AL-NUQTA – GIUGNO 2019
Elena Balatti

La scena di papa Francesco inginocchiato a baciare i piedi di quattro politici sudsudanesi, fra cui il presidente Salva Kiir e il vicepresidente designato Riek Machar, nemici decennali, è stato un momento senza precedenti nella lunga storia della diplomazia vaticana. Le emozioni sono state forti. Paolino Lukudu Loro, arcivescovo di Juba e uno dei membri della delegazione ecumenica, ha detto al suo ritorno in Sud Sudan che parecchie persone non hanno trattenuto le lacrime quando hanno visto quello che il papa stava facendo.

Ciò è comprensibile perché un istante di tale densità ha reso presenti tutti coloro che sono morti, che hanno sofferto e che ancora stanno soffrendo per il conflitto in questo paese. Guardando il video, mi sono commossa anch’io: è stato come vedere una storia di dolore concentrarsi in un gesto e, allo stesso tempo, intuire che sono possibili prospettive di cambiamento.

Per la Pasqua, il presidente ha scritto un messaggio in cui dichiarava di aver «tremato» quando il papa si era inginocchiato davanti a lui. E Salva Kiir è un soldato di lunga carriera che difficilmente esprime emozioni simili. Riek Machar, in uno scritto pubblicato sulla sua pagina Facebook alle 4,10 del mattino di Pasqua, ha ringraziato il Vaticano per l’invito e ha affermato: «Dobbiamo trasmettere lo stesso spirito di pace, riconciliazione e amore a voi, il nostro popolo». E anche Machar è un militare di lunga carriera, che usa un linguaggio che sembra venire da un pulpito. L’effetto di quel bacio, se così possiamo esprimerci, è stato forte, come messo in evidenza anche da questo nostro mensile che è Nigrizia e che il mese scorso ha dedicato editoriale e copertina allo storico momento.

Le emozioni sono importanti in vista dell’azione, e i fatti sono ciò che l’opinione pubblica sudsudanese attende dopo aver grandemente apprezzato il ruolo del papa e delle Chiese. Ma che azioni si sono viste il mese scorso?

Il 12 maggio era prevista la formazione del governo di unità nazionale con l’inclusione di tutti i partiti firmatari dell’accordo di pace. Ma ciò non è avvenuto. I toni si stavano piuttosto surriscaldando e la questione dell’opzione militare (!) è stata nuovamente messa sul tappeto. I mediatori dell’Igad, l’organizzazione dei paesi dell’Africa orientale, a fatica sono riusciti a strappare un compromesso: le parti si sono date altri sei mesi di tempo per accordarsi sulla formazione di un nuovo governo di coalizione.

Il papa e la Chiesa anglicana, parte dell’iniziativa da alcuni definita di “diplomazia spirituale”, avrebbero dunque sprecato tempo e risorse nell’organizzare in Vaticano la due-giorni per i politici sudsudanesi? Non credo proprio, perché il valore del gesto di vicinanza a un popolo che ha sofferto per più di mezzo secolo a causa di una sequenza di conflitti rimane.

I leader politici e militari difficilmente potranno dimenticare la sfida rappresentata dal gesto del papa. Passato però il momento delle emozioni in cui sono parsi disposti quasi a tutto per la pace, ora devono dimostrare di avere la volontà politica di agire su quelle emozioni positive. O dobbiamo arrenderci all’impressione che l’effetto del bacio papale dei piedi stia tanto velocemente svanendo?

Nuovo governo di coalizione
La proposta formulata dall’Igad – sei mesi per formare un governo di unità nazionale – è stata accolta e rimane valida e ufficiale. Il presidente Salva Kiir ha tuttavia affermato che ci vorrà almeno un anno. Secondo lui, infatti, non sono ancora riunite le condizioni per completare, entro novembre, le operazioni di addestramento e unificazione in un esercito nazionale delle varie milizie armate, e ha accusato Riek Machar di reclutare nuovi combattenti.