Da Nigrizia di ottobre 2011: missione ed economia, per una imprenditorialità sociale
All’Istituto del Ministero sociale nella missione, presso il Tangaza College di Nairobi (Kenya), è stato inaugurato un corso di dottorato in amministrazione aziendale, con specializzazione in imprenditorialità e gestione sociale. Lo scopo è disseminare tra l’emergente classe degli imprenditori i valori di una nuova cultura d’impresa, quella suggerita dall’enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI.

Il 2 febbraio 1960, a Città del Capo, Sudafrica, Harold Macmillan, l’allora primo ministro britannico, tenne un memorabile discorso davanti al parlamento sudafricano, dominato dal partito che aveva fondato il suo potere sull’apartheid. Il politico inglese, al termine di un viaggio in Africa che l’aveva portato a visitare le principali colonie britanniche, riassunse così le sue impressioni: «Il vento del cambiamento sta soffiando in tutto il continente. Che ci piaccia o meno, la crescita di una coscienza nazionale è un fatto politico innegabile, che dobbiamo tutti accettare e tenere presente nelle nostre future scelte politiche». Il discorso non piacque al primo ministro sudafricano Hendrik Verwoerd, che non ne tenne conto. Ma il vento del cambiamento continuò a soffiare e, negli anni successivi, le maggioranze nere dell’Africa subsahariana ottennero il diritto di gestire i propri paesi liberamente. Nel 1994, i neri sudafricani avrebbero eletto con suffragio universale il loro primo presidente nero, Nelson Mandela. Le parole di Macmillan avrebbero potuto essere ripetute all’inizio di questo 2011, un anno che si sta rivelando denso di avvenimenti decisivi. I tunisini e gli egiziani hanno offerto due splendidi esempi di come un popolo può esercitare il proprio potere senza ricorrere alla violenza, scrollandosi di dosso il giogo dell’inerzia e del fatalismo. In Sud Sudan, a gennaio, un referendum popolare ha cambiato il corso della storia del paese, indirizzandolo all’indipendenza, celebrata il 9 luglio. Lungo l’anno, ben 11 paesi sono andati – o stanno per andare – alle urne per cambiare parlamenti e governi. Quale eccellente opportunità per ristrutturare la leadership e la governance africane!

 

“Africa, alzati”

Si è detto che pochi hanno saputo predire il vento del cambiamento che sta oggi spirando nel continente. Non siamo d’accordo. Chi ha seguito i lavori del 2° Sinodo africano, a Roma nell’ottobre 2009, non può negare che i vescovi – animati da parresia, cioè da quell’atteggiamento che spinge uno a “dire tutta la verità” – invocarono un rinnovato slancio di tutti i loro concittadini, invitandoli ad alzarsi e lottare contro tutti i mali che stavano rendendo la loro vita miserabile. Significativo il titolo del loro messaggio finale – “Africa, alzati!” -, che citava le parole di Gesù al paralitico presso la piscina di Betzatà: «Alzati, prendi la tua barella e cammina» (Gv 5,8).

 

Il punto 34 del messaggio mostra come i vescovi avessero gli occhi ben aperti sulla situazione del continente. «La storia futura del continente dev’essere ancora scritta. Dio ci ha benedetto con ingenti risorse naturali e umane, ma nelle classifiche mondiali i nostri paesi sono ancora agli ultimi posti. Questo non deve farci perdere la speranza… Ci sono stati gravi atti di ingiustizia contro l’Africa (tratta schiavista, colonialismo) le cui conseguenze negative tuttora persistono. Ma questo non può essere una scusa per non muoverci. In verità, molte cose si stanno muovendo. Notiamo e lodiamo gli sforzi compiuti per liberare il continente dall’alienazione culturale e dalla schiavitù politica. Ora l’Africa deve affrontare la sfida di dare ai propri figli un degno livello di condizioni di vita. A livello politico, si registra un progresso verso l’integrazione continentale. L’Unione africana (Ua) e altre organizzazioni regionali, a volte in collaborazione con le Nazioni Unite, hanno intrapreso iniziative per risolvere i conflitti e mantenere la pace in situazioni di crisi. A livello economico, il continente ha cercato di darsi una struttura strategica per lo sviluppo, chiamata Nuovo partenariato economico per lo sviluppo africano (Nepad), prevedendo anche un Meccanismo di controllo paritario africano (Aprm) per monitorarne l’attuazione. Il Sinodo loda questi sforzi, in quanto sono programmi che collegano in maniera esplicita l’emancipazione economica dell’Africa all’insediamento di buoni governi». Più chiari di così!

