Tre presidenti sotto inchiesta
Ricettazione, riciclaggio di denaro sporco, appropriazione indebita. Per milioni di euro. Sono le accuse di una denuncia di Transparency International. Denuncia che una giudice francese ha deciso possa fare il suo corso. Sul banco degli imputati: Omar Bongo (Gabon), Teodoro Obiang Nguema (Guinea Equatoriale) e Denis Sassou-Nguesso (Repubblica del Congo). In ballo, anche banche francesi e le compagnie petrolifere Elf e Total.

 

Non è un caso se il presidente gabonese Omar Bongo ha terminato i suoi giorni, lo scorso 8 giugno, in una clinica di Barcellona e non in un ospedale francese, come numerosi suoi pari africani. Il suo ultimo gesto politico è stato di decidere, all’inizio di maggio, di andare a farsi curare in Spagna.

Ha voluto così manifestare il suo cattivo umore verso la Francia, dove, per la prima volta, il 6 maggio, la giudice Françoise Dasset non ha seguito l’indicazione del pubblico ministero e ha considerato ricevibile la denuncia dell’organizzazione non governativa Transparency International contro Omar Bongo e i suoi colleghi Teodoro Obiang Nguema (Guinea Equatoriale) e Denis Sassou-Nguesso (Repubblica del Congo). Questa denuncia si aggiunge a un’azione avviata dalle associazioni Sherpa e Survie, e dalla Federazione dei congolesi della diaspora.

I tre presidenti sono stati accusati di ricettazione, sottrazione di fondi pubblici, riciclaggio di denaro sporco, abuso di beni sociali e appropriazione indebita. Tutti e tre i personaggi sono membri di quella che in Francia si chiama Françafrique, cioè l’intreccio di interessi opachi e affaristici che, dopo le indipendenze, ha tenuto insieme le grandi imprese e i dirigenti politici francesi con i leader africani. Le attenzioni si focalizzano sul patrimonio “francese” dei tre presidenti e del loro entourage.

Secondo un inventario dell’Ufficio per la repressione della grande delinquenza finanziaria, sono in gioco decine di residenze lussuose, auto fuoriserie (Ferrari, Maserati, Bugatti, ecc.) e centinaia di conti bancari: beni acquisiti indebitamente dai presidenti in questione con denaro pubblico sottratto ai loro paesi.

Rompendo con il tradizionale allineamento con l’esecutivo e permettendo alla procedura di andare avanti, la decana dei giudici istruttori ha, dunque, consentito l’apertura di un’inchiesta giudiziaria. Per i denuncianti, si tratta di una «decisione storica che fa sperare nella fine dell’impunità per i dirigenti corrotti nel mondo».

Certo i dossier sono esplosivi. Nessuno a Parigi dubita che, se la giustizia francese mettesse il naso negli averi poco puliti dei tre capi di stato, ci saranno ripercussioni diplomatiche. Omar Bongo, prima di morire, aveva minacciato «di riflettere sul seguito da dare alle relazioni franco-gabonesi». E l’uomo era piuttosto influente. Per una ragione piuttosto semplice. Se è stato dimostrato che la Elf e altre compagnie petrolifere hanno “unto” la presidenza gabonese per poter ottenere dei permessi, è altrettanto noto che Bongo, in 42 anni di regno, è diventato maestro nell’arte di gestirsi i favori e il silenzio dei tenori della classe politica francese.

All’indomani della sua morte, la radio commerciale francese Europe 1 ha diffuso rivelazioni attribuite all’ex presidente francese Valéry Giscard d’Estaing, secondo il quale Bongo avrebbe finanziato la campagna elettorale del suo rivale Jacques Chirac. Sono circolate anche voci insistenti sul finanziamento da parte di Bongo sia del Partito socialista sia del Fronte nazionale di Jean-Marie Le Pen. La stampa francese ha anche sottolineato i ricchi contratti di consulenza sottoscritti dalla presidenza gabonese, di cui ha beneficiato Bernard Kouchner, prima di essere nominato ministro degli esteri del governo Sarkozy.

