Petrolio corrotto
In Nigeria e in Italia gli inquirenti stanno mettendo sempre più a fuoco modalità e protagonisti della frode e della corruzione internazionale intorno al blocco petrolifero OPL 245. L’Eni nega ogni coinvolgimento. Possibile rinvio a giudizio dell’amministratore delegato Claudio Descalzi.

Potrebbe essere il caso di corruzione più grande della storia, non solo per le cifre in ballo – si parla di un’ipotetica mazzetta di oltre un miliardo di dollari – ma anche per le mosse clamorose di un governo, quello nigeriano, che non ci sta e vuole riprendersi il maltolto.

Parliamo della complessa e ormai annosa vicenda OPL 245, il blocco petrolifero offshore acquisito nel 2011 dalle oil major Eni e Shell, le cui riserve stimate ammontano a 9,23 miliardi di barili di greggio. E a proposito di “controffensiva” nigeriana, la settimana scorsa l’Alta corte federale ha sospeso la licenza per OPL 245 fino a quando la procura anti-corruzione avrà completato le sue indagini. La notizia fa il paio con quella di circa un mese fa relativa all’accusa di frode avanzata sempre dalla stessa procura nei confronti del ministro della giustizia fra il 2010 e il 2015 Mohammed Adoke. Quest’ultimo avrebbe giocato un ruolo di fondamentale importanza per la chiusura dell’affare su cui aleggia l’ombra di frode e corruzione.

OPL 245 è stato assegnato nel 1998 per 20 milioni di dollari – una frazione del suo valore attuale – alla Malabu Oil & Gas, una società la cui proprietà occulta va fatta risalire all’allora ministro del petrolio Dan Etete. Come visto, il blocco è stato poi ceduto a Shell ed Eni nel 2011 in cambio di un pagamento di 1,1 miliardi di dollari, di fatto trasferiti alla Malabu invece che allo stato nigeriano che avrebbe agito solo da tramite per Etete e i suoi fedelissimi. L’ex ministro è uno degli uomini del dittatore Sani Abacha (al potere dal 1993 al 1998) ed è anch’egli indagato per frode dalle autorità nigeriane.

Mazzette incrociate

Se il fronte nigeriano è in pieno fermento, quello nostrano non è da meno. Negli ultimi giorni del 2016 i due pubblici ministeri della Procura della repubblica di Milano, Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro, hanno notificato la chiusura delle indagini alle due società e a undici persone fisiche, tra cui spiccano i nomi dell’attuale amministratore delegato Claudio Descalzi, del suo predecessore Paolo Scaroni e del faccendiere Luigi Bisignani, uno degli intermediari chiamati a svolgere un ruolo di primo piano nel deal insieme al suo “omologo” nigeriano Emeka Obi.

Per tutti il capo d’imputazione è corruzione internazionale. Ma non solo: a detta degli stessi inquirenti gli spostamenti di soldi sembrano mostrare che almeno 50 milioni di dollari sarebbero tornati ai manager Eni in Italia, che così avrebbero defraudato la loro stessa società. I magistrati milanesi, infatti, hanno ricostruito tutta la fitta rete di trasferimenti del denaro di Eni e Shell, inizialmente transitato per un conto londinese riconducibile al governo di Abuja, ma poi subito dispersosi in mille rivoli per andare a ingrossare, si ipotizza, i conti correnti di politici nigeriani di alto livello – compreso l’ex presidente Goodluck Jonathan (in carica dal 2010 al 2015) – intermediari e manager dello stesso Cane a Sei Zampe.

Nel settembre 2014, su richiesta della procura di Milano, una corte inglese aveva riconosciuto che 523 milioni di dollari del pagamento effettuato da Shell ed Eni fossero andati a presunti «sodali dell’[ex] presidente nigeriano Goodluck Jonathan» e quindi sequestrato 84 milioni di dollari ancora rimasti sul conto della Malabu alla JP Morgan di Londra. Altri 112 milioni di dollari versati all’intermediario nigeriano Emeka Obi sono stati successivamente bloccati su diversi conti in Svizzera.

E Gentiloni?

Eni conferma che la propria affiliata in Nigeria ha ricevuto copia del provvedimento con il quale viene disposto un sequestro temporaneo della licenza OPL 245 e fa sapere di star valutando l’impugnazione dell’atto. La compagnia ribadisce altresì la propria estraneità da possibili condotte illecite in relazione all’acquisizione del blocco OPL 245.

Sul caso si attendono ulteriori corposi sviluppi nelle prossime settimane. Uno degli scenari ipotizzabili prevede il rinvio a giudizio di Descalzi. E qui si apre il capitolo più puramente politico di questa storia. Nella primavera del 2014, Matteo Renzi indicò Descalzi come successore di Paolo Scaroni. Una decisione difesa con fermezza poche settimane dopo la nomina formale di Descalzi, quando scoppiò il caso OPL 245. Anche nella recente intervista rilasciata a Repubblica l’ex premier ha ribadito la sua fiducia all’amministratore delegato dell’Eni. Quindi ci dobbiamo aspettare che l’esecutivo guidato da Paolo Gentiloni confermi gli attuali vertici societari?

Non bisogna infatti dimenticare che la più grande multinazionale italiana è controllata per poco più del 30% dallo stato italiano tramite il ministero dell’economia e la Cassa depositi e prestiti. Chissà che cosa pensano i grossi investitori stranieri (tra cui la statunitense Blackrock, il più grande fondo mondiale) che dall’inizio dell’anno si sono trovati a leggere sul Financial Times o sul New York Times articoli non proprio rassicuranti sull’esito finale di uno scandalo dai potenziali effetti devastanti.