«Prego tutti i giorni perché il nostro presidente, che tutti giudicano come pessimo, duri il più a lungo possibile, perché ho visto che chi viene dopo, è sempre peggiore di chi l’ha preceduto». Così si esprimeva vent’anni fa un missionario comboniano deceduto qualche mese fa che aveva trascorso tutta la sua vita in Sudan.

Il controverso presidente golpista che ha governato il Ciad negli ultimi 30 anni, Idriss Deby Itno – 68 anni, ucciso il 19 aprile, in circostanze ancora da chiarire, ufficialmente mentre contrastava l’avanzata dei ribelli alla testa dell’esercito – è stato un uomo di grande personalità che ha marcato la storia del suo paese, obbligando alcuni ad essergli nemici e altri a venerarlo come mito. Il suo posto è stato occupato da uno dei figli, Mahamat, che oggi guida una giunta militare di transizione che ha sciolto governo e parlamento, e annullato la Costituzione.   

Gli inizi

Nel settembre 1984 mi trovavo nel sud del Ciad, a Moissala, quando è scoppiata la rivolta dei ribelli, chiamati “Codo”, contro Hissène Habré, uomo del nord, arrivato al potere due anni prima. La repressione dell’esercito era stata feroce: centinaia di villaggi bruciati, fuga in massa della popolazione verso il Centrafrica, arresti ed esecuzioni arbitrarie, scomparsa di leader scomodi, installazione di un regime di terrore in tutta la zona.

La repressione era guidata da un giovane capo di stato maggiore dell’esercito, sconosciuto all’epoca, di nome Idriss Deby, che si era distinto al nord nel condurre la campagna contro la Libia, che aveva occupato più di metà paese, e al sud per atti di crudeltà e violazioni dei diritti umani. «L’ho visto con i miei occhi…» mi confidava un infermiere militare, inorridito da ciò che occhi umani vorrebbero non vedere mai.

Ministro degli interni era allora Brahim Mahamat Itno, suo fratellastro: un altro protagonista di quel tempo angosciante. Venuto a “pacificare” il sud nel gennaio 1985, riunì tutti gli stranieri (praticamente erano esclusivamente religiosi) e li accusò di aver riferito alla Francia quanto era successo in quel settembre nero, minacciandoli di espulsione: «Non avete il diritto di far conoscere al mondo “le sbavature” dell’esercito. Ogni paese ha la sua storia, le sue guerre e i suoi morti. Lasciate al Ciad il compito di fare le sue guerre e voi occupativi di far pregare la gente».

Quello stesso anno Idriss Déby venne rimosso dal suo incarico e inviato a Parigi all’Ecole de guerre. Al suo ritorno fu nominato consigliere militare della presidenza. Due anni più tardi, guidò nuovamente l’esercito contro le truppe libiche, ottenendo notevoli successi sul campo.

Nel 1989 emerse un contrasto tra Habré e Déby, accusato di preparare un colpo di stato assieme al fratello Brahim Mahamat Itno e il cugino Hassan Djamouss, nuovo capo di stato maggiore. Il tentato golpe cu fu e solo Déby riuscì a salvarsi. Il fratello fu ucciso e il cugino giustiziato da Hissène Habré (sarà poi riabilitato da Déby che gli dedicherà l’aeroporto internazionale di N’Djamena).

Idriss riparò dapprima in Libia e successivamente in Sudan, dove fondò il Movimento patriottico di salvezza (Mps), gruppo armato di ribelli che, grazie al supporto di Libia e Sudan, cominciò ad attaccare le forze regolari di Habré. Il 10 novembre 1990, le truppe di Déby sferrarono l’attacco decisivo che le condusse, pochi giorni dopo (2 dicembre), ad entrare nella capitale senza incontrare resistenza e a prendere il potere, mentre il dittatore Habré si rifugiava in Senegal.

Un militare a pacificare il paese

A partire da quel giorno ci si dovette confrontare non solo con un belligerante capo militare, ma anche con un uomo politico. Nonostante i precedenti sanguinari e gli inizi problematici (era pur sempre un musulmano del nord che aveva occupato il sud “cristiano”), fu parzialmente accettato come liberatore anche dalla gente del meridione, terrorizzata e soffocata dalla politica poliziesca del regime Habré, con un credito di fiducia e di speranza. Il suo discorso inaugurale, preparato da un funzionario cristiano, riportava le parole di S. Pietro rivolte al paralitico della porta Bella: “Non possiedo né oro né argento, ma quello che ho ve lo do: la libertà”. 

Permise infatti una certa libertà di stampa, nacquero i primi giornali (di 4 pagine!) e i primi partiti di opposizione, si allentarono gli asfissianti controlli sul strade e aeroporti, con la chiesa cattolica si instaurò un dialogo accettabile e si favorì il dialogo interreligioso. Si sapeva che il nuovo presidente leggeva attentamente il messaggio dei vescovi per il Natale, generalmente critico nei confronti del governo. Venne riconosciuto come uomo di parola, affidabile. «Dico ciò che faccio e faccio ciò che dico», era il suo motto.

