Il 12 dicembre si celebra nella chiesa la festa della Vergine di Guadalupe, patrona del Messico e madre delle Americhe. È certamente la Madre di Gesù ma, per i messicani, ha connotazioni particolari che possono essere comprese solo nella loro religiosità ancora segnata dalla teologia precolombiana.

Secondo il racconto di Nican Mopohua, il primo testo di teologia india cristiana, dopo la conquista degli invasori l’indigeno Juan Diego camminava nella notte oscura, nel freddo dell’inverno, disperato nel vedere i simboli del suo popolo cadere a terra.

In quel frangente incontra una fanciulla (cihuapilli), che dice di chiamarsi Guadalupe, nome con cui i conquistatori la conoscevano già. Ma ai conquistati suonava come Coatlaxupe (colei che sta sul serpente), che a sua volta ricordava l’antico Coatlicue, (quella della gonna di serpenti), madre di Huitzilopochtli, Dio associato al sole.

Tonantzin Guadalupe si presenta come la Madre di In Huel Nelli Téotl Dios (il vero Dio Téotl), In Ipalnemohuani (donatore/trice di vita), In Totecuyo (Nostro Signore), In Tloque Nahuaque (che è vicino a noi), A Huilcahua In Tlalticpaque (padrone/a del cielo e della terra). Nomi che gli abitanti del Messico davano alla divinità nella loro antica religione e che i missionari avevano condannato.

Ma Juan Diego, convertito al cristianesimo, sostiene davanti al vescovo Zumárraga che «per tutte le cose viste e ascoltate, è la Madre del nostro Redentore Gesù Cristo». In quel momento riesce nell’impresa: associa il Dio che per millenni la gente di Anahuac ha conosciuto con il Dio della bibbia. Questa teologia india è quella presentata al Sinodo panamazzonico, che si è tenuto a Roma nell’ottobre dello scorso anno, come il fondamento di tutta la vita indigena.

Ecco perché noi americani di oggi accogliamo il sogno di Dio ricevuto dai nostri antenati. Progetto che cambia la nostra realtà di dolore, malattia, insicurezza e morte in xochitlalpan o terra florida, nella tonacatlalpan o terra dell’abbondanza. Come sognavano i nostri antenati e come ricordiamo anche nella proposta di Gesù: “Sono venuto perché abbiate la vita e la vita in abbondanza” (Gv 10,10).

Per raggiungere questo ideale, Juan Diego viene convocato dalla Vergine per invitare il vescovo a uscire dal suo palazzo e convincerlo a recarsi nel luogo dove vivono i poveri per costruire con lui il Teocatzin o la sacra casa di Dio. Luogo dove tutti gli abitanti originari di queste terre possono vivere insieme in dignità, come fratelli e sorelle, anche con coloro che vengono da altri luoghi.

Quando ascolta l’invito a questa grande missione, Juan Diego si considera incapace di realizzarla in quanto riconosce con umiltà: «Mi invii verso dove non cammino e dove non mi fermo». Ma, una volta confortato dalla fiducia e dal pieno sostegno di Tonantzin Guadalupe, «sei il mio ambasciatore degno di ogni fiducia», assume l’incarico con tutto il suo entusiasmo e la sua energia.

È questa stessa forza che sostiene la lotta indigena nella nostra storia. Soprattutto quando si presentano le condizioni per realizzare i cambiamenti storici necessari nella società e nella Chiesa.


Nican Mopohua

In Nahuatl, una delle lingue precolombiane in terra messicana, è il racconto delle apparizioni della Vergine di Guadalupe al giovane indigeno Juan Diego sulla montagna del Tepeyac, a nord dell’attuale capitale Città del Messico. Il racconto è contenuto in un libro più ampio Huei tlamahuiçoltica pubblicato nell’anno 1649. Un testo diventato fondamento della spiritualità latinoamericana che riconosce in questo avvenimento il Dio di Gesù assumere i tratti indigeni propri dei popoli del continente. La forma più alta di inculturazione del cristianesimo in quelle terre.