Burkina Faso. Al voto l’11 ottobre
In pole position per le “presidenziali”, Kaboré, ex delfino di Compaoré e ora leader del Movimento per il popolo e il progresso. Il suo principale avversario sembra essere il moderato economista Diabré, che piace alla Comunità internazionale. Diviso il fronte sankarista.

Scheletri di macchine bruciate, cumuli di macerie, vetri e calcinacci. Come brace ancora accesa, davanti all’Assemblea generale di Ouagadougou, simbolo della rivolta burkinabè dello scorso 30 e 31 ottobre, i ricordi della rivoluzione restano vividi e tangibili come moniti scolpiti nella memoria. Non c’è stato nemmeno il tempo (o, più probabilmente, la volontà) di ripulire le strade della capitale che il “Paese degli uomini integri” si ritrova, a quasi un anno da quei giorni di rabbia e autodeterminazione, a dover dimostrare al mondo, e a sé stesso, di saper voltare pagina. Fra acque agitate da polemiche, pressione popolare e venti restauratori, un anno di transizione ha traghettato il Burkina Faso verso il più importante appuntamento della propria storia recente: le elezioni presidenziali e legislative in programma il prossimo 11 ottobre.

Il ritorno dei “dinosauri”
«Per spazzare via un regime durato oltre 27 anni, come quello di Blaise Compaoré, non bastano tre giorni di manifestazioni e nemmeno un anno di transizione. Anche se è presto, forse l’unico modo per cominciare a risalire il baratro dentro cui siamo caduti sono queste elezioni». Le parole di Me Guy Hervé Kam, leader e portavoce del movimento Le Balai citoyen, sono il megafono di un’intera nazione che si sente giovane e nuova, ma che teme di vedere dispersi gli sforzi di una rivoluzione che ha lasciato a terra corpi e speranze. La società civile è la vera novità politica del Burkina Faso. Ma, come succede spesso nei moti rivoluzionari, la forza iconoclasta delle masse non riesce a tradursi in una reale alternativa politica e, alla prima tornata elettorale, vecchi partiti e inedite sigle gestite dai soliti politici paludati si riprendono le sedie del potere, rimettendo a tacere le istanze popolari con la scusa di riportare ordine e stabilità.

Ventisette anni di regime corrotto e nepotista hanno prosciugato miliardi di aiuti internazionali, programmi di sviluppo e finanze pubbliche. L’élite economica del paese è profondamente collusa con l’ancien régime e tiene in scacco le istituzioni riformate dal Consiglio nazionale di transizione (Cnt), che da novembre cerca di tenere in piedi il Burkina Faso. Gli screzi fra i due principali interpreti della transizione – il presidente del Cnt Michel Kafando e il primo ministro ed ex-ministro della difesa, il colonello Yacouba Isaac Zida – hanno suscitato polemiche e provocato scioperi e proteste nel paese.

Nonostante ciò, il principale successo politico incassato dal Cnt in questi mesi è stata la riforma del codice elettorale, processo tutt’altro che indolore che accoglie alcune importanti richieste della società civile in merito al cambiamento delle istituzioni e delle regole del gioco. L’obbligo di lasciare l’esercito per chi desideri entrare in politica, le norme di trasparenza sui patrimoni personali e sulla gestione del denaro pubblico e l’ineleggibilità dei componenti del Cnt sono solo alcuni esempi dei principi democratici richiesti dalla popolazione.

Ma il cuore della riforma sta nell’ineleggibilità di alcuni militanti del Congresso per la democrazia e il progresso (Cdp), partito fondato da Compaoré nel 1996 e tuttora influente. Il testo della legge adottata ad aprile parla d’ineleggibilità per tutti coloro che «hanno sostenuto un cambiamento incostituzionale, attentando al principio dell’alternanza democratica». Chiaro il riferimento al progetto di Compaoré di revisione dell’articolo 37 della Costituzione, a causa del quale sono poi scoppiate le rivolte. Questo principio ha attirato anche le critiche della Cedeao, la Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale.

Pronostico incerto
In un clima che oscilla fra entusiasmo – che profuma di ritrovata libertà – e affrettata foga di voler voltare pagina, qualsiasi pronostico pare azzardato. Nonostante la pletora di candidati (le liste ufficiali si sono chiuse a fine agosto), comunque, molti osservatori e analisti della politica burkinabè concordano nel prevedere una corsa a tre, massimo quattro pretendenti. Alla presidenza molti vedono favorito Roch Marc Christian Kaboré, leader del Movimento per il popolo e il progresso (Mpp), politico navigato, ex-primo ministro e presidente dell’Assemblea generale sotto Compaoré. Kaboré è stato anche presidente dello stesso Cdp, il partito del regime, da cui ha preso le distanze all’inizio della bufera sulla revisione della Costituzione. La sua è una figura molto apprezzata dai burkinabè (è un mossi, l’etnia tradizionalmente al potere), percepita come espressione del cambiamento e non, come farebbero dubitare i suoi trascorsi personali, frutto della restaurazione del vecchio regime.

La sua vittoria al primo turno è data quasi per scontata, a differenza del risultato dell’eventuale ballottaggio, previsto due settimane dopo, in cui peseranno le alleanze con il terzo e il quarto candidato usciti dalle urne e gli altri partiti. I suoi principali avversari saranno, sembra, Zéphirin Diabré, leader dell’Unione per il progresso e il cambiamento (Upc), e Stanislas Bénéwendé Sankara, leader dell’Unione per la rinascita del partito sankarista (Unir-Ps). Diabré è un personaggio molto noto e influente nel panorama politico-economico del paese. Ex-direttore generale di 2 aziende francesi (fra cui Areva) e del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp) in Burkina, è un economista moderato che piace anche alla comunità internazionale, che ha elargito generosi fondi per finanziare lo svolgimento di queste elezioni.

Il secondo, invece, è l’avvocato della famiglia Sankara e il capofila del raggruppamento dei partiti e movimenti vecchi e nuovi che si richiamano agli ideali sankaristi. La difficile intesa raggiunta, però, ha cominciato a scricchiolare nei mesi precedenti al voto, riportando a galla antiche dissidenze e divisioni interne al fronte sankarista. Molti partiti e movimenti che avevano accettato la candidatura unica di Stanislas, infatti, hanno abbandonato la coalizione – alcuni addirittura raggiungendo le file del Cdp –, facendo urlare alla congiura reazionaria molti sostenitori del partito sankarista. Il tutto, mentre si aspetta ancora il verdetto del giudice sull’autopsia sui corpi del Capitano e dei suoi compagni; il cui responso potrebbe cadere proprio nel già caldo periodo elettorale. La verità sull’assassinio dell’ex-presidente Thomas Sankara (sull’atto di morte appare la scritta “morte naturale”, mentre molti accusano Blaise Compaoré di avere ucciso il proprio fratello d’armi) pesa almeno quanto l’esito delle elezioni presidenziali sul futuro del nuovo Burkina Faso.

Articolo estratto dall’ultimo numero di Nigrizia di settembre 2015

Nella foto una manifestazione in ricordo di alcune delle vittime della repressione presidenziale dell’ottobre 2014. (Fonte: Afp)