ECONOMIA IN BIANCO E NERO – MAGGIO 2014
Riccardo Barlaam

Ogni mese la Nigeria perde 1 miliardo di dollari (1 miliardo, ho scritto bene) in mancati introiti non contabilizzati dall’azienda statale che gestisce l’industria petrolifera: è il costo della corruzione e quello per i mancati guadagni generati dal valore del greggio venduto sul mercato interno il al di sotto del prezzo di mercato. La denuncia arriva dal governatore della Banca centrale della Nigeria, Lamido Sanusi, e non da una ong ambientalista.

Il 70% delle entrate del bilancio pubblico nigeriano dipende dalle royalty petrolifere. La Nigeria è il primo paese produttore africano, ma il petrolio continua a essere la sua maledizione. Pochi ricchi, ricchissimi. Troppi con poco o niente.

Sanusi, che termina il suo mandato il prossimo giugno, ha presentato un rapporto di centinaia di pagine con dati statistici, prove, proposte e pareri legali davanti alla Commissione d’inchiesta finanziaria del senato nigeriano. Con questo dossier il governatore ha evidenziato la grande differenza esistente tra il valore della produzione e gli introiti che arrivano alle casse dello stato: «Il margine che c’è non è mai arrivato all’uomo della strada», ha denunciato il governatore. Si perde in mille rivoli. Da decine e decine di anni.

Le accuse di Samusi toccano direttamente la gestione dell’azienda statale che controlla l’industria petrolifera nigeriana, la potentissima Nigerian National Petroleum Corporation che ovviamente rimanda al mittente le accuse. Ai vertici della Nnpc siedono uomini di fiducia del presidente Goodluck Jonathan. Nel 2015 ci sono le elezioni presidenziali, e le accuse del governatore rischiano di essere molto più di un sassolino tolto dalla sua scarpa alla fine dell’incarico. Un’arma potente che avrà il suo peso durante la campagna elettorale. Sotto accusa ci sono anche gli accordi estrattivi fatti con alcune major che sarebbero contro la costituzione perché in questi casi la gestione e il controllo degli introiti e dei profitti di asset pubblici sono stati lasciati completamente a compagnie private.

C’è poco da festeggiare. La nazione più popolata dell’Africa è devastata dagli attentati terroristici di Boko Haram. Amnesty International parla di 1500 morti dall’inizio dell’anno. Uno stillicidio continuo, con scarsa eco sui giornali occidentali, che ha il sapore di una guerra ormai. La situazione si spera migliori, o quanto meno non peggiori ulteriormente, con la forza multinazionale appena insediata nell’area, composta da 3mila militari di Nigeria, Niger, Ciad e Camerun.

C’è un problema evidente, poi, di distribuzione della ricchezza, sperequazione che sembra essere aumentata negli anni nonostante la crescita economica. Il 52% della popolazione nel 2004 viveva con meno di un dollaro al giorno. Nel 2010 ben il 61% dei 170 milioni di nigeriani vive ancora con meno di un dollaro al giorno, e la disoccupazione è alle stelle.

Su tutto questo si inserisce la notizia del sorpasso economico al Sudafrica, sorpasso dovuto a un artificio contabile richiesto dal Fondo monetario internazionale ai paesi africani: l’aggiornamento dell’anno di riferimento (dal 1990 al 2010) e delle voci utilizzate per calcolare il Prodotto interno lordo (Pil). Grazie a questi cambiamenti statistici, il Pil nigeriano ha registrato così da un giorno all’altro uno scatto superiore al 60%, salendo nel 2012 a 453 miliardi, contro i 384 miliardi di Pil registrati dal Sudafrica. Anche il Pil pro capite annuo è stato aggiornato, passando dai 1.555 dollari 2012, ai 2.688 dollari attuali. Lontano ancora tuttavia dai 7.508 del Sudafrica.

Certo, è innegabile che l’economia nigeriana sia tra le più dinamiche del continente, non solo per il petrolio ma anche per altri settori, vedi telecomunicazioni, manifattura, industria del cinema. Ma il suo primato fa acqua da tutte le parti.

 

Rubrica di aprile “Una nuova agenda per lo sviluppo”

Rubrica di marzo: “Il gioco del petrolio”

Secondo le statistiche del Fondo monetario internazionale, il paese più popoloso del continente ha superato il Sudafrica quanto a crescita economica. Ma non ha superato i suoi problemi.