Il viaggio africano di Renzi
Dopo aver visitato in Etiopia la Grande diga della Rinascita, in Kenya il presidente del consiglio ha siglato un accordo col governo locale per la diga Itare, nella Rift Valley, appaltata alla Cmc di Ravenna e finanziata anche da BNP Paribas e Intesa San Paolo. Ma in cattedra, all’università, Renzi parla di altri valori.

Dopo aver visitato il Mozambico, l’Angola e il Congo Brazzaville nel luglio 2014, il primo ministro Matteo Renzi è tornato in Africa per una seconda “missione”. Il 14 luglio, ha partecipato alla 3a Conferenza internazionale per il finanziamento allo sviluppo, ad Addis Abeba (Etiopia); oggi ha incontrato a Nairobi il presidente kenyano, Uhuru Kenyatta, e tenuto una “lezione” all’Università di Nairobi.

Pur ritardata di 24 ore dal Summit europeo sulla Grecia («dovevamo salvare l’Europa»), anche questa seconda missione in terra d’Africa ha consentito al premier italiano di ribadire alcuni punti che gli stanno a cuore: cooperazione allo sviluppo, lotta al terrorismo ed emergenza migrazioni. Ad Addis Abeba Renzi ha detto: «Una strategia di politica estera degna di questo nome non può che mettere al centro dell’interesse italiano l’Africa, le sue potenzialità, le sue contraddizioni, le sue ricchezze. Dopo anni di immobilismo, finalmente si riparte. Noi ci siamo. L’Italia c’è». E perché l’intero mondo lo sapesse, si è premurato di dare la buona notizia su Facebook. «L’Italia ha qualità straordinarie che purtroppo non valorizziamo a sufficienza. Quando facciamo missioni all’estero, cerchiamo sempre di mostrare alcune di queste realtà».

In Etiopia lo ha mostrato, visitando «uno dei cantieri più innovativi del mondo: la diga Gibe III. Un investimento straordinario che produrrà energia pari a quella di due medie centrali nucleari. Un’operazione pionieristica tutta siglata made in Italy». Come a dire: in Etiopia la cooperazione italiana ha un nome ben definito: il gruppo Salini-Impregilo, che ha già ultimato la costruzione della grande diga sul fiume Omo ed ora è impegnato nella costruzione della “Grande diga della rinascita, sul Nilo Azzurro, 300 km da Addis Abeba. «Sono molto “orgoglioso” per questa cooperazione tra due paesi… Siamo un paese fortissimo per la qualità della nostra ingegneria e, come mi ha più volte ripetuto Salini, battiamo i cinesi in ogni record».

La diga della Cmc
A Nairobi, invece, ha mostrato il nuovo impegno italiano allo sviluppo del continente («il nostro ritrovato orgoglio»), presenziando, stamani, al fianco di Uhuru Keunyatta, alla firma dell’accordo tra il governo kenyano la Cmc per la diga Itare, nella Rift Valley, che provvederà energia per 800mila persone, abitanti delle città di Kuresoi, Molo, Njoro, Rongai e Nakuru. La costruzione della diga è stata assegnata alla Cooperativa Muratori e Cementisti (Cmc) di Ravenna, vincitrice dell’appalto (240 milioni di euro) e molto attiva in Africa. Le banche impegnate nel finanziamento dell’opera sono la BNP Paribas e Intesa San Paolo.

Facile per chi ha una diversa concezione della cooperazione internazionale allo sviluppo, e per chi crede ancora nella bontà del volontariato, lasciarsi sfuggire la seguente battuta, sentita sulle labbra di un volontario presente nell’aula magna dell’Università di Nairobi: «Prima di venire in Africa, Renzi deve aver letto il rapporto del vicepresidente della Banca mondiale con delega all’Africa, Mokhtar Diop». Mi mostra il rapporto. C’è un paragrafo evidenziato in giallo: «Oggi l’Africa è il continente che attrae il maggior numero di investitori, dopo il Nord America. La regione può vantarsi di aver attratto 60 miliardi di investimenti diretti stranieri nel 2014, una cifra record cinque volte superiore rispetto al 2000». La conclusione del volontario: «In Africa, nuovo eldorado degli investimenti mondiali, “l’Italia c’è”, come dice il nostro primo ministro, e vuole recuperare il tempo perduto».

Le due nuove tappe renziane in Africa riassumono bene le nuove ambizioni dell’Italia in Africa. Il continente suscita interesse per le enormi opportunità di business offerte agli investitori italiani, soprattutto nel settore energetico. Già l’anno scorso, a Maputo (Mozambico), Renzi la pensava così: «L’Africa è il luogo per far ripartire la politica estera intesa come rapporti politici e economici. La scoperta di gas di Eni fa capire come si può diversificare la politica energetica: invece di litigare solo su Southstream, scegliamo l’Africa e gettiamo le condizioni per l’energia dei nostri figli».

