ALTRE AFRICHE
Davide Maggiore

Non ha certo il fascino di una finale di Champions League, eppure, a suo modo, l’ultimo atto della Banadir Cup, a Mogadiscio, ha attirato l’attenzione internazionale, oltre a coinvolgere migliaia di tifosi davanti alla tv e sulle gradinate dello stadio della capitale somala.

Ed è stato proprio questo l’aspetto eccezionale della partita tra le squadre giovanili di Waberi e Hodan: perché il pubblico, per la prima volta in quasi trent’anni, ha potuto assistere a un match giocato in notturna. L’ultima volta era successo nel 1988: al potere c’era il dittatore Siad Barre, l’Unione Sovietica e il Muro di Berlino erano ancora in piedi, gli ultimi sussulti della Guerra Fredda influenzavano le questioni politiche anche in Africa. Era un altro mondo, e un’altra Somalia: la guerra civile sarebbe iniziata solo di lì a qualche anno.

In un conflitto costato innumerevoli vite e che ha portato letteralmente al collasso lo stato somalo, potrebbe sembrare pretestuoso preoccuparsi del calcio. Eppure, per molti cittadini questo sport ha assunto un valore simbolico, grazie anche agli sforzi della federazione internazionale, la FIFA, che ha finanziato negli ultimi anni vari progetti, tra cui il rifacimento dello stadio di Mogadiscio.

E se la finale della Banadir Cup è stata salutata dalla testata locale Mareeg come il ritorno della “vita notturna” in città, già due anni fa la prima partita trasmessa in tv (tra Horseed ed Heegan, squadre, rispettivamente, dell’esercito e della polizia) era diventata occasione di aggregazione per le strade della capitale. Naturale quindi che anche le fragili autorità nazionali insistano da tempo sul valore delle competizioni sportive, soprattutto giovanili: “Il calcio è la nostra principale priorità”, ha addirittura detto la ministra dello Sport e della Gioventù, Khadjia Mohamed Diriye, dopo il match di Mogadiscio. “Usiamo il calcio come strumento di pace e stabilità – ha aggiunto – ed è per questo che il governo vuole che i tornei di calcio nel paese aumentino”.

Utopia? Per molti versi sì: l’effetto pacificatore dello sport, ammesso che non sia un’illusione olimpica, ha bisogno di tempi lunghi e comunque può poco contro gli attacchi di al-Shabaab che continuano a verificarsi in molte aree del paese. L’11 settembre, una base militare ai confini col Kenya è stata assaltata da un gruppo di guerriglieri, con numerose perdite tra i soldati. Il giorno prima almeno quattro persone erano morte a Beledweyne, nel centro-sud, dove un attentatore suicida si era fatto esplodere davanti a un bar.

Proprio questo contesto, d’altra parte, aiuta a capire quanto sia importante che in molti abbiano avuto il coraggio di raggiungere lo stadio Konis e che le misure di sicurezza abbiano tenuto. Nella fragile quotidianità somala, è un successo anche solo il fatto che la partita si sia giocata. Per la cronaca: hanno vinto i ragazzi del Waberi, 3 a 1.