COMBONIANI 150 ANNI – DOSSIER OTTOBRE 2017

L’istituto comboniano è chiamato a confrontarsi con l’orizzonte interreligioso, con l’interculturalità e con le questioni economiche e socio-ambientali.

Rileggere 150 di storia della missione comboniana significa porsi sulle tracce di una eredità: quella scaturita dall’intuizione del fondatore Daniele Comboni e sigillata nel Piano per la rigenerazione della Nigrizia (1864). Una intuizione che si articola su due parole chiave: fede e civiltà. Ed è proprio tale eredità carismatica la forza di una lunga e generosa presenza della famiglia comboniana nei Sud del mondo. Ma, anche, di alcuni deficit di una storia missionaria chiamata alla verifica della sua qualità dai cambiamenti socioculturali della contemporaneità.

Non c’è dubbio che il cammino dei comboniani abbia puntato sulla scelta di una presenza all’interno di contesti in cui l’umano è stato spesso impoverito, vilipeso, reso marginale negli sviluppi culturali e sociali. L’attenzione agli ultimi, intesi tali sia in senso sociale sia in senso geografico, è un tratto evidente nelle scelte ministeriali comboniane. In tal senso, mi sembra si possano individuare tre orizzonti caratteristici del carisma comboniano la cui traduzione ha segnato la storia dell’evangelizzazione nei Sud del mondo.

La scelta degli ultimi

A un primo livello, emerge la preoccupazione per un impegno socioculturale in grado di contribuire a percorsi di liberazione da situazioni disumanizzanti. Il coinvolgimento della famiglia comboniana nei sotterranei della storia dove la violenza e la mancanza di diritti prevale; nelle periferie delle città dove baraccopoli e favelas sono il segno di una concezione della vita segnata dall’economia dello scarto; nelle zone rurali e nelle foreste dove gruppi etnici sono ostacolo a una ideologia dello sviluppo incondizionato, esprime il senso profondo di,,,

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Nella foto: il dialogo interreligioso sfida la missione. (prima fila: induismo, sikh, cristianesimo; seconda fila: confucianesimo, islam, ebraismo).