Microfinanza e sviluppo
Nel 2014 il microcredito ha garantito alle famiglie e alle imprese 87 miliardi di dollari soprattutto in Asia e America Latina. L’Africa subsahariana rimane ai margini. Ma questo strumento di sviluppo rischia di essere inefficace se manca il coinvolgimento dei governi locali. Il tema affrontato a un convegno promosso da Banca Etica.

È sufficiente fare i conti, lasciando stare i tassi di interesse. Ghana, Indonesia o Burkina Faso: un parto normale, senza complicazioni, si porta via il 43% del reddito annuo di una famiglia. Se ci sono difficoltà il costo schizza ancora più su, fino al 138%. Abbastanza, ragiona don Dante Carraro, direttore di Medici con l’Africa Cuamm, per trascinare nella miseria mamma, papà e bambini.

I dati, presentati alla Farnesina a un convegno sulla “microfinanza per lo sviluppo dei popoli”, fanno impressione. E più di tanti discorsi fanno capire quale sia la posta in gioco. «È stato calcolato che per salvare una vita in Uganda bastano 15 dollari – continua don Carraro, animatore di una ong con più di 60 anni di esperienza a sud del Sahara –. Come operatori sanitari ci stiamo interrogando, sentiamo la necessità di dare risposte». Il punto di domanda riguarda il microcredito, una leva potente ma che rischia di rivelarsi inadeguata se non inserita in una strategia di ampio respiro.

«È uno strumento per dare opportunità alle famiglie, contribuire a eliminare la povertà e combattere la fame» sottolinea Laura Frigenti, direttrice dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics). Elenca gli Obiettivi di sviluppo sostenibile, da raggiungere anche grazie a una crescita costante di progetti lungo l’asse nord-sud. Secondo il database di Mix Market, fondato sull’analisi delle attività di 1300 istituti e organizzazioni di tutto il mondo, nel 2014 il microcredito ha garantito trasferimenti di risorse per 87 miliardi di dollari. Un tesoro che ha raggiunto l’Asia e l’America Latina, più di rado la regione subsahariana. Frigenti: «L’Africa non è coperta come dovrebbe da questi programmi. Bisognerebbe puntare sui piccoli coltivatori delle aree depresse in modo più strutturato di quanto fatto finora».

Donne

Le buone pratiche, per cominciare, ci sono. Nell’81% dei casi a beneficiare del microcredito sono donne. Un dato incoraggiante, alla luce delle implicazioni dell’empowerment femminile sul piano educativo e sociale. Ma che da solo non scioglie i nodi. A sottolinearlo è anche Ugo Biggeri, presidente di Banca Etica, l’istituto organizzatore del convegno, dal 1999 in prima fila nella microfinanza nel Sud del mondo: «Uno sviluppo davvero sostenibile nell’Africa subsahariana sarà possibile solo garantendo il protagonismo delle persone che vivono e operano nei territori interessati dai progetti di cooperazione, attraverso la promozione delle loro capacità».

L’analisi, fondata su un’esperienza che ha permesso di raggiungere circa 18.500 beneficiari, tiene conto di criticità e ostacoli. Un approccio condiviso da Arthur Muliro, dirigente di Society for International Development (Sid), istituto con base a Washington che offre consulenze alle Nazioni Unite: «Ancora oggi il 30% degli africani vive con meno di un dollaro e 25 centesimi al giorno. La verità è che il microcredito, lasciato da solo, ha un impatto zero sul lungo periodo».

Il messaggio di Murilo è che lo sviluppo si conquista d’intesa con i governi locali. «In Africa buona parte della produzione agricola marcisce nei campi perché non ci sono strade per portarla nei mercati. La realizzazione delle infrastrutture, proprio come l’aumento delle disuguaglianze e dell’insicurezza, è un nodo politico; non può essere trattato come una questione privata».