Da Nigrizia di ottobre: In my genes affronta le violenze subite dagli albini
Il documentario, pluripremiato, di Lupita Nyong’o racconta storie, raccolte in due anni di lavoro, di africani perseguitati e vittime dell’ignoranza e delle pratiche di stregoneria. Un film denuncia.

Lupita Nyong’o, nata in Messico, cresciuta in Kenya e laureata negli Stati Uniti (Università di Hampshire, Massachussetts) in Studi cinematografici e teatrali, non avrebbe mai pensato di raggiungere tanta notorietà a soli ventisei anni, grazie alla realizzazione del suo primo documentario di cui è, al tempo stesso, regista, produttrice e ideatrice.
In My Genes (“Nei miei geni”), un filmato che affronta le discriminazioni subite dagli albini in Kenya, ha vinto il premio come miglior documentario al Five College Student Film Festival, un consorzio universitario del Massachussetts. È stato, inoltre, selezionato per il New York African Film Festival, lo Zanzibar International Film Festival, il Kenyan Film Festival, ed è stato proiettato in Messico, Ghana e Utah.
Ma tanti riconoscimenti non hanno distratto Lupita da quello che è l’obiettivo principale del suo documentario: spiegare ai suoi connazionali – e al resto del mondo – le situazioni in cui, da troppo tempo, si trovano coinvolti gli albini in una società come quella kenyana. Racconta Lupita: «Il progetto è cominciato nell’agosto 2006, prima che la stampa internazionale si accorgesse delle atrocità che venivano commesse in Tanzania. Devo confessare che la ragione principale che m’ha spinta ad affrontare una storia del genere era la mia ignoranza sull’argomento. C. K., una ragazza affetta da albinismo e una delle protagoniste del documentario, è stata mia vicina di casa per dieci anni, ma non m’era mai venuto in mente di domandarle come fosse la sua vita o in che modo potesse sentirsi diversa da me. Inoltre, sebbene viviamo in una società che ci educa a non discriminare e a non fare troppe domande alle persone diverse da noi, m’accorgevo che, nell’evitare di parlarle della sua condizione, la discriminavo».
Un giorno, dopo aver partecipato alla prima riunione della Albino Society of Kenya, la mamma di Lupita torna a casa scioccata da quello che ha sentito: gli albini sono gli ultimi a essere assunti e i primi a essere licenziati, perché ritenuti non abbastanza intelligenti; c’è chi ha paura dei loro poteri magici e chi li considera, a seconda dei casi, portatori di fortuna o sfortuna. Racconta tutto alla figlia e questa si sente profondamente in imbarazzo per non aver mai parlato con l’amica della sua esperienza.
«Rientrata dagli Usa, chiamai C.K. e le parlai della mia idea di fare un documentario sugli albini. Lei prese carta e penna e mi scrisse quello che dovevo sapere: che gli albini da sempre erano discriminati; che non si sarebbero aperti facilmente e che, se avessi voluto documentare la loro vita, non potevo semplicemente filmare la loro storia e andarmene. Quindi, sia prima che durante le riprese, ho sempre cercato di essere onesta e responsabile. Dicevo loro che non erano costretti a rispondere a tutte le mie domande. Ma ho anche fatto loro notare che, sebbene fosse mia intenzione rappresentare e raccontare nel miglior modo possibile le loro vite, dovevano ricordare che ero una studentessa e avrei imparato lavorando assieme a loro».
Durante i due anni di riprese, Lupita ha raccolto varie storie di persone affette da albinismo. «Il primo è stato James, un insegnante. L’avevo conosciuto grazie a delle amicizie comuni. Un giorno mi disse che sua moglie Pamela, non albina, aspettava un bambino. Pensai che sarebbe stato molto interessante documentare ciò che lui e sua moglie provavano mentre erano in attesa del loro primo figlio». Con molto tatto, Lupita è riuscita a intervistarli e a capire come avrebbero reagito se il figlio fosse nato albino. «La moglie non era tanto preoccupata, al contrario di James: come qualsiasi genitore, non voleva che suo figlio affrontasse le stesse difficoltà che lui aveva faticosamente superato».
Poi c’è la storia di Agnes, donna cieca di circa cinquant’anni, cresciuta con un padre violento che l’accusava, a causa del suo albinismo, di qualsiasi sventura familiare. Agnes perse addirittura un occhio in uno di questi pestaggi. Anni dopo, un tumore non curato le provocò anche la perdita dell’altro occhio. Sebbene fosse lo zimbello dei coetanei e dei vicini di casa, Agnes non ha mai rinunciato a vivere: ha sempre lavorato, intessendo colorate borse di cotone, e ha messo al mondo otto figli, nessuno affetto da albinismo.
Anche Alex, un maasai, racconta della sua difficile infanzia: «Molti sospettavano che mia mamma avesse tradito mio padre con un bianco occidentale. Nelle tradizioni maasai, quando non si è sicuri della paternità del figlio, il bimbo viene messo per terra davanti al cancello del recinto in cui si tiene il bestiame. Se il bestiame, uscendo dal recinto, non calpesta il bambino, è segno che la donna non ha tradito il marito. Mia mamma ha sempre cercato di proteggermi, ma non è stato facile».
Le violenze subite dagli albini in molti paesi dell’Africa sono ormai state denunciate dalla stampa internazionale. L’allarme è scoppiato un paio di anni fa in Tanzania, dove le autorità hanno trovato cadaveri mutilati di albini. In alcune aree dell’Africa Orientale gli stregoni sono stati accusati di fomentare il traffico di albini, le cui parti del corpo – capelli, unghie, organi genitali e arti – sono usate per farne talismani portafortuna o pozioni magiche. Spiega Lupita: «È stato molto triste sentire delle mutilazioni inflitte agli albini. Abbiamo lottano molto per liberarci dell’immagine barbarica che il mondo aveva di noi. Ma con quello che viene fatto agli albini, siamo tornati indietro di secoli. La stregoneria rappresenta una “bastardizzazione” della tradizione. Gli stregoni continuano queste pratiche non per tradizione o per ignoranza, ma per guadagnare denaro: sanno che uccidere è sbagliato. Bisogna cambiare anche la percezione che le persone hanno dell’albinismo. C’è ancora molta ignoranza e superstizione tra di noi. Dobbiamo spiegare che l’albinismo è soltanto una condizione della pelle e che può anche essere qualcosa di bello. Iniziative di tipo culturale come i film, la musica e l’arte possono dare un grande contributo a questa lotta».
La pressione esercitata dalle organizzazioni locali degli albini, dagli attivisti per i diritti umani, dai giornali e dai politici, ha portato a qualche cambiamento. In Burundi, grazie al primo processo in Africa contro i trafficanti di albini, sono state condannate nove persone, tra cui due agenti di polizia. Il presidente della Tanzania, Jakaya Kikwete, ha appoggiato l’avvio di una operazione contro gli stregoni, ha vietato per legge le loro cruente pratiche e ha fatto distribuire dalla polizia telefonini gratuiti alla popolazione, con il numero d’emergenza per avvisare le autorità in caso si ripetessero violenze contro gli albini. Negli ultimi mesi ci sono stati 200 arresti. Nel frattempo, sempre in Tanzania, è stata eletta una parlamentare albina: la 58enne Kwegyir Al Shaymaa.

 



NOVITA’:

acquista
l’intera rivista in versione digitale