Sud Sudan / Fedeli all'impegno
Padre Moschetti, superiore dei comboniani nel paese, smentisce la notizia di un disimpegno e di una fuga dei religiosi. «Noi siamo con la Chiesa locale, unico punto di riferimento e speranza per tante persone vittime di violenza e di saccheggi».

Alcuni giorni fa un quotidiano italiano riportava l’intervista a un anonimo missionario da poco rientrato da Juba, capitale del Sud Sudan, che dichiarava di aver lasciato il paese dopo essere stato supplicato dalla gente a farlo, a motivo delle condizioni di totale insicurezza e violenza in cui vive la popolazione sudsudanese.   

L’impressione ricavata dall’intervista è che tutti i missionari e missionarie la pensino nello stesso modo e siano sul piede di partenza. Un’impressione fuorviante che non riflette la realtà dei fatti. Lo spiega in maniera chiara padre Daniele Moschetti, superiore provinciale dei missionari comboniani in Sud Sudan. «Si tratta di casi sporadici, di pochi missionari che hanno deciso di lasciare. La maggioranza di noi vuole restare. E non è vero che la gente ci incoraggi a lasciare. Al contrario, noi siamo con la Chiesa locale l’unico punto di riferimento e speranza per tante persone traumatizzate e terrorizzate dalla violenza e dai saccheggi. La gente viene da noi e nelle parrocchie per trovare protezione quando ci sono attacchi».

I missionari e missionarie rimasti in Sudan sono 350 (gli internazionali), di cui una quarantina italiani, e 150 i locali, mentre sono 47 le congregazioni che operano nel paese. Alla stregua della gente del posto, i missionari corrono i loro stessi rischi e ne condividono le paure. Racconta padre Moschetti: «Nei giorni scorsi ci siamo trovati nel mezzo del fuoco incrociato tra i soldati dell’esercito regolare del presidente Salva Kiir e i militari leali al vice-presidente Riek Machar, che si sono scontrati nei pressi della residenza presidenziale a pochi passi dalla casa della comunità comboniana in cui vivo con altri cinque confratelli. Lo scontro ha lasciato sul terreno oltre duecento morti, ma a questi vanno aggiunte altre centinaia di vittime negli scontri dei giorni successivi».

Finora regge il cessate il fuoco in vigore da martedì 12 luglio, ma la tregua resta appesa a un filo. Nel frattempo molti hanno lasciato la capitale: stranieri del personale delle ambasciate, funzionari dell’Onu e membri di ong, ma anche migliaia di sudsudanesi, che si sono rifugiati in Uganda.    

Non cessano soprusi, violenze e saccheggi. «Negli ultimi giorni i soldati fedeli al presidente Salva Kiir hanno portato via 4.500 tonnellate di derrate alimentari dai depositi del Programma alimentare mondiale, destinate a 250mila persone alloggiate nei campi profughi a Juba e in altre località. Il furto porterà alla fame tanta gente che è già a corto di scorte», deplora padre Moschetti.

Un segno di speranza viene da papa Francesco che, preoccupato dell’aggravarsi della situazione, ha inviato a Juba il cardinale Peter Turkson, presidente del Pontificio consiglio per la pace e la giustizia. Ha portato il saluto e la solidarietà del Papa alla gente del Sud Sudan, alla Chiesa, consegnando due lettere al Presidente e al Vice-presidente, invitandoli al dialogo e a ripristinare la fiducia reciproca per un cammino di riconciliazione.

«Siamo grati a papa Francesco per la visita del cardinal Turkson, che dimostra quanto gli stia a cuore la sorte del popolo del Sud Sudan», commenta il missionario comboniano. Il papa aveva già programmato di incontrare in Vaticano Kiir e Machar, poi il programma è saltato con la ripresa delle ostilità. La sua vicinanza in questo momento tanto triste per la storia della nazione ci invita alla speranza e a proseguire nell’impegno per la pace e la riconciliazione. Continuiamo ad augurarci che si realizzi il desidero espresso più volte da Francesco di fare visita personalmente alla nazione. Sarebbe un gesto di straordinaria importanza e fiducia». 

Padre Daniele Moschetti con papa Francesco. La foto di apertura è di Ugo Borga