PAROLE DEL SUD – febbraio 2010
Giampietro Baresi

São Paulo (Brasile), 2010 a.C.

Cari lettori, non è un errore quell’a.C. Capisco la vostra sorpresa. Ma sto scrivendo dal Brasile, e qui l’anno si divide in “ante-Carnevale” (a.C.) e “post-carnevale” (p.C.). Non c’è una data fissa per questo evento: in un paese grande 28 volte l’Italia e con la festa insita nel suo Dna, ognuno inizia e termina il Carnevale quando vuole. Ma un punto che mette tutti d’accordo c’è: senza il Carnevale, non esiste Brasile. E questo sembra saperlo anche il resto del mondo, al punto che si è giunti a identificare il paese con il suo Carnevale. Oggi però le cose stanno cambiando.

Tramortito dalle sue disgrazie finanziarie ed economiche, il mondo ha preso a guardare al Brasile con occhi nuovi e con un senso di sorpresa, di ammirazione e di malcelata invidia. Lo vede come una realtà in crescita: ne decanta i risultati e le immense possibilità. L’esaltazione del suo presidente, Luiz Inácio “Lula” da Silva, è una chiara espressione di questo sentimento.

Certi progressi compiuti dal Brasile negli ultimi anni – grosso modo coincidenti con il periodo dei due mandati di Lula – sono innegabili, anche se non è esatto dire che sono tutti merito suo. Nonostante alcune delusioni (come la crescita del Pil vicina allo zero nel 2009), ci sono valide ragioni per affermare che il paese ha ingranato la marcia giusta verso un progresso economico. L’economia dà chiari segni di ripresa. Il tasso di disoccupazione è in forte calo. In campo sociale si registra una notevole mobilità di classe. Le università crescono come funghi, benché permangano serie preoccupazioni sulla qualità dell’istruzione impartita. Si espandono i consumi anche nelle classi meno abbienti. L’incremento delle risorse energetiche è impressionante: la produzione del greggio è di 2,4 milioni di barili al giorno, piazzando il Brasile al 13° posto nel mondo; e si parla di fantastiche (e un po’ fantasiose) scoperte di giacimenti di petrolio offshore che potrebbero risultare tra i più importanti del mondo. In pochi anni, perfino la statura del brasiliano medio è cresciuta, la sua corporatura s’è fatta più robusta e il numero degli obesi comincia a preoccupare. L’età media è passata da 69 a 72 anni.

Questa lettura della situazione – un po’ frettolosa e superficiale – sta diffondendo nel mondo un’immagine del Brasile in parte falsa. Gli analisti più seri, invece, sono concordi nell’affermare che il paese ha ancora davanti a sé una lunga e difficile strada prima di entrare di diritto nel gruppo delle nazioni “sviluppate” e puntano il dito su una lunga serie di indici che fanno tuttora del Brasile il campione mondiale in termini di disuguaglianze sociali.

Il 21,5% degli oltre 190 milioni di cittadini vive sotto la soglia di povertà. Il 10% più povero gode dell’1,1% della ricchezza nazionale, mentre il 10% più ricco si divora quasi il 50%. A causa dell’elevata incidenza delle imposte indirette, sono gli strati sociali più poveri a essere maggiormente tormentati dalle tasse. A pari condizioni di lavoro, i maschi bianchi guadagnano tre volte di più delle donne nere. Tra chi ha meno di 15 anni, l’analfabetismo si aggira attorno al 12% (specie tra i neri). La tanto promessa riforma agraria è di là da venire: 15mila proprietari terrieri possiedono 98 milioni di ettari, e l’1% di essi controlla il 46% delle terre coltivabili. Dal 1985 a oggi più di 1.600 sindacalisti, religiosi, avvocati e deputati sono stati assassinati in zone rurali, mentre solo 80 persone sono finite davanti a un tribunale come mandanti o esecutori di questi crimini. Tradizionale meta di immigrati, il Brasile di oggi si sta dissanguando con una forte emigrazione.

Secondo Guilherme Delgado, ricercatore presso l’Istituto di ricerca economica applicata (Ipea), l’attuale politica economica del paese, strutturalmente dipendente dal libero mercato finanziario e dallo strapotere dei ricchi latifondisti e del tutto ancorata alle esportazioni, rafforza i fattori di disuguaglianza sociale e aumenta il degrado ambientale. Se il modello di sviluppo non cambia, l’odierna crisi, lungi dall’essere superata, depositerà nuove uova di serpente, che prima o poi si schiuderanno, causando altre crisi cicliche.

Il 10 dicembre scorso, in visita a São Luís, nello stato di Maranhao, trasportato da un senso d’identificazione con i poveri e forse affascinato dalla moda delle parolacce, Lula ha esclamato: «O povo está na merda». Ha poi aggiunto: «Domani gli editorialisti dei grandi giornali diranno che dico parolacce». Il leader ha descritto esattamente la situazione di molti – troppi – brasiliani. Ma non è stato profeta circa la reazione dei media. L’indomani, infatti, giornali e tv hanno sorvolato sulla sua espressione. Probabilmente per evitare che l’odore nauseabondo della realtà in cui vivono i poveri del paese provocasse un senso di malessere nei commensali dei cenoni di Natale e di Capodanno, alla vigilia del vicino Carnevale.