“Corona wela ntouna!” (Meglio il coronavirus che voi!) Fino a qualche giorno fa sui social e nelle manifestazioni circolava questo slogan dell’Hirak, il movimento popolare di protesta nonviolenta ininterrotta dal 22 febbraio dello scorso anno. Venerdì 13 marzo i manifestanti sono scesi in piazza, così pure il sabato 14, per la quarta volta consecutiva come avviene ormai da sabato 22 febbraio di quest’anno, e la polizia è intervenuta ad Algeri per disperdere la protesta.

Ieri, per il martedì degli studenti, alcune associazioni si erano espresse per interrompere le manifestazioni. Ma studenti dell’Hirak sono ugualmente scesi per strada in diverse città, anche per fare informazione, per distribuire simbolicamente delle mascherine, in polemica con i ritardi del governo a prendere misure e, naturalmente, per confrontarsi sul da farsi, come organizzarsi diversamente. Da notare che le scuole e le università sono chiuse dal 12 marzo al 5 aprile, avanzando di una settimana le tradizionali vacanze di primavera.

L’esempio Italia

In queste ore si guarda molto all’Italia, sia per dimostrare che laddove si è imposto l’isolamento assoluto si sono ottenuti i migliori risultati, sia per lo spirito di resilienza con musica, canzoni e bandiere. Ancor prima del discorso del presidente in tv ieri sera, la decisione di rinunciare per il momento alla piazza, a partire dal prossimo venerdì, era di fatto presa, o meglio condivisa, perché l’Hirak non ha portavoce, né una struttura di direzione.

Già dopo l’ultimo venerdì il movimento si è  interrogato sull’opportunità di sospendere le manifestazioni di protesta contro il “sistema”, e diverse voci si sono espresse per rinunciare alla strada. Da molte parti dell’Hirak era venuta la denuncia anche contro il lassismo delle autorità rispetto allo scenario del coronavirus che si stava disegnando anche in Algeria. D‘altra parte è chiara la volontà di “continuare con altri mezzi”.

La protesta nelle strade e nelle piazze è considerata come una delle modalità di azione, ma non l’unica, anche se finora è stata quella di maggior rilievo. Sicuramente la mobilitazione continuerà con i social che sono sempre stati molto attivi in questo anno di proteste, ma si pensa a bandiere, striscioni e altro. C’è la convinzione che il coronavirus non potrà fermare il movimento, che un ritorno indietro sia impossibile, anche se c’è ormai la coscienza che si tratterà della prova più difficile non solo per il movimento ma per l’intero paese.

Il discorso del presidente

Abdelmadjid Tebboune si è dunque rivolto ieri sera alla nazione e ha annunciato le misure prese dal governo poco prima. Le frontiere terrestri, aeree e marittime dell’Algeria vengono totalmente chiuse alla circolazione delle persone, salvo casi eccezionali da concordare coi paesi vicini. Il trasporto delle merci viene invece assicurato, ma l’esportazione di beni strategici, materiale sanitario e alimenti, è interrotta. Tutti i mezzi di trasporto verranno disinfettati.

Tutte le manifestazioni e i raggruppamenti vengono proibiti. La preghiera del venerdì e tutte le altre preghiere collettive sono sospese, le moschee restano chiuse, rimarrà solo l’appello alla preghiera. Oltre al rafforzamento delle strutture ospedaliere e della fornitura del materiale sanitario, sono annunciate misure contro le speculazioni (rialzo dei prezzi e accaparramento di beni), una campagna di informazione alla popolazione e la denuncia dei propagatori di false notizie.

Strumentalizzazioni e repressione

L’aspetto più preoccupante per il movimento è, da diversi giorni, l’attacco aperto, da parte di esponenti del governo, contro quello che viene definito come “nuovo Hirak” in contrapposizione a quello del 22 febbraio 2019, giudicato “autentico” perché si era opposto alla quinta candidatura del vecchio presidente Abdelaziz Bouteflika. L’intenzione, neppure tanto nascosta, è quella di presentare un movimento diviso, infiltrato non si sa bene da quali forze.

Questo favorirebbe una repressione selettiva, peraltro in atto da mesi, che giustifichi l’esclusione da un eventuale confronto, più volte annunciato in vista della formulazione degli emendamenti alla Costituzione, di coloro che volessero mantenere la posizione intransigente finora espressa da tutto il movimento che chiede il totale ricambio del personale politico che appartiene ancora interamente al vecchio sistema.