I COLORI DI EVA – aprile 2011
Elisa Kidané

I palissandri in fiore. Bisogna vederli dal vivo per comprenderne la bellezza e l’incanto che possono suscitare in chi percorre le vie di Asmara. Sono alberi dai fiori color lilla e, da febbraio a maggio, donano quel fascino che ammalia chiunque si avvicina a questa città.

I palissandri in fiore sono stati lo stupore di una missionaria comboniana, Rita Borghi, vissuta in Eritrea per 50 dei suoi 73 anni. Non mancava lettera nella quale non ne facesse accenno. E sì che nei suoi lunghi anni di Eritrea di argomenti non gliene mancavano certamente. Eppure, non si è mai stancata di raccontare a ogni stagione, come fosse la prima volta, l’evento dei palissandri in fiore. Erano diventati il suo appuntamento con la speranza, assieme al cielo terso e al sole gentile di Asmara. Suor Rita se n’è andata, troppo presto per noi e troppo lontano dall’Eritrea. Se n’è andata con la voglia di ritornare per sempre in quella che era ormai la sua terra, tra il suo popolo che amava sopra ogni cosa. Forse teneva in serbo il desiderio di rivedere per l’ultima volta i palissandri in fiore. Non ce l’ha fatta. In cuor mio gliel’ho promesso: «Tornerò io per te».

Ed eccomi, finalmente, a casa, dopo anni di assenza. Ed eccoli i palissandri – è giusto il tempo della loro fioritura –, assieme al cielo terso e al sole gentile che da sempre regalano sensazioni difficili da raccontare. Rieccomi ad assaporare le indescrivibili sensazioni che la nostalgia della propria terra madre riesce a mantenere sempre vive e genuine, e a sfogliare il libro della memoria per riandare a rovistare nelle reminiscenze più recondite e ritrovare quei sapori, quegli odori, quei colori inconfondibili e unici.

Mi piacerebbe poter parlare della situazione sociale, politica ed economica del paese. Mi rendo conto, però, che le contraddizioni sono talmente tante che è impossibile riuscire a far emergere un quadro esaustivo e soprattutto obiettivo. Per questo, mi limiterò a intingere la penna nel calamaio dei miei ricordi personali. Almeno questi, nessuno potrà contraddirli.

Ripercorro le strade della mia infanzia. Il tempo sembra essersi fermato. Asmara oggi assomiglia a una signora avanti con gli anni: dignitosa ma incapace di nascondere l’impronta del tempo che passa inesorabile. Ha l’aspetto di una cittadina in declino. Appare anemica. Probabilmente soffre per l’emorragia causata dalla perdita di figli giovani che se ne vanno altrove. Ripercorro le vie che un tempo mi parevano lunghe e ampie, ma che ora hanno assunto la loro dimensione normale. Ritrovo gli stessi negozi e le stesse insegne. Qualcuno ha fatto lo sforzo di tradurre qualche nome in tigrino o in inglese. Altrimenti, ecco ancora “Bar Zilli”, “Bar Torino”, “Cinema Roma”. Intatta pure, presso il chiosco “Stella del Sud”, la scalinata dai gradini bassi e ampi che noi ragazze avevamo denominato, per il modo strano di incedere di chi vi passava, “la scala degli zoppi”.

Mi colpisce il silenzio ovattato che regna un po’ ovunque. Il mondo sembra lontanissimo. Le notizie, sia per radio che per televisione, sono concentrate su una scadenza prossima: il ventennio dell’indipendenza. Canti, saggi, adunate per commemorare il gran giorno. Certo, oggi non si può pretendere di rivedere l’entusiasmo e l’euforia di quel lontano 24 maggio 1991. Però sento ripetere in continuazione: “Va-tutto-bene”, quasi fosse un mantra. O è scaramanzia?

Ho visto altre città dell’Africa: caotiche, chiassose, coloratissime… Asmara, no. Qui tutto pare avvolto da una fine coltre di polvere. Mi assicurano: «È il tempo della stagione secca. Per il resto, va tutto bene». Per fortuna, ci sono i palissandri in fiore.

Amo questa terra che mi ha dato i natali. Amo la sua gente. Amo tutto quanto fa parte della sua storia tribolata e sofferta. Amo la resistenza del mio popolo, orgoglioso e fiero, che per secoli è riuscito a tener testa a cicliche invasioni e sopraffazioni. 20 anni di indipendenza sembrano averne acquietato la tenacia, quasi anestetizzato il cuore. «Va tutto bene», mi si dice.

L’eritreo non è mai stato un popolo loquace. Oggi, però, mi sembra un po’ troppo taciturno. Cerco di darmene una ragione: forse le decine di migliaia di vittime cadute per liberare la terra amata gravano ancora sul cuore della gente. Forse le loro anime, assieme a quelle dei molti giovani morti nel “tragitto della fortuna”, si aggirano per il paese in cerca di una pace agognata. È difficile far tacere i morti che reclamano il diritto a un riposo meritato. Vaglielo a far capire che qui “va tutto bene”.

Ci sono paraboliche anche nei quartieri poveri. Segno di una voglia naturale di guardare fuori dal proprio orto, di voler sapere cosa succede là fuori. Ma fuori il mondo brucia, “qui va tutto bene”.

Comunque, Asmara è bella. L’Unesco la vuole inserire nel suo patrimonio artistico, per aver mantenuta intatta l’architettura coloniale. Ma, cari signori dell’Unesco, a dar splendore alla città sono i palissandri in fiore: testimoni oculari della resistenza di un popolo e della fede diamantina delle sue donne che, giorno dopo giorno, anno dopo anno, secolo dopo secolo, a piedi scalzi e mani rivolte incessantemente verso il cielo, implorano Dio.