Comitato Riconversione Rwm
Riconvertire la fabbrica di armi Rwm e progettare uno sviluppo fondato sull'agroalimentare sostenibile e sul turismo. Succede in un comune del sud della Sardegna.

Quando, nel 2001, venne resa nota l’intenzione della S.E.I., società che produceva esplosivi ad uso minerario nella sede di Domusnovas, di passare alla produzione di esplosivi ad uso bellico e di armamenti in genere la società civile insorse: il vescovo di allora, mons. Pillolla, il sindaco di Iglesias, Collu, e tantissime organizzazioni della società civile protestarono energicamente, anche se, a detta della proprietà e degli sponsor politici, essa avrebbe messo al riparo i dipendenti dal rischio di perdere il lavoro a causa della crisi delle miniere.

Vennero raccolte in poco tempo oltre 14.000 firme, furono testimonial dell’opposizione popolare personaggi come Moni Ovadia, Francesco Guccini, i Nomadi e parteciparono tantissime persone di ogni estrazione e dei più vari sentimenti politici.

Forse allora era più chiaro di oggi, per tutti, che poteva essere possibile ed auspicabile un altro genere di sviluppo. La consapevolezza della fragilità del sistema industriale, con l’industria metallurgica dell’alluminio che aveva già abbondantemente inquinato il territorio e precarizzato i dipendenti con una gestione aziendale ed un sistema politico clientelare e ricattatorio, aveva portato ad intravedere nel turismo sostenibile, nell’agroalimentare, ed in produzioni industriali rispettose dell’ambiente e dei lavoratori, le direttrici sulle quali il Sulcis-Iglesiente avrebbe potuto impostare la propria rinascita economica. Non certo sugli armamenti.

Alcuni di noi, parteciparono con convinzione alle manifestazioni, ai dibattiti, ai sit-in di quegli anni, consapevoli che il messaggio evangelico era da attualizzare nelle cose quotidiane, che seguire Gesù non si esprimeva tanto nell’attaccamento a devozioni tradizionali ma nello stare accanto ai fratelli che avevamo intorno per costruire insieme un mondo migliore per tutti. E si traduceva, quindi, necessariamente, anche, in azioni politiche. Il motto che aveva caratterizzato la nostra formazione negli anni 70-80, era stato “morire per la propria gente”. Si era espresso allora in tante piccole attività a favore dei poveri e degli emarginati, ora si poteva concretizzare nel “mettere a disposizione la propria vita quotidiana” di un progetto che puntava a tutelare la comunità da una scelta sbagliata che ne avrebbe potuto condizionare ulteriormente il futuro.

Le azioni messe in campo non raggiunsero però il risultato sperato, la trasformazione si fece, anche con soldi pubblici, e seguirono tanti anni in cui della fabbrica non si seppe quasi più nulla. Se non fosse stato per qualche gruppo pacifista che di tanto in tanto andava a protestare davanti ai cancelli, si sarebbe anche potuto pensare che non fosse più in produzione. Il riserbo assoluto imposto ai dipendenti e la collocazione geografica isolata, anche se a pochissimi chilometri dal centro abitato, ne facevano un corpo a sè stante, apparentemente senza rapporti col territorio e fuori dal sentimento collettivo.

Molti di noi continuarono ad impegnarsi nel sociale ma senza quasi più occuparsi della S.E.I.. Furono animatori di percorsi educativi sulla mondialità, l’ecologia, l’impegno civico, la famiglia, entrarono nelle istituzioni locali, fondarono una bottega equosolidale ed una Scuola Civica di Politica, puntando sempre a stringere legami e costruire relazioni significative con tutti ed in particolare con chi agiva nel sociale senza una motivazione religiosa ma con grande determinazione verso il bene comune.

Nel 2010 la SEI (che era per il 70% di proprietà francese)  fu acquistata da Rheinmetall e divenne RWM Italia spa (controllata al 100% dalla casa madre tedesca) ma anche questo passaggio non suscitò particolari attenzioni a livello locale e tutto andò avanti in sordina fino al 2015.

Nel frattempo la situazione occupazionale generale si era ulteriormente aggravata, la disoccupazione giovanile era schizzata al 60%, le fabbriche, di proprietà canadese, statunitense, russa, erano in forte crisi con centinaia di lavoratori in cassa integrazione e il Sulcis-Iglesiente era stato classificato “provincia più povera d’Italia”. Tutto ciò, nonostante l’enorme patrimonio di know-how industriale, gli importantissimi lasciti architettonici ed archeo-industriali del periodo d’oro delle miniere (tra il 1850 ed il 1970), le aree costiere e montane di grande bellezza, la pianura agricola del Cixerri, le colline a vocazione vitivinicola ed olearia, tutto ancora da mettere a frutto sotto l’aspetto turistico e produttivo.

