiano. Ma se le perlustrazioni verranno mantenute solo in un raggio d’azione prossimo alle nostre coste – come insistono a precisare sia il Viminale sia la Commissione di Bruxelles – sarà possibile intervenire in tempo per salvare delle vite in pericolo? Non stiamo per macchiarci di omissione di soccorso? Che senso ha vantarsi della (benvenuta) collaborazione di altri paesi dell’Unione europea nella missione Frontex, se poi si afferma di poterla rendere efficace con 3 milioni al mese anziché 9? Si sprecava prima, o invece si sottostimano oggi le risorse necessarie a presidiare il Canale di Sicilia, anche al di là del limite delle nostre acque territoriali?

Mi auguro che a tutte queste angosciose domande risponda lo scatto d’orgoglio dei nostri valorosi uomini del mare.

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