Kenya, paura e rabbia
Troppe domande ancora senza risposte dopo l’attentato che ha tenuto in scacco Nairobi dal 21 al 24 settembre. In causa soprattutto il ruolo dei servizi di intelligence: non hanno saputo prevenire le mosse di un terrorismo islamista che pure ha colpito più volte negli ultimi anni.

Finora non è stato possibile nemmeno tracciare un bilancio definitivo dei morti, dei feriti, dei dispersi, del numero degli attentatori e della loro nazionalità. Le stesse fonti ufficiali – forze di sicurezza e governo – forniscono cifre diverse. Il presidente Uhuru Kenyatta ha parlato di 61 morti civili e di 6 delle forze di sicurezza.

Ma aldilà della tragica contabilità, restano aperti molti interrogativi sulla preparazione, sulla dinamica e sugli attori dell’attentato al centro commerciale Westgate di Nairobi, rivendicato dai miliziani islamisti somali del gruppo Al-Shabaab. E ovviamente molti si chiedono che fine hanno fatto servizi di informazione e di sicurezza. Vediamo allora di mettere a fuoco alcuni fatti che aiutino a comprendere che cosa è successo.

 

Rivendicazioni

Poche ore dopo l’inizio dell’azione, arriva da Chisimaio (Somalia), via Internet, la rivendicazione dell’attacco da parte di un portavoce di Al-Shabaab. Ma il capo del reparto anti-terrorismo della polizia, Baniface Mwaniki, ha già dichiarato a un giornalista che le divise indossate dai giovani che hanno assaltato il centro commerciale sono identiche a quelle indossate dai giovani che, nel luglio 2010, a Kampala, nella vicina Uganda, ridussero a brandelli 76 persone mentre seguivano alla tivù di un bar un incontro della Coppa del mondo di calcio. Già in quell’occasione la rivendicazione di Al-Shabaab, via web, specificava: «Questo atto è una ritorsione contro la partecipazione delle forze armate dell’Uganda alla missione di pace dell’Unione africana in Somalia».

Ora un twitter da Chisimaio, firmato Al-Qaida, chiarisce: «Quello che è in atto al Westgate Mall di Nairobi è la nostra vendetta contro l’invasione della Somalia da parte dell’esercito del Kenya nel 2011. I militari kenyani sono ancora lì, a sostenere un governo che non riconosciamo». Al-Qaida aveva firmato l’attacco all’ambasciata americana in Nairobi nel 1998, con 213 morti.

A dire il vero, il nome di Al-Shabaab è corso sulle labbra di tutti fin dal primo momento. I kenyani hanno imparato a conoscerli a loro spese. Tutti ricordano ancora con orrore il ferimento di 30 persone in un altro centro commerciale di Nairobi nel maggio 2012. Un mese dopo, la polizia arrestava, in Tanzania, Emrah Erdogan, un tedesco di origine turca, ritenuto coinvolto nell’attacco. Dopo pochi giorni, il ministro della sicurezza nazionale e degli esteri, George Kinuthia Saitoti, moriva in un incidente d’elicottero, e si fece il nome di Al-Shabaab.

In luglio, sempre nel 2012, 20 persone morivano e 60 erano ferite in due attacchi ad altrettante chiese di Garissa, nel nord-est del paese, presso il confine con la Somalia, e il sospetto cadde di nuovo su Al-Shabaab. Due giorni dopo, l’Onu accusava Aboud Rogo Mohammed, predicatore islamico di Mombasa, di reclutare e finanziare guerriglieri somali di Al-Shabaab. In agosto 2012, questi “ragazzotti”, ma ottimi cecchini, avevano ucciso in Somalia tre soldati kenyani… E come non ricordare che, esattamente un anno fa, nel settembre 2012, la polizia è riuscita a sventare all’ultimo momento un vasto piano di atti terroristici da parte di Al-Shabaab, arrestando alcuni “giovani” con numerosi congegni esplosivi e intere casse di armi e munizioni?

 

Squadre speciali

Ma questa volta il piano è riuscito. Al-Shabaab ha scelto proprio questo centro commerciale esclusivo (negozi e bar, banche e ristoranti, sale cinematografiche e teatri, spazi “religiosi” in cui uno può “ricercarsi lo spirito” e zone adibite ai giochi dei bambini…), frequentato, soprattutto durante i fine settimana, da gente ricca, membri delle ambasciate e degli organismi governativi internazionali, bancari, impiegati presso ditte multinazionali… Tra le vittime e i feriti figurano cittadini di varie nazioni: 6 britannici, 2 francesi, 2 indiani, 2 canadesi (uno dei quali un alto diplomatico), un ricercatore medico tanzaniano, il noto poeta ghaneano Kofi Awoonor, un dottore peruviano. Tra le vittime locali spicca il nipote del presidente kenyano, Uhuru Kenyatta, ucciso con la sua fidanzata.