 

Benedetto XVI darà nuova freschezza e forza a questi temi in novembre, quando si recherà in Benin per consegnare alle chiese africane l’esortazione post-sinodale.

 

1989: nasce la società civile

Diamo uno sguardo alla storia recente. Il decennio 1960-70 fu cruciale per l’Africa: quasi tutte le sue nazioni raggiunsero l’indipendenza. Questo fatto fu interpretato come uno dei “segni dei tempi” da Giovanni XXIII nella sua Pacem in terris (1963): «La famiglia umana, nei confronti di un passato recente, presenta una configurazione socio-politica profondamente trasformata. Non più popoli dominatori e popoli dominati: tutti i popoli si sono costituiti, o si stanno costituendo, in comunità politiche indipendenti» (23).

 

Un’altra data decisiva per l’Africa è il 1989, quando la caduta del Muro di Berlino preannunciò la fine del mondo bipolare. Il colonialismo era stato rimpiazzato dal neocolonialismo, con devastanti conseguenze per l’Africa da poco indipendente. Per due decenni, il continente era stato vilipeso da regimi monopartitici, autocratici e dittatoriali, istallati, sostenuti o rovesciati dalle due potenze mondiali, senza la minima considerazione della volontà dei loro popoli. A prescindere dalla ideologia che li ispirava, tutti i regimi avevano una caratteristica comune: la paura della società civile. Temevano che i cittadini incominciassero a organizzarsi per risolvere i loro problemi a contenuto economico, sociale, politico e culturale, aggirando l’ostacolo dei loro governi indolenti, burocratici e fantocci nelle mani delle potenze mondiali.

 

In due anni, a partire dal marzo 1990, in quasi tutta l’Africa subsahariana i popoli chiesero e ottennero più ampi spazi di libertà, crearono assemblee nazionali sovrane costituenti e celebrarono elezioni multipartitiche. I regimi tirannici caddero e si ebbero migliori condizioni per la nascita di una società civile più dinamica.

 

Nel 2004, nel suo How to Change the World – Social Enterpreneurs and the Power of New Ideas (Come cambiare il mondo – Imprenditori sociali e la forza delle nuove idee), David Bornstein scriveva: «Vent’anni fa, il settore della società civile era rigidamente ristretto in gran parte del mondo. Imprenditori sociali s’imbattevano ancora in incredibili restrizioni politiche e avevano scarsi supporti strutturali o istituzionali cui rivolgersi per finanziamenti e sostegno. In molti casi, cozzavano contro una formidabile opposizione, perfino nelle loro famiglie. Fino a pochi anni or sono, anche in nazioni con una lunga storia di organizzazioni civili come gli Stati Uniti erano relativamente poche le persone che pensavano di poter perseguire una carriera in questo settore. Oggi, invece, è comune tra i laureati delle più prestigiose università americane fare questo. Per chiunque abbia mai detto “questo non va” o “è possibile fare meglio”, e abbia preso un calcio per aver osato sfidare lo status quo e mettere in atto un briciolo di “creativa distruzione” imprenditoriale, questi sono tempi propizi».

 

Continente dinamico

Quelli presenti sono “tempi propizi” anche per gli africani per scrollarsi di dosso la maledetta sindrome di dipendenza che li porta a pensare che le soluzioni ai loro problemi vanno cercate fuori del continente. La predisposizione all’imprenditorialità e la volontà di perseguirla brillano in Africa come il sole equatoriale a mezzogiorno. È un potenziale rinvenibile nell’immenso mondo dei lavoratori che operano all’aperto, lungo il ciglio delle strade dei sobborghi e slum cittadini. Un’enorme riserva di risorse che, se non sfruttata adeguatamente, giacerebbe inutilizzata. Molti sono ottimi artigiani, istruiti nei politecnici o negli istituti superiori a indirizzo tecnico-professionale che le chiese missionarie hanno disseminato in ogni angolo del continente. Altri hanno appreso l’arte nella bottega di famiglia.

 

In questo mercato informale un occhio attento può scoprire e comperare a prezzo irrisorio utensili, mobili, stufette, soprammobili e oggetti d’arte di ottima fattura, in cui tradizione e modernità sono armoniosamente coniugate. Milioni di uomini e donne africani hanno inventato o trovato un lavoro con cui garantire a sé stessi e alle proprie famiglie una vita degna di questo nome.

 

Le caratteristiche di questo mondo industrioso sono: fiducia nelle risorse locali, conduzione familiare dell’impresa, iniziative su piccola scala, umili inizi, lavoro intenso, tecnologia semplice, acquisizione e perfezionamento di nuove tecniche attraverso l’osservazione e l’esperienza, casuali strategie di mercato… Al di sopra di tutto, però, c’è un autentico spirito imprenditoriale, che significa volontà di cambiare la propria vita, la famiglia e la società, emancipandosi dalla cultura della dipendenza. È una forza che va apprezzata e adeguatamente sfruttata.