Quando nel 2015 arrivò da Human Rights Watch la documentazione delle bombe sarde ritrovate in Yemen fu un fulmine a ciel sereno. I nostri amici pacifisti avevano continuato a segnalare l’inaccettabilità di quella fabbrica ma noi non ci eravamo più mobilitati, nell’ingenua illusione che gli armamenti prodotti vicino alle nostre case fossero utilizzati solo come deterrenza dagli alleati europei e da paesi Nato. Così avevano assicurato dirigenti SEI e politici nel 2001.

A marzo di quest’anno il Movimento dei Focolari italiano ha firmato un appello al Ministro Alfano, insieme ad Amnesty International, Oxfam, Fondazione Banca Etica, Opal Brescia, Rete Italiana per il Disarmo, Alex Zanotelli e, in questo modo, ci ha dato il sostegno necessario per mettere in cantiere un’iniziativa importante su Iglesias.

Siamo partiti col condividere l’idea con tutte quelle associazioni che avevano continuato a lavorare sul territorio per un diverso modello di sviluppo ma il tentativo di coinvolgimento voleva essere globale e puntava a coinvolgere i lavoratori della fabbrica, ai quali abbiamo scritto una lettera aperta “cuore in mano”, il vescovo ed i parroci, l’amministrazione comunale, i politici a tutti i livelli.

Nel corso di una riunione pubblica, nella piazza più antica della città, davanti alla duecentesca cattedrale dedicata a Santa Chiara d’Assisi ed al palazzo Civico, ci siamo accordati sulle modalità dell’azione con i gruppi locali: dal comitato contro le servitù militari (di area anarchica), alla rappresentanza di docenti della scuola primaria che avrebbero partecipato con i loro alunni, dall’associazionismo per lo sviluppo locale, all’associazione dei partigiani.

La manifestazione del 7 maggio 2017 ad Iglesias è stata una grande festa delle idee. Di quelle idee che non si accontentano di uno straccio di lavoro, di un territorio da depredare pur di portare a casa lo stipendio, di un lavoro che rende possibile la guerra ma che invece puntano alto: crescita senza sfruttamento e soprattutto senza vittime, “Lavoro” con la maiuscola che crea futuro e da speranza, ambiente da considerare come la casa comune da preservare. Alla marcia che ha attraversato la città eravamo in tanti con la presenza di sindaco, vicesindaco, assessori e consiglieri ma soprattutto con tanti ragazzi e giovani variopinti con i colori dell’arcobaleno. Sul palco in piazza, oltre a rappresentanti nazionali e locali di associazioni e comitati anche artisti esordienti o già conosciuti ma, intorno, ancora tanti giovani, tante gente comune desiderosa di voltare pagina.

Dal giorno dopo è stato un serrato susseguirsi di riunioni, accessi agli atti delle amministrazioni coinvolte, esame e produzione di documenti, appelli e mozioni elaborate dal neonato Comitato, composto ad oggi da 23 aggregazioni diversissime tra loro. Segnalo a titolo di esempio: la Chiesa Evangelica Battista, il Movimento Nonviolento sardo, il Centro Studi “Sereno Regis”, il movimento politico sardista “Unidos”.

A livello nazionale siamo collegati e sostenuti dal gruppo di associazioni che si riconoscono nella Rete Italiana della Pace e nella Rete Italiana per il Disarmo, insieme ad Amnesty Int., Fondazione Finanza Etica, Oxfam Italia. Con loro abbiamo avuto la possibilità di presentare anche alla Camera dei Deputati, il nostro programma.

Per il Consiglio Comunale di Iglesias del 13 luglio scorso, convocato su nostra richiesta, sul tema dello stabilimento RWM Italia di Domusnovas, abbiamo avviato una sensibilizzazione a tappeto di tutti i consiglieri, di ogni gruppo politico. A tutti abbiamo proposto un testo di mozione da votare in Consiglio dove si affronta la questione delle bombe sotto i vari punti di vista che suscitano preoccupazione: l’aspetto etico-morale, quello legale relativo al rispetto della L.185/90, quello ambientale e quello occupazionale. E con nostra grande soddisfazione, nella riunione del 19 luglio 2017, il parlamentino iglesiente ha votato all’unanimità un ordine del giorno che dichiara Iglesias “città della Pace e della Solidarietà”, rifiuta la produzione di bombe e chiede al Governo nazionale ed alla Giunta sarda di adoperarsi per rendere possibile la riconversione della fabbrica a produzioni civili o la sua chiusura e sostituzione con altre attività a salvaguardia di tutti i posti di lavoro.

Siamo solo ai primi passi di un cammino che prevediamo lungo e ricco di difficoltà ma … come dice Francesco, “l’importante è avviare processi”, non occupare spazi.

Nella foto: Iglesias, 7 maggio scorso. Momenti della manifestazione del Comitato per la riconversione.