Ma “multinazionale” è anche il gruppo dei terroristi. Al-Shabaab oggi conta nel proprio organico parecchie migliaia di persone, incluse alcune centinaia di stranieri. Tra questi ultimi ci sono cittadini mediorientali con esperienza in Iraq e Afghanistan. Parecchie decine sono state reclutate nelle comunità somale degli Stati Uniti e dell’Europa.

Il ministro degli esteri kenyano, Amina Mohamed, ha dichiarato: «Alcuni dei terroristi sono di origine araba o somala, ma sono cittadini americani e britannici». Il gen. Julius Karangi, capo di stato maggiore, le ha fatto eco: «Sappiamo con certezza che il gruppo è formato da membri provenienti da tutto il mondo. Questo non è un dramma locale: stiamo lottando contro il terrorismo globale». La conferma viene da un twitter di Al-Shabaab, che presenta la lista di nove nomi e spiega: «Tre provengono dagli Stati Uniti, 2 dalla Somalia, 1 dal Canada, 1 dalla Finlandia, 1 dal Kenya e 1 dal Regno Unito». Il presidente Obama non conferma la presenza di americani nel gruppo degli assalitori, ma ha riconosciuto che «si tratta di una situazione di interesse mondiale» e promesso assistenza. Washington e Tel Aviv hanno inviato squadre speciali anti-terrorismo in aiuto alle forze dell’ordine del Kenya.

 

Esercito contro Facebook e Twitter

Fin dalla prima sera, il governo del Kenya dice che «le forze dell’ordine sono in procinto di porre fine al dramma» e assicura che agenti anti-terrorismo hanno «il pieno controllo della situazione». Parole che si ripetono identiche la seconda e la terza sera.

Ma mitra e fucili di precisione sono alle prese con Facebook e Twitter, che i “giovani” terroristi sanno usare con sorprendente maestria. Si sono asserragliati nella stanza di coordinamento del mall, al quarto piano, e tengono sotto controllo tutte le entrate, le sale, i corridoi, le scale…

Esperti dell’esercito mettono fuori uso il network interno del centro commerciale. Il governo dà ordine di chiudere il Twitter su cui si sono sintonizzati i terroristi. Ma questi continuano a controllare la situazione con irrisoria facilità. E quando la polizia dice di aver liberato 10 degli ostaggi, è un loro SMS a smentirla: «Li abbiamo ancora tutti con noi».

Già, gli ostaggi! Da subito, vengono calcolati attorno a 30-40. Anche quando le forze dell’ordine riescono a occupare il primo e il secondo piano, affermando di averne liberati alcuni, un altro messaggino inviato ai mass media da Al-Shabaab le sbugiarda.

A sorprendere gli esperti internazionali di anti-terrorismo è il fatto che i giovani riescono a conoscere ogni loro mossa. Strano: alle telecamere televisive non è mai stato consentito di avvicinarsi al mall… A un certo punto, accade qualcosa: la polizia comincia a lanciare contro la folla, che è sempre numerosa, anche se a centinaia di metri di distanza, gas lacrimogeni e potenti getti d’acqua, costringendola ad allontanarsi ulteriormente. Chiaro il sospetto: gli Al-Shabaab dentro il centro commerciale ricevono messaggini e twitter da “compagni” presenti tra la folla.

Ma anche questo non serve a molto. Un giornalista della BBC riesce a mettersi in comunicazione con un somalo di Chisimaio. Il reporter è andato a colpo sicuro: l’individuo, che si fa chiamare Abu Omar, ammette di gestire un centro di coordinamento delle comunicazioni destinate ai terroristi asserragliati nel centro commerciale di Nairobi. Corregge alcune dichiarazioni fatte dalle autorità kenyane, conferma la presenza di ostaggi in mano ai giovani terroristi, e conclude: «I ragazzi non si faranno prendere vivi».

