ECONOMIA IN BIANCO & NERO – ottobre 2010
Riccardo Barlaam

«Venghino, signore e signori, al Circo Gheddafi … Lo spettacolo può cominciare».

La visita del presidente libico a Roma (29-31 agosto), per celebrare il 2° anniversario della firma del Trattato di amicizia italo-libico, che ha messo fine al contenzioso sul periodo coloniale, è stata un vero e proprio show. Con tanto di cavalli berberi, cavalieri beduini, giunoniche quanto improbabili guardie del corpo, hostess-veline che per un pugno di euro ascoltano le lezioni surreali sull’islam di un vecchio dittatore, trasformato per l’occasione in leader religioso da televendita.

Sullo strambo vertice bilaterale, simile a una gita a Disneyland, sono stati spesi fiumi d’inchiostro. E sì che l’argomento c’era. Tuttavia, la cosa che m’ha più colpito è la modalità con cui si è svolto l’incontro politico. Il nostro primo ministro non ha ricevuto il presidente libico nella sua casa, come sarebbe logico da cerimoniale e prassi diplomatica. Diciamo, a Palazzo Chigi, il palazzo, a poche decine di metri dal parlamento, poco frequentato dal festaiolo cavaliere, che è ancora, salvo prova contraria, la sede istituzionale della presidenza del consiglio italiana. O, che ne so, nello splendore dei giardini rinascimentali di Villa Madama.

No. Berlusconi, forse per un gesto di cortesia o di ennesima prostrazione, è entrato nella tenda del circo, montata per l’occasione nel parco dell’ambasciata libica. Ve l’immaginate la regina Elisabetta che non riceve Gheddafi a Buckingham Palace, ma si reca nella tenda beduina del leader ospite? Bene, a Roma è successo. Sullo sfondo di questa umiliante finzione ci sono contratti d’investimento per miliardi di euro. E, si sa, i soldi non puzzano. In ragione di questo, si perdona tutto al dittatore libico.

Il giorno dopo la fine del vertice, il ministro degli esteri Franco Frattini, per tentare di capitalizzare la visita, si è recato a Tripoli. A un giornalista ha spiegato il senso di tutto: «Gheddafi ci apre le porte dell’Africa. Per questo gli perdoniamo le sue intemperanze». Sarà proprio vero che Gheddafi ha questo potere? No, non è affatto vero. La Libia, negli ultimi anni, forte dei dollari del petrolio e del suo fondo sovrano dalla spaventosa liquidità, sta cercando di allargare la propria sfera d’influenza a Sud e anche in Occidente, facendo shopping di partecipazioni societarie in banche e società energetiche di paesi amici.

In Africa l’influenza della Libia si spinge nell’area del Sahel, nei paesi confinanti, poverissimi, a maggioranza islamica, di solito non democratici, e in alcuni paesi dell’Africa dell’ovest. I libici vanno forte anche nel Sudan di El-Bashir (l’appalto dell’hotel a 5 stelle costruito a Karthoum da una cooperativa rossa italiana era stato firmato da una società libica). Sono però meno (o per niente) considerati in altri paesi dell’Africa nera.

Frattini, mesi fa, era stato nell’Uganda di Yoweri Museveni, dove si sta giocando una partita miliardaria per la conquista dei nuovi giacimenti petroliferi, con l’opposizione, tra l’altro, che continua a denunciare strani giri di tangenti e corruzione attorno al greggio e ai ministeri preposti. Erano contrapposte l’irlandese Tullow e l’italiana Eni. Frattini perorava la causa italiana. A un certo punto, sembrava che l’Eni si stesse per aggiudicare il match. Poi le cose sono girate a favore degli irlandesi, ma non per colpa dell’Eni o di Frattini. Pare sia stato determinante il “no” di un ministro ugandese, che in soldoni ha detto: «Dietro l’Eni ci sono i libici. Per questo non la vogliamo. Meglio gli irlandesi. Mille volte meglio i cinesi, che non hanno nessun credo da imporci se non quello del business».

Non è tutto. Fino a gennaio scorso, Gheddafi è stato presidente di turno dell’Unione africana. Presidenza contraddistinta dalle solite trovate a effetto («Io sono il Re dei Re degli africani»; «Voglio creare gli Stati Uniti d’Africa ed esserne il primo presidente»). Ma è stata un mezzo fallimento politico. L’idea degli Stati Uniti d’Africa, cavallo di battaglia del colonnello, è stata violentemente rifiutata dal Sudafrica e dagli altri paesi della Comunità di sviluppo dell’Africa australe (Sadc), che considerano prematura la creazione di un governo sovranazionale in questi termini e a questo stadio.

Qualche giorno prima del vertice dei capi di stato, è partita una campagna diplomatica dei paesi amici per prorogare il mandato del colonnello alla presidenza. Una sorta di golpe bianco, seppur sotterraneo. Davanti alla ferma opposizione dei paesi della Sadc e della commissione dell’Ua, Gheddafi ha dovuto fare un passo indietro e accettare di malavoglia, democraticamente, di passare la mano al suo successore, il presidente del Malawi, Bingu Wa Mutharika, scelto secondo una regola tacita di rotazione regionale. I leader africani, per una volta, hanno dimostrato di avere più dignità di molti leader occidentali. Non solo italiani.