 

Denaro rubato all’Africa

Da parte sua, Teodoro Obiang Nguema, sullo stile della democrazia saudita, ha saputo procurarsi i favori del Partito repubblicano Usa. Secondo Global Witness, una ong britannica, il presidente delle Guinea Equatoriale ha versato fondi almeno per la prima campagna elettorale di George W Bush.

Tornando a Bongo, la sua influenza in Francia era piuttosto concreta. Nel 2008, è riuscito a ottenere da Sarkozy il trasferimento del segretario alla cooperazione Jean-Marie Bockel, che si sarebbe macchiato di «lesa maestà», promettendo di sottoscrivere «l’atto di morte di Françafrique». Morto Bongo, l’azione giudiziaria dovrebbe essere estesa agli eredi, disseminati in tutto l’apparato statale gabonese. Così spiega William Bourdon, avvocato di Transparency, il quale sottolinea che la successione dei beni acquisiti indebitamente non potrà che essere «complicata» o addirittura «sospesa», in ragione della procedura in corso.

Intanto, a Brazzavile, capitale della Repubblica del Congo, il governo ha finto sorpresa davanti alla decisione della giustizia francese. Gli avvocati di Sassou Nguesso si sono affrettati a dichiarare che «non c’è nulla di concreto» e che «l’inchiesta è assurda», ispirata da una «mentalità coloniale»…

Ma non sono solo i capi di stato africani a nutrire timori. Chi ha una certa familiarità con le “carte” dell’inchiesta è del parere che c’è il rischio concreto che siano tirate in ballo alcune banche francesi e il gigante petrolifero Total.

E, a dispetto della reticenza della presidenza francese e di Quai d’Orsay di fronte alle procedure, il vento sta cominciando a girare. I beni acquisiti indebitamente non sono più “sacri”. Lo scorso 13 febbraio, un ufficiale giudiziario ha fatto bloccare 4,2 milioni di euro sui conti bancari di Omar Bongo presso il Crédit Lyonnais e la Bnp-Paribas in Francia. Questa azione segue una sentenza del settembre 2008, che condanna Bongo a versare 457mila euro al figlio di un imprenditore francese, che aveva dovuto accreditare questa cifra sul conto personale del presidente gabonese per liberare suo padre, arrestato nel 1996 a Libreville.

Secondo l’avvocato Bourdon, la Francia non deve restare «una terra d’asilo per il denaro rubato agli africani».

 

 

I protagonisti:

 

Bongo, l’amico delle banche

A sentire le ong francesi, Omar Bongo avrebbe un conto segreto presso la Canadian Imperial Bank of Commerce di Ginevra, aperto dal suo consigliere Samuel Dossou-Aworet. Mentre un’inchiesta del senato americano, pubblicata nel 2000, ha rivelato l’esistenza di un conto segreto alla Citibank. Il defunto presidente è anche sospettato di aver dirottato negli Usa 130 milioni di dollari tra il 1985 e il 1997: questo denaro sarebbe una parte di una dotazione presidenziale, pari all’8,5% del budget gabonese (cioè 110 milioni di dollari), che stranamente non appare nei conti sottoposti ai controlli del Fondo monetario internazionale.

A Parigi, Bongo e i suoi congiunti sono proprietari di una palazzina con quattro appartamenti nei dintorni di Avenue Foch (valore stimato: 19 milioni di euro). Secondo un’inchiesta della polizia, citata da Le Monde, il clan di Bongo sarebbe proprietario in Francia di 33 beni immobiliari, di cui 17 di proprietà del defunto presidente.

La polizia francese ha anche scoperto che un figlio di Bongo, Ali, ministro della difesa, ha acquistato due Ferrari per 400mila euro. Il tesoro pubblico gabonese ha inoltre finanziato per metà l’acquisto di una Mercedes R350L, per 750mila euro: l’acquirente è Pascaline, figlia di Bongo e direttrice del suo gabinetto, nonché moglie del ministro degli esteri, Paul Toungui. La famiglia possiede altre cinque Mercedes, tre Porche e una Bugatti. Evidentemente in Gabon il potere è un affare di famiglia… Secondo il settimanale L’Express, Bongo e la sua famiglia possiedono 70 conti bancari.