Déby ricordava spesso le sue origine umili: il papà, allevatore, gli fece dono di un paio di pecore perché si pagasse gli studi e diventasse autonomo. «Mia mamma non pregava» confidò una volta al vescovo della capitale, intendendo che la mamma non era islamizzata. Lui, invece, era riconosciuto come un musulmano moderato e gli islamisti non hanno mai avuto vita facile con lui.

Come capo militare non conosceva la paura. Era presente in prima persona nelle zone di guerra a dirigere le operazioni o a rincuorare le truppe. Ebbe a dire: «Un giorno sentirete dire che Déby è morto. Ma non sentirete mai dire che Déby è fuggito…». Parole profetiche.

La manna e la maledizione del petrolio

Ebbe il merito di credere al progetto petrolio e di far diventare il suo paese il quarto produttore dell’Africa, facendo accordi con la Francia prima, gli Stati Uniti e la Cina poi. Il giorno in cui la Chiesa proclamava santo Daniele Comboni (5 ottobre 2003), inaugurò l’oleodotto che portava l’oro nero del Ciad al porto camerunese di Kribi, nel golfo di Guinea.

Con i proventi del petrolio dotò il paese di infrastrutture essenziali: strade, scuole, ospedali e cisterne per l’acqua potabile praticamente in ogni regione. Tutti sapevano che una parte dei proventi era destinata ai suoi conti personali ma, secondo alcuni, in proporzione inferiore a quanto fatto da altri suoi omologhi africani.

Lo sfruttamento del petrolio comportò anche un aumento della tensione e della conflittualità, poiché erano molti quelli che su quelle risorse cercavano di lucrare. Si era stabilito che una percentuale dei proventi doveva essere destinata “alle generazioni future”.

Purtroppo questo “tesoretto” fu presto deviato per l’acquisto di armi. «Le generazioni future hanno bisogno di sicurezza e le armi servono a garantirla», fu la spiegazione.  Dieci anni fa il comboniano Michele Russo, vescovo di Doba, nel cui territorio era stato trovato il petrolio, fu coraggioso nel denunciare l’uso distorto della manna petrolifera. Ebbe come ricompensa l’espulsione dal paese.

Fu così che l’esercito di uno dei paesi più poveri del mondo, si trasformò nell’esercito più accreditato di tutto il Sahel. E, a ragione, i capi di stato stranieri hanno riconosciuto a Idriss Déby e all’esercito del Ciad delle capacità notevoli nel contrasto alla rete jihadista e a Boko Haram, che non tardò a vendicarsi facendo esplodere delle bombe nella sede della gendarmeria a N’Djamena, a pochi passi dalla presidenza, causando 27 morti, il 15 giugno 2015.

Déby, per mantenere il potere, ha usato l’inganno, l’imbroglio, il sostegno esagerato alla famiglia e all’etnia. Tutti ricordano che, durante una campagna elettorale, passando per i villaggi distribuiva a profusione banconote… rivelatesi poi dei falsi. Ha praticato il “divide et impera”, moltiplicando le sottoprefetture e affidandone la responsabilità a capi militari vicini di casa e di partito.

Ha messo il bavaglio e incarcerato chi si dimostrava troppo critico nei suoi confronti. Soprattutto, ha tradito la fiducia di chi credeva che avrebbe portato il paese ad una vera democrazia. La lunga serie di elezioni presidenziali sono state una lunga serie di brogli elettorali e di cambiamenti della Costituzione “ad personam”.

Per dare una parvenza di democrazia, aveva affidato il ruolo di primo ministro a persone originarie delle diverse zone del paese. Da qualche tempo però aveva rinunciato a nominare il primo ministro, riservando per sé anche le sue prerogative.

Il poter disporre di ingenti somme di denaro, non lo ha reso immune dalla tentazione di comprare i consensi o le alleanze. Questo comportamento da despota ha causato una serie di ribellioni e di conflitti armati, per risolvere i quali Déby ha chiesto regolarmente l’intervento della Francia.

Anche la Chiesa cattolica probabilmente non è stata del tutto indenne davanti a certe tentazioni. Mi sono chiesto come mai le dichiarazioni ufficiali della conferenza episcopale ciadiana abbiano perso nel tempo molta della loro profezia iniziale.

In trent’anni il paese è cambiato. N’Djamena, da grosso villaggio polveroso e fangoso, è diventata la capitale con strade, strutture, ministeri, uffici di qualità. Ha creato alle porte della città una nuova università. Si sono moltiplicati i centri di cura e gli ospedali. Ma la qualità della vita della gente non è migliorata.

Nel 2006 e nel 2008 vi sono stati due tentativi di colpo di stato, sventati all’ultimo momento. Quando le auto dei ribelli hanno circolato per le strade della capitale, la gente era scesa in massa gridando di gioia e accogliendo i ribelli come liberatori. E’ durata poco e hanno capito presto chi era quell’uomo ambiguo che ha tenuto in ostaggio il Ciad per oltre 30 anni.