Kenya, la sentenza
Lo sostengono i giudici dell’Alta Corte kenyana in una sentenza che annulla l’inserimento del movimento indipendentista della costa nell’elenco dei “gruppi criminali organizzati”. Una decisione che ha messo in allarme il sistema della sicurezza interna ma anche la politica, perché permette al Consiglio repubblicano di Mombasa di correre come partito politico alle elezioni presidenziali del 2013.

L’Alta Corte del Kenya ha accolto, ieri, il ricorso presentato dal Consiglio repubblicano di Mombasa (Mombasa republican council, Mrc) dichiarando incostituzionale l’inserimento del movimento secessionista nell’elenco governativo dei 33 “gruppi criminali organizzati” operativi nel paese. Secondo i giudici, non esistono prove che il gruppo sia impegnato in attività criminali anche se, fanno notare, l’Mrc usa “espressioni di odio, di propaganda per la guerra e di incitamento alla violenza”.

 

Il movimento, nato ufficialmente nel 1999 e guidato dal sessantunenne Omar Mwamnwadzi, ex militare dell’esercito, era stato dichiarato fuorilegge nel novembre 2010. In questi 13 anni ha visto aumentare i consensi tra le popolazioni mijikenda (“le nove tribù” originarie della costa), grazie ad una campagna di propaganda condotta con toni populisti contro gli stranieri (intesi come tutti i non originari del luogo) accusati di sottrarre ai locali le terre e le ingenti risorse derivate dall’industria del turismo. Lo slogan “Pwani si Kenya” (“la costa non è Kenya”) ha fatto presa su una popolazione che per ben oltre il 60% vive con meno di un dollaro al giorno, colpita dalla disoccupazione (al 40% a livello nazionale) e che si sente sempre più esclusa dalle scelte politiche compiute nella capitale.

 

La sentenza emessa ieri a Mombasa dai tre giudici della Corte, ha avuto come immediata reazione la messa in allarme dei vertici della sicurezza nazionale che hanno indetto per oggi una riunione d’emergenza nella capitale, Nairobi. Sul movimento peserebbero, secondo il governo, sospetti di infiltrazioni da parte di militanti della rete jihadista somala al-Shabaab, che ha già rivendicato una serie di attentati terroristici compiuti negli ultimi mesi nella capitale e nel nordest del paese. A Mombasa, in particolare, l’attenzione rimane alta dopo il lancio di due granate in altrettanti locali pubblici che hanno provocato quattro morti e una sessantina di feriti il 17 maggio e il 24 giugno scorsi.

 

Le preoccupazioni dei vertici della sicurezza non riguardano, però, solo il terrorismo di provenienza somala. Nell’edizione online del 3 luglio, il quotidiano The Standard, traccia un quadro della possibile minaccia terroristica partendo dalle confessioni di due cittadini iraniani, arrestati il 19 giugno a Nairobi con 15 chilogrammi di esplosivo. I due avrebbero pianificato di portare a termine una serie di attacchi coordinati contro diversi obiettivi in tutto il paese, utilizzando 30 ordigni realizzati proprio con quei 15 chili di esplosivo. Ma, avrebbero specificato, non per sostenere la campagna terroristica degli islamisti somali, quanto, invece, per colpire interessi di paesi considerati sostenitori di Stati Uniti e Israele.

In questo contesto di tensione si inseriscono le rivendicazioni secessioniste del Consiglio repubblicano di Mombasa e i timori che, una volta divenuto partito politico a tutti gli effetti, il movimento possa alzare i toni della propaganda, innescando violenze etnico-politiche in concomitanza con le elezioni presidenziali del marzo 2013. Il ricordo dei massacri post-elettorali del 2008 sono, d’altronde, ancora molto vivi.

I motivi di timore, in questo senso, non mancano. Lo dice chiaramente Mwamnwadzi in una recente intervista all’agenzia Reuters: “Il voto sulla costa non ci sarà se non avverrà la secessione”. E ancora: “Ci faremo giustizia usando le pietre (…) siamo anche pronti a morire, abbiamo sofferto troppo a lungo”.

Fino ad oggi il presidente Mwai Kibaki ha sempre respinto ogni richiesta di secessione, rifiutando qualunque tipo di negoziato. Un’apertura in questo senso potrebbe aprire la strada alle richieste d’indipendenza di altre regioni del paese, ma il rischio maggiore consisterebbe nell’isolamento economico dell’intera macro-regione (Uganda e Sud Sudan in primis) derivante dalla perdita del sempre più importante sbocco al mare per il Kenya.

 

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