PAROLE DEL SUD – GIUGNO 2017
Comboniani Brasile

Il 28 aprile è stata una data storica per il Brasile. Da più di vent’anni non si realizzava uno sciopero generale, convocato unanimemente da tutte le forze sindacali, con partecipazione massiccia dei lavoratori e della popolazione.

Anche la Chiesa cattolica ha preso posizione chiara, molti vescovi hanno invitato la gente a riprendere in mano il diritto alla partecipazione e a ricostruire coraggiosamente il ruolo della politica popolare.

Il paese sta attraversando una crisi politica vile e deludente, segnata da un golpe bianco e dal fango della corruzione, con rivelazioni e denunce incrociate che si diffondono a macchia d’olio.

Il presidente illegittimo, Michel Temer, al potere da nove mesi, sta inanellando una serie di riforme antipopolari, con la complicità di un sistema mediatico alleato al grande capitale, a beneficio degli speculatori finanziari di cui è fantoccio politico: ha congelato le spese di salute ed educazione pubblica per i prossimi vent’anni e smontato una serie di diritti fondamentali finora protetti dalla legge sul lavoro; si muove con rapidità, godendo di un forte appoggio parlamentare, verso la privatizzazione di diversi beni comuni e l’eliminazione dei vincoli legali che stanno bloccando nuovi grandi progetti, efferati e devastanti dal punto di vista ambientale.

Prima del 28 aprile, il paese sembrava immerso in uno stato di torpore collettivo, a causa della disillusione e dell’intensa manipolazione della realtà da parte dei mezzi di comunicazione di massa. Ma l’intensificarsi dell’arroganza del governo ha fatto traboccare il vaso. In modo organizzato e prevalentemente nonviolento, 40 milioni di persone sono scese in strada. Un atto popolare che riposiziona completamente lo scacchiere del potere politico: «Il campo popolare è vivo e ha la forza per affrontare il golpismo e il neoliberismo», ha commentato un analista politico.

Volnei (agricoltore) e Cristiane (professoressa) hanno preparato lo sciopero con le loro due bambine. Circola una loro foto commovente: piena di speranza per il futuro e di indignazione, perché i giochi sporchi di potere gli stanno rubando il futuro.

Scendere in strada è un atto di civiltà. Manifestare e protestare, rivendicando diritti negati, è una scuola di vita.

Ce lo insegnava don Lorenzo Milani, oltre 50 anni fa, dibattendo con i cappellani militari: «Se voi avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri. E se voi avete il diritto, senza essere richiamati dalla Curia, di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto».

Corruzione

L’operazione Lava Jato, una sorta di “Mani Pulite brasileira”, è iniziata con un obiettivo evidentemente selettivo, denunciando e scalzando vari politici al potere. Ma l’effetto-domino, incontrollabile, sta coinvolgendo sempre più persone e lasciando il paese in una situazione di instabilità.

 

Don Lorenzo Milani

Papa Francesco farà omaggio il 20 di questo mese a don Lorenzo Milani e don Primo Mazzolari, riscattandoli come figure profetiche che la Chiesa ha tardato a comprendere e valorizzare.