Appunti di viaggio
Il presidente Usa a fine corsa ha toccato temi consueti (democrazia, diritti, lotta al terrorismo) sia in Kenya che in Etiopia. Nella sede dell’Unione africana ha affermato che la Costituzione di un paese è inaggirabile. Anche quando vieta candidature ad oltranza.

Che Barack Obama, al termine della cena del 26 luglio a Nairobi con il suo omologo kenyano Uhuru Kenyatta, e di una giornata ricca in incontri e avvenimenti, si sia abbandonato alla danza della Lapala scendendo in pista con i componenti del gruppo afro-pop Sauti Sol, non deve meravigliare più di tanto. La sua anima africana porta in sé il ritmo della danza… Ma a ben guardare, il video non è poi parso così «scatenato» come qualcuno ha scritto. I problemi del continente non permettono certo di abbandonarsi completamente alla pazza gioia!
Obama, lo avevamo capito subito, non ci teneva molto a sottolineare le sue radici kenyane. Sembrava anzi volerle ignorare. Politica interna americana oblige! Torna quindi a “casa sua” e al suo 7° anno di presidenza, quando ormai i giochi sono fatti. Nel frattempo, l’entusiasmo del popolo kenyano che in lui si identificava (“abbiamo un kenyano presidente degli Stati Uniti!”) ha avuto tutto il tempo per scemare. E poi, che cosa di speciale ha fatto Barack per il paese di suo padre? E ora siamo ai saluti finali.
Ci è piaciuto, invece, che abbia dedicato almeno qualche giorno ai due paesi visitati, prendendo tempo, senza andare velocissimo. Bene ha fatto anche a richiamare al rispetto dei diritti di tutti, dato che questo “rispetto” non è manifestamente al top degli interessi dei capi di stato africani! Ma è doveroso riconoscere che i problemi della maggioranza dei kenyani sono ben più immediati e costringenti di quelli di alcune minoranze. E non sarà certo Obama a risolverli.

La compagnia inamovibile
Interessante, comunque, il discorso che Obama ha pronunciato il ieri di fronte ai rappresentanti di tutta l’Africa nella sede dell’Unione africana ad Addis Abeba. È la prima volta in assoluto che un presidente americano si rivolge all’Africa da quella sede. Obama ha ricordato, ma niente di fondamentalmente nuovo, i grandi orientamenti della sua politica africana: democrazia, lotta alla corruzione definita “cancro” della società, rispetto della Costituzione, sicurezza, lotta al terrorismo… E se Obama ha visitato l’Etiopia è di certo perché suo alleato nella lotta al terrorismo di Al Shabaab in Somalia.
Nel dire che i progressi democratici dell’Africa erano messi in pericolo da capi di stato inamovibili, ha sottolineato che «nessuno dovrebbe essere presidente a vita». E ha fatto dell’umorismo: «Anch’io – ha detto – potrei ripresentarmi per un terzo mandato… ma la Costituzione americana me lo proibisce». Apprezzata anche la sua “umiltà” nell’affermare che anche la Costituzione americana non è perfetta: «Quando mi sono incontrato con il presidente Macky Sall un paio di anni fa e gli dicevo dei diritti umani, lui mi fece osservare che il Senegal aveva abolito la pena di morte… che invece rimane negli Stati Uniti!».
I presidenti “a vita” africani coglieranno il messaggio? Dalle loro reazioni c’è molto da dubitare. Né Pierre Nkurunziza (Burundi), né Faure Gnassingbé (Togo), né Yoweri Museveni (Uganda), né Denis Sassou-Nguesso (Congo), né Paul Kagame (Rwanda)… ascolteranno. Anzi, si permetteranno di dire che il presidente Obama non conosce “la specificità” del loro paese e che gli africani devono avere il diritto di risolvere all’africana i loro problemi (senza mai denunciare il modo “furbesco” con cui hanno cambiato la Costituzione, africano anche quello?) e che, in fondo, questi figli d’Africa nati e vissuti all’estero non conoscono evidentemente la realtà africana…

Nella foto il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, durante il suo discorso di ieri nella sede dell’Unione Africana ad Addis Abeba.