 

Master

Così, il 31 gennaio scorso, all’Istituto del Ministero sociale (Ims), presso il Tangaza College di Nairobi (Kenya), si è inaugurato un corso di dottorato in amministrazione aziendale, con specializzazione in imprenditorialità e gestione sociale. L’Ims fu fondato nel 1994, raccogliendo la sfida lanciata dai vescovi riuniti a Roma per il 1° Sinodo africano: «L’Africa ha estremo bisogno di formare agenti pastorali che sappiano offrire un contributo specialistico alla missione della chiesa nel campo della promozione umana e nella trasformazione della società». Noi comboniani, figli di quel Daniele Comboni che aveva avuto la carismatica intuizione che l’Africa potesse essere rigenerata dagli africani stessi, ci sentimmo chiamati in causa in prima persona e fummo tra i fondatori dell’Istituto; anche oggi il rettore è un fratello comboniano.

 

Il nuovo corso di dottorato è frutto di una collaborazione. È stato ideato dall’Alta scuola impresa e società (Altis) dell’Università cattolica del Sacro Cuore di Milano e dal Tangaza College per diffondere nella nuova classe imprenditoriale africana i valori di una nuova cultura dell’impresa («L’impresa è per l’uomo e non l’uomo per l’impresa»), promossi dall’enciclica sociale di Benedetto XVI Caritas in veritate: «Tutta l’economia e tutta la finanza, non solo alcuni loro segmenti, devono essere utilizzati in modo etico, così da creare le condizioni adeguate per lo sviluppo dell’uomo e dei popoli. (…) Se l’amore è intelligente, sa trovare anche i modi per operare secondo una previdente e giusta convenienza» (65).

 

Per imprenditorialità sociale intendiamo un nuovo atteggiamento nei confronti dell’attività commerciale ed economica, che mira a perseguire ciò che è necessario alla comunità, offre uno sviluppo olistico delle persone che la compongono, e trova modi di generare vantaggi sociali, ambientali ed economici in maniera sostenibile.

 

L’obiettivo è preparare una nuova classe di imprenditori cattolici. I primi 39 iscritti provengono da 14 nazioni, tutti consci che il continente è ricco di risorse umane, naturali e ambientali, dilapidate in passato dal colonialismo e oggi dalle multinazionali in combutta con le meschine classi politiche locali.

 

Gli imprenditori africani sono ancora pochi e quei pochi sono imbevuti di quella patologica cultura capitalistica – il profitto a qualunque costo, anche a scapito della società e dell’ambiente – che ha portato il mondo all’attuale crisi finanziaria. Ma noi crediamo che questo non è l’unico atteggiamento possibile. Per superarlo serve un ponderato mix di spirito imprenditoriale e di volontà di cambiare in meglio la società. Il nuovo corso di laurea mira proprio a questo. Non demonizza l’impresa, ma l’assume come valore, in quanto espressione dello spirito di iniziativa e della creatività degli africani e del loro diritto di accedere a tutte le risorse che il continente offre, qualificandola però come sociale, ponendo cioè l’accento sui bisogni delle comunità condannate a vivere sotto la soglia di povertà.

 

Il programma offre agli studenti strumenti che li aiutino a realizzare le loro idee di natura imprenditoriale-sociale nelle proprie comunità. Si va dalle competenze manageriali e organizzative all’uso di nuovi dispositivi tecnici, in particolare in agricoltura, perché i loro sforzi abbiano il maggior impatto possibile; dall’idea dell’impiego delle energie alternative, di cui il continente abbonda, all’uso del microcredito e della microassicurazione. Unico il fine: mettere a frutto le immense risorse dell’Africa perché la sua gente possa nutrirsi e vivere.

 

Non sono ignorati gli strumenti culturali: si insegnano le tecniche del “lavoro-in-rete”, in vista di una creativa collaborazione, e si aiutano gli studenti a riscoprire la bellezza e l’efficacia del lavoro collettivo e cooperativo, dove le ragioni del proprio portafoglio non prevalgano su quelle del bene comune e della salvaguardia dell’ambiente.

 

Siamo all’inizio di un sogno. L’idea però si è già diffusa. Il binomio iniziale (Altis-Tangaza College) è oggi un trinomio: anche il Loyola Institute of Business Administration (Liba) di Chennai, India, si è unito a noi. Un’idea partita dall’Africa ha raggiunto altri due continenti.

 


 



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