 

Sicurezza zero

Il terzo giorno, tutto diventa caotico. Ci sono esplosioni nel centro commerciale. Dal tetto esce una colonna di fumo, che non cesserà fino al quarto giorno. «I terroristi hanno incendiato un negozio di materassi», spiega il governo. «Sono le nostre forze dell’ordine che stanno facendo brillare le cariche esplosive disposte dai terroristi», afferma invece un ministro.

Altre esplosioni causano il crollo di un importante pilastro. Parte dei due piani superiori crolla. Si pensa che i terroristi si siano fatti saltare assieme agli ostaggi. Ma il capo della polizia assicura che sono stati i suoi uomini a causare il crollo «per facilitare il loro avvicinamento ai terroristi»: «Li stiamo braccando: la loro fine è vicina». Ma non è vero niente. Anche oggi nessuno sa di preciso cosa è avvenuto, tanto meno chi ha fatto cosa.

Mercoledì 25 il presidente, rivolgendosi alla nazione, dichiara la tragica situazione «superata». Ma le domande che rimangono senza risposta sono innumerevoli. Non si conosce ancora il numero esatto degli attentatori. Uno sarebbe stato ferito il primo giorno e portato all’ospedale, dove è sorvegliato. Sei sarebbero stati uccisi e 11 arrestati. Due sono stati fermati all’aeroporto, dove avevano esibito un legale biglietto per l’estero da poco emesso. Riprese delle telecamere interne durante i primi momenti dell’assedio sembrano confermare che i terroristi hanno potuto uscire ed entrare dal centro commerciale indisturbati.

Pian piano fanno capolino notizie sconcertanti su come gli Al-Shabaab siano potuti entrare in Kenya e nello Westgate con tutte quelle armi. E si viene a sapere che uno degli attentatori era stato condannato da un tribunale di Mombasa per attività terroristica, ma liberato otto giorni prima dell’assalto al mall. Altri erano presenti in Kenya da almeno un anno. Uno di loro aveva preso in affitto un appartamento di lusso a poche centinaia di metri dal centro commerciale. Un altro (una ragazza? britannica?) aveva preso in gestione un negozio all’interno del centro. Non deve essere stato difficile superare le misure di sicurezza per molte settimane – addirittura mesi –, se si sono usati piccoli furgoni del tutto simili a quelli che ogni mattina arrivano per rifornire i vari negozi e supermercati di nuova merce. Un saluto alla guardia… e si entra.

Martedì 24, in parlamento, il senatore Gideon Mbuyi Sonko, ha scioccato tutti: «Due mesi or sono, ho informato il nostro servizio nazionale di intelligence che ci sarebbe stato un attentato a un importante centro commerciale della capitale. Due donne erano venute nel mio ufficio, dicendomi che stavano vivendo da tre mesi con dei terroristi, che le maltrattavano e le minacciavano di morte. Ho subito inviato una di esse alla nostra intelligence… ma non le hanno creduto. In seguito, io stesso ho allertato l’agenzia, ma è stato tutto inutile». Altri parlamentari si sono lamentati della scarsa capacità dei servizi di sicurezza di proteggere la nazione, puntando il dito contro la corruzione: «Basta rifilare mille scellini (10 euro) a un agente di dogana o a un ufficiale governativo per ottenere un certificato di identità kenyana».

Ma la domanda che tutti si pongono è : cosa è capitato agli ostaggi? Nessuna sembra sapere nulla. Nessuno dice nulla. Il vicepresidente, William Ruto, si è lasciato sfuggire: «68 persone risultano tuttora disperse». Il capo della polizia ha aggiunto: «Il numero dei morti è destinato a salire. Sappiamo che sotto le macerie ci sono vittime. Alcune di quelle recuperate hanno la gola tagliata». Si tratta degli ostaggi uccisi dal pilastro portante fatto crollare dall’esercito?

Oggi iniziano tre giorni di lutto per l’intero paese. Le chiese cristiane e il consiglio islamico del Kenya, dopo aver condannato senza giri di parole l’attentato, ora non si stancano di invitare i propri fedeli a non lasciarsi prendere dalla tentazione di dividersi e di cercare capri espiatori. «Bisogna pregare per la riconciliazione e assistere le famiglie che hanno avuto un familiare ucciso… La religione deve unire, non dividere».

Ma la presenza somala sta diventando ingombrante a Nairobi. A Eastleigh, il quartiere della capitale denominato “La piccola Mogadiscio”, c’è paura. Nei vicini slum la gente comincia a dire sempre più ad alta voce: «Questi somali vanno fermati una volta per sempre… E se non lo fa il governo…».