Il salario ufficiale di Bongo era di 14mila euro al mese, contro i 30mila euro di Sassou Nguesso e i 5mila dollari di Obiang Nguema.

 

Obiang Nguema, il cleptocrate

Stigmatizzato dal senatore americano Varl Levin, in un rapporto del 2004, come uno dei capi di stato africani più corrotti, il presidente della Guinea Equatoriale, Nguema, è descritto dal quotidiano Le Monde come un «cleptocrate petrolifero». E la rivista statunitense Forbes stima la sua fortuna in 600 milioni di dollari.

Secondo il quotidiano Le Figaro, sarebbe proprietario di un palazzo in Avenue Foch a Parigi. E Le Monde racconta che Teodorin, figlio del presidente, avrebbe tre Bugatti, costate ciascuna 1 milione di euro e pagate conassegni emanati da società «dal profilo opaco». La polizia francese ha identificato cinque altre vetture intestate a lui e acquistate in Francia tra il 1998 e il 2007: due Ferrari, una limousine Rolls Royce e due Macerati, per un totale di 4,2 milioni di euro.

Nel novembre del 2006, l’ong britannica Global Witness ha rivelato che Teodorin aveva acquistato a Malibu (California) una casa da 35 milioni di dollari, quando il suo salario non arriva a 5mila al mese. Global Witness rimprovera alla banca Barclays di aver aiutato la famiglia a riciclare milioni di dollari provenienti dalle entrate petrolifere. Bnp-Paribas subisce lo stesso appunto per ciò che riguarda la dissimulazione dei conti di Bongo ai suoi creditori.

 

Sassou-Nguesso e la rendita petrolifera

Denis Sassou-Nguesso è stato messo sotto accusa dall’ex presidente della Banca Mondiale, Paul Wolfowitz, per sottrazione di beni pubblici. Il presidente del Congo è stato criticato anche per il conto d’albergo che ha pagato lo scorso anno a New York, in occasione del 60° anniversario dell’Onu: 140mila euro.

Nella loro denuncia, le ong francesi identificano nella rendita petrolifera l’origine dei fondi deviati e sottratti. Tra il 1979 e il 1982, Nguesso avrebbe negoziato la vendita di petrolio al di sotto del prezzo del mercato mondiale, chiedendo in contropartita versamenti sui propri conti bancari. Lo ha dichiarato, nel 1999, un testimone davanti alla Commissione d’inchiesta del parlamento francese, che indagava sul ruolo delle compagnie petrolifere nella politica internazionale.

Secondo il Fondo monetario internazionale, tra il 1999 e il 2002, 248 milioni di dollari, proventi del petrolio, non hanno lasciato traccia nella contabilità nazionale. Xavier Harel, giornalista del quotidiano La Tribune, stima che la fortuna di Nguesso ammonti a 1 miliardo di dollari.

I querelanti ritengono che le società petrolifere francesi Elf e Total non siano estranee a queste malversazioni. Inchieste giudiziarie britanniche e americane hanno consentito di scoprire che Nguesso e i suoi hanno messo insieme un sistema di società-schermo nei paradisi fiscali, per svendere petrolio sottocosto.

In Francia, Nguesso possiede un palazzo a Vésinet, vicino a Parigi, con i pavimenti in marmo bianco di Carrara e il cui valore è stimato tra i 5 e i 10 milioni di euro. Il nipote Wilfrid ha un appartamento da 3 milioni di dollari a Courbevoie, periferia parigina. E ci sono altri quattro appartamenti: uno per il fratello Maurice; un altro per la moglie di Nguesso, Antoinette (2,5 milioni di euro); un terzo per il figlio Denis Christel (1,6 milioni); l’ultimo per la figlia Julienne (3,15 milioni). A conti fatti, il clan Nguesso possiede 24 appartamenti, 112 conti bancari e un parco macchine con Aston Martin, Bugatti, Maybach, Mercedes e Ferrari.