Ignorato dai giornali
I giornali kenyani di mercoledì 15 non parlano della visita di Renzi. Per avere notizie, bisogna navigare su Internet. L’opinione pubblica è più interessata alla prossima visita di Obama. Oggi una intera pagina del Daily Nation è dedicata al nuovo interesse che il Kenya sta suscitando nel mondo. Ben 12 personalità mondiali (tra cui presidenti e primi ministri) sono arrivate a Nairobi da gennaio. Ci sono tre lunghi paragrafi dedicati anche al ministro italiano degli affari esteri e della cooperazione Paolo Gentiloni, il primo politico internazionale ad accorrere in Kenya lo scorso aprile, all’indomani del massacro di 150 persone (per lo più studenti), avvenuto nell’Università di Garissa (nord-est del Kenya) per opera del gruppo islamista somalo Al-Shabaab. Elogiata la sua offerta di 25 borse di studio offerte ad altrettanti universitari sopravvissuti. Di Renzi, neppure il nome. Se ne parlerà domani. All’università, il presidente del consiglio arriva accompagnato dal rettore dell’università, dai ministri kenyani dell’educazione e degli esteri e scortato dal viceministro italiano Mario Giro e dal consigliere economico internazionale, Marco Simoni.

Spazia su tutto. Vuole incantare e spronare professore e studenti. A volte è quasi istrionico. E cita molto. Comincia con Dante: «un fiorentino che se ne intendeva assai… scrisse: “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”… Ecco il nostro fine, il nostro scopo… Dovete crescere, conoscere, diventare leader… non seguaci. Voi siete i nuovi leader del vostro paese e potete lasciarlo in condizioni migliori… Non so se avrete successo, ma dovrete essere leader delle idee del futuro».

Riesce a commuovere. Quando parla di terrorismo, abbassa la voce e cita il caso dell’università di Garissa: «La decisione di attaccare un’università in Kenya è un messaggio non solo per voi ma per ogni cittadino del mondo. Quando un’università è attaccata, è attaccato ognuno di noi. Ma noi non permetteremo mai al terrorismo di averla vinta».

Non solo affari
Non vuole passare per “affarista”: «Dobbiamo investire in Africa, non sfruttarla. C’è una grande responsabilità di parte del mondo nei confronti dell’Africa, ma lo sviluppo di questo continente è nelle vostre mani. Lasciarla in mano altrui è una scusa. Dovete combattere per il vostro Paese e per il vostro continente». Giunge a dire che «l’Africa, a livello di valori, è il futuro del mondo». Lui crede nei valori: «Valgono di più belle cose materiali e dei beni economici»: «Se i terroristi attaccano i nostri valori, la nostra risposta sarà molto forte: investiremo nella nostra cultura e nel nostro futuro. Non cammineremo mai nel buio. Risponderemo con la luce del dialogo e della tolleranza. Questa è la nostra risposta politica, ed ecco perché sono qui oggi». E ancora: «Lo sviluppo di questo continente è nelle vostre mani. Lasciarla in mano altrui è una scusa. Dovete combattere per il vostro paese e per il vostro continente».

Le vite nel Mediterraneo
Per risvegliare la platea, cita personaggi molto noti a Nairobi. E parla di Wangari Maathai, premio nobel per la pace, grande ecologista kenyana. Parla di Mandela. Tutte citazioni ad affetto. L’attenzione è tutta sua.

Parla dell’esodo africano verso il resto del mondo. Parla degli immigrati africani che rischiano la vista nell’attraversamento del Mediterraneo: «L’Italia continuerà a garantire i salvataggi dei migranti nel mar Mediterraneo. Continueremo a salvare vite umane, perché crediamo nei valori umani e io rappresento i valori in cui crede il mio Paese». Incalza: «L’Italia è un ponte tra l’Europa e l’Africa. La strategia del nostro governo è quella di creare un ponte tra l’Europa, tra le istituzioni europee e la stessa Africa».

Cooperazione sì, ma “piccola”.
Dice di credere nelle ong, nella cooperazione “a piccole dimensioni”… Promette che l’Italia si impegnerà anche su questo fronte. «Nell’ultima G7 l’Italia era il fanalino di coda in materia di aiuti allo sviluppo… Prometto che nel prossimo G7, occuperemo la quarta posizione». La cooperazione è per lui uno strumento importante per lottare contro la povertà. Questo è anche un modo per frenare le partenze dei migranti africani verso l’Europa e tagliare l’erba sotto i piedi ai terroristi.

Nessuno nella platea conosce le stime relative agli aiuti pubblici allo sviluppo (APS) menzionate nel Documento di economia e finanza (Def) 2015. C’è stato un lieve aumento tra il 2012 (0,12%) e il 2014 (0,16%). Renzi ha annunciato di voler perseguire il percorso di riallineamento agli standard internazionali per il triennio 2016-2018, prevedendo una percentuale dello 0,18% nel 2016, dello 0,21% nel 2017 e dello 0,24% nel 2018. L’obiettivo è raggiungere nel 2020 lo 0,30%. Lontano, comunque, l’obiettivo dello 0,7% da raggiungere entro il 2015.

Nella foto grande, Renzi con il presidente della repubblica del Kenya, Uhuru Kenyatta, assiste alla firma di accordi tra i due paesi. Nella foto piccola, l’intervento del presidente del consiglio italiano all’università di Nairobi. Credito: Presidenza del Consiglio