La Teologia della liberazione (Tdl) ebbe la sua prima sistematizzazione teorica nel 1971 con il libro Teologia de la Liberación del sacerdote peruviano Gustavo Gutiérrez. L’opera richiamò subito l’attenzione dei “vigilanti guardiani” della chiesa cattolica, premurosi di esaminare l’ortodossia dei suoi contenuti e preoccupati per le applicazioni pratiche che avrebbe potuto avere nelle comunità cristiane. Queste, a dire il vero, non avevano atteso la pubblicazione del libro per offrire il loro importante contributo al processo di liberazione popolare già molto vivo in numerosi paesi del subcontinente. Il verdetto non si fece attendere e fu formulato con toni duri. Si giunse ad affermare che la Tdl era un insieme di molte eresie.

Il successivo dialogo tra Gutiérrez e le autorità vaticane portò le due posizioni ad avvicinarsi, con documenti più dialoganti, ma sempre fondamentalmente critici. Con il tempo, si arrivò ad affermazioni perfino incoraggianti, come la seguente: «Nella misura in cui s’impegna nel trovare a risposte giuste (…) siamo convinti, noi e voi, che la Tdl è non solo opportuna, ma utile e necessaria» (Lettera di Giovanni Paolo II alla Conferenza episcopale brasiliana del 9 aprile 1986).

Nella pratica, però, non ci furono vere novità e si continuò a scegliere vescovi per l’America Latina la cui pastorale era molto distante dal pensiero e dall’azione di tanti profeti che li avevano preceduti. Come le autorità della chiesa, anche molti poteri politici si mostrarono preoccupati.

Le paure nei due fronti possono essere sintetizzate in una sola parola: cambiamento. Nella chiesa, le novità erano – e sono – sempre avvertite come “pericoli di deviazione” dal cammino dell’evangelizzazione e dal magistero centralizzato. Ecco spiegate le reazioni critiche da parte del Vaticano alle conclusioni dell’Assemblea plenaria del Consiglio episcopale latino-americano di Medellín in Colombia (1968). I potenti controllori dell’ordine mondiale, invece, aumentarono la vigilanza sui movimenti popolari di liberazione d’ispirazione ecclesiale, ora privilegiando accordi con i vertici ecclesiastici, ora ricorrendo alla fisica eliminazione di loro leader.

Ciò che è accaduto in Paraguay il 22 giugno scorso è emblematico di quanto detto fin qui: il presidente del paese, Fernando Lugo, vescovo cattolico dimesso dallo stato clericale ed eletto democraticamente nel 2008, è stato deposto dal senato «per incapacità amministrativa». Le comunità cristiane hanno divulgato un comunicato per deplorare la fretta con cui la gerarchia cattolica ha riconosciuto il nuovo presidente e per ricordare a tutto il mondo che l’85% delle terre del paese è in mano al 2% della popolazione. «Noi – chiese locali, comunità di fede, movimenti religiosi ed ecumenici – ripudiamo energicamente il colpo di stato contro la democrazia paraguayana. L’America Latina sta vivendo un cambiamento d’epoca: il Regno di Dio nasce con i dolori del parto, la speranza risorge sempre nel popolo “senza valore”, e si stanno costituendo governi popolari e democratici».

Il 2 luglio scorso, ecco una “buona notiza” per i sostenitori della Tdl: Benedetto XVI ha nominato il Gerhard Ludwig Müller, vescovo di Ratisbona, a prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. A capo di quello che fu il Santo Ufficio oggi c’è un teologo simpatizzante della Teologia della liberazione. A proposito del pensiero di Gustavo Gutiérrez, di cui fu allievo, Müller ha dichiarato: «La teologia di Gutiérrez, a prescindere da come la si consideri, è ortodossa perché è “ortopratica” e ci insegna il corretto modo di agire da cristiano, poiché deriva dalla fede autentica».

Commentando la “buona notizia”, il 12 luglio Jorge Costadoat, teologo gesuita, professore presso la Pontificia università cattolica del Cile e direttore del Centro teologico “Manuel Larraín”, ha pubblicato sul sito Cristo en Constructión un articolo dal titolo “Il lento trionfo della Teologia della liberazione”. Vi si legge: «La Tdl stimola la chiesa a convertirsi in chiesa dei poveri. Non è solo legittimo affermare ciò: bisogna realizzarlo. La Tdl chiede ai cattolici non solo una conversione a uno stile di vita austero in favore di chi non ha il necessario, ma anche la disposizione a condividere tutto ciò che si ha per fare emergere dalla miseria coloro che ci vivono. (…) Carità, lotta contro l’ingiustizia, fiuto solidale: tutto ciò ancora manca. Ma manca soprattutto una chiesa capace di far propria la visione che i poveri hano del mondo, le loro sofferenze e la loro capacità di lottare e sperare. Siamo in attesa di quella chiesa che la Tdl ha generato nei quartieri popolari: gioiosa, partecipativa, capace di compassione, aperta alla totalità della vita umana ed esigente a livello sociopolitico; una chiesa fornita di buon senso nell’interpretare la dottrina della chiesa universale e capace di rilanciare su nuovi percorsi il cattolicesimo che è oggi irrigidito».