Italia e rifugiati

Urge una legge nazionale. Serve un aumento e una razionalizzazione delle risorse. Non è più rinviabile un’armonizzazione delle diverse normative europee. Solo così l’Italia potrà dotarsi di una politica per l’asilo moderna e adeguata alle sfide che la globalizzazione impone a tutti.

Strana la storia del diritto d’asilo in Italia. Da un lato si aspira agli onori della tradizione classica di ospitalità verso i perseguitati; dall’altro si temono gli oneri non solo economici, e si chiede aiuto a un’Europa che mediamente fa più di noi. Ma non sono contraddizioni solo italiane.

Dopo il secondo conflitto mondiale, la Convenzione di Ginevra del 1951 ha definito la cornice del diritto internazionale sulla materia.

Sul piano giuridico la distinzione è chiara: il rifugiato fugge da una delle persecuzioni elencate dalla Convenzione di Ginevra, il migrante economico è colui che si sposta in base a considerazioni economiche, per migliorare la sua condizione.

Nella realtà la situazione è molto più complessa e le distinzioni molto più sfumate: molte di queste persone arrivano ai confini dell’Unione europea senza documenti, altre entrano per via aerea con un visto turistico e poi si trattengono in Europa oltre la scadenza. Tracciare una distinzione netta non è così facile.

Non aiuta il fatto che le normative sull’immigrazione dei vari paesi europei (Ue) divergano notevolmente. Alcuni stati del Nordeuropa non contemplano l’ingresso per motivi economici se non in casi limitati e l’asilo è una forma privilegiata di ingresso. Al contrario, i paesi dell’Europa mediterranea hanno fatto di necessità virtù e hanno privilegiato gli ingressi economici relegando in secondo piano il tema dell’asilo. Negli ambienti ostili all’immigrazione circola così una battuta: «Un richiedente asilo è semplicemente un clandestino che ha studiato legge».

In realtà, sappiamo che le cose non stanno proprio così: i perseguitati etnici, politici e religiosi esistono davvero, anche se sono largamente minoritari nel grande flusso delle migrazioni mondiali. Talvolta sono le normative dei vari paesi che determinano esiti diversi nei percorsi di persone accomunate dalla stessa storia. Esistono casi di fratelli eritrei che, a pochi mesi di distanza sono stati accolti come rifugiati in Svezia e come immigrati economici in Italia.

 

Frammentazione di norme

Il primo nodo da sciogliere, dunque, sarebbe armonizzare la normativa dei vari paesi europei in materia di asilo, in maniera da stabilire una cornice certa di diritti e doveri, sia per i profughi sia per i paesi ospitanti, evitando quella sorta di rimpallo di responsabilità che abbiamo visto negli ultimi anni.

D’altra parte i numeri non sono ancora tali da impedire un’azione concertata sulla materia. Oggi i migranti economici nel mondo sono circa 240 milioni; tra di loro i rifugiati sono circa 10 milioni più i 4,9 milioni di palestinesi. Il conflitto siriano degli ultimi due anni ha molto drammatizzato la situazione nell’intero Medio Oriente, soprattutto ai confini con la Turchia.

In Europa per ora le proporzioni sono simili: su oltre 30 milioni di immigrati, circa 1,8 milioni sono rifugiati.

È possibile rintracciare il filo di questo 4% di migranti che non fuggono dalla miseria o soltanto da essa, ma possono testimoniare nel mondo libero, tracce di persecuzione e dimostrare che il diritto di asilo ha ancora un senso nell’epoca della globalizzazione e delle migrazioni di massa?

Interessante notare come lo scoppio della guerra civile in Siria, nel 2011, abbia gradualmente costituito un nuovo epicentro di crisi in Medio Oriente, alimentato nuovi flussi di profughi verso Libano e Turchia e quasi invertito i ruoli tra Siria e Iraq. (…)

 

* Dirigente Regione Emilia-Romagna e rappresentante delle regioni nel Comitato tecnico nazionale sull’immigrazione

 

Per continuare la lettura: rivista cartacea o abbonamento on line