REPUBBLICA CENTRAFRICANA, VOCI DA DENTRO – DOSSIER DICEMBRE 2019

A 10 mesi dall’Accordo di Khartoum, non si è aperto un dialogo tra le parti e i gruppi armati proliferano. Il governo del presidente Touadéra fa propaganda e non riforme. I centrafricani non ricevono risposte. Così la pensa la società civile.

La crisi politica della Repubblica Centrafricana è aperta dal dicembre del 2012, quando la Seleka (“alleanza”), coalizione di gruppi ribelli, muovendo dal nordest del paese, conquista in poche settimane una decina di cittadine e, a fine marzo 2013, fa cadere il generale golpista François Bozizé, al potere dal 2003. Da sette anni l’ex colonia francese che non è mai diventata davvero uno stato e le cui istituzioni, quasi del tutto nominali, hanno “governato” a malapena la capitale Bangui, arranca per trovare una propria stabilità.

I fattori che hanno scatenato la crisi sono soprattutto politici: i territori periferici non sono mai stati presi in considerazione dai pessimi governi che si sono succeduti; ed economici: il Centrafrica figura negli ultimi posti della classifica dell’Indice di sviluppo umano che valuta l’aspettativa di vita, l’istruzione e il reddito. Ciò si è tradotto in tensioni etniche, religiose e intercomunitarie che ben si prestano a strumentalizzazioni politiche.

In questi anni, ci sono stati più tentativi di ricomporre il conflitto. Oltre all’operazione militare Sangaris della Francia tra fine 2013 e fine 2016, lo testimoniano gli accordi di Libreville (Gabon), N’Djamena (Ciad), Brazzaville-Congo (2014), l’invio di forze di pace Onu con la missione Minusca (2014), il Forum nazionale di Bangui (maggio 2015). Ultimo, l’accordo di pace di Khartoum (6 febbraio 2019) che ha visto la mediazione dell’Unione africana, dell’Onu e degli stati della regione, tra cui Etiopia e Sudan, e della Comunità di Sant’Egidio. Ma la crisi non è superata, anzi.

Sotto la pressione della comunità internazionale, ci sono state le elezioni nel 2015-2016: presidenziali il 30 dicembre 2015 e ballottaggio il 16 febbraio 2016; parlamentari il 16 febbraio e 31 marzo 2016 (ballottaggio). Tutto ciò senza che i numerosi gruppi armati abbiano deposto le armi. Di fatto hanno accettato un brevissimo cessate il fuoco, giusto per il tempo del voto. La preparazione del voto aveva almeno consentito alla macchina statale di rimettersi un po’ in piedi.

A tre anni e dieci mesi dall’elezione del presidente Faustin-Archange Touadéra, il bilancio è, a dir poco, catastrofico. I gruppi armati si moltiplicano (oltre agli anti-balaka, sedicenti cristiani, che si contrappongono ai Seleka, in maggioranza islamica, se ne contano a decine frutto di una società disarticolata) e continuano a far razzia delle risorse del sottosuolo (diamanti, oro, uranio) e a spadroneggiare sui civili. Più dell’80% del territorio nazionale sfugge al controllo dello stato. Non sono state poste in atto riforme di rilievo, mentre malgoverno, affarismo e tribalismo continuano a dominare la scena.

Inattuato

Ma torniamo all’accordo di pace di Khartoum dello scorso febbraio. I negoziati, previsti inizialmente ad Addis Abeba, si sono svolti a Khartoum per volere dei consiglieri russi di Touadéra. L’accordo è stato poi “ratificato” a Bangui tra il presidente Touadéra e quattordici gruppi armati. A trainare la mediazione è stata l’Unione africana che, di fronte a una situazione di stallo politico, ha fissato una tabella di marcia per la riconciliazione e la pace. Tre i punti chiave dell’accordo: il disarmo e lo scioglimento dei gruppi armati (che doveva avvenire entro maggio); l’amnistia per i capi dei gruppi armati; l’apertura di un tavolo di dialogo tra le parti.

Va rilevato che questo accordo viola la Costituzione. Ad esempio, gli articoli 24, 27 e 28 che vietano la nomina dei capi dei gruppi armati alle più alte cariche dello stato e la creazione di unità militari miste (con il supporto di mercenari stranieri) nell’esercito nazionale centrafricano. Eppure garanti e facilitatori affermano che questa intesa porterà la pace in Centrafrica. 

Quadro desolante

Intanto la situazione sociopolitica non migliora affatto. A fine maggio è nato Ë Zîngo Bîanî (Fronte unito per la difesa della nazione), che comprende organizzazioni della società civile (associazioni, sindacati, gruppi professionali) che condividono il fatto che il paese è senza alcuna direzione politica. In luglio (11-12), a sei mesi dalla firma dell’accordo di Khartoum, Ë Zîngo Bîanî ha organizzato, a Bangui (anche in collaborazione con alcuni partiti politici), una concertazione delle forze vive della nazione per fare il punto della situazione post-Khartoum. Ne è uscito un quadro desolante che si protrae fino a oggi.

I gruppi armati, a cui sono state fatte parecchie concessioni, continuano a occupare gran parte del territorio e a commettere crimini. Le disposizioni dell’accordo sono continuamente violate: nel suo ultimo rapporto al Consiglio di sicurezza, Mankeur Ndiaye, rappresentante speciale del segretario generale dell’Onu in Centrafrica, parla di 50-70 violazioni flagranti dell’accordo di Khartoum ogni settimana, senza che queste siano in alcun modo sanzionate.

Così i massacri continuano. Qualche fatto. Il villaggio di Zangba, nella prefettura nordorientale Basse-Kotto, è stato attaccato da elementi dell’Unione per la pace in Centrafrica (Upc) del mercenario nigeriano Ali Darass. Si sono registrati attacchi nel nord a Koundili, Loura, Lemouna e Bohong (municipalità di Paoua, prefettura di Ouham-Pendé,): i responsabili sono elementi del 3R (Raggruppamento riconciliazione ritorno) del mercenario camerunese Sidiki Abbas.

Sempre nel nord si sono registrati massacri a Mingala nella prefettura della Basse-Kotto e combattimenti a Amdafock e Birao nella prefettuta della Vakaga. Inoltre nei territori sotto il controllo dei gruppi armati, le strade sono continuamente interrotte da posti di blocco illegali: per poter transitare, la gente deve pagare una “tassa”. Un problema che riguarda tutte le prefetture, eccetto quelle di Bangui e della vicina Lobaye.

Ci sono poi decine di migliaia di sfollati che tirano avanti in condizioni disumane in campi di raccolta mal gestiti. Molti centrafricani hanno…

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Gervais Lakosso è il coordinatore di Ë Zîngo Bîanî, piattaforma della società civile.

Nella foto: un casco blu della missione Onu