AL-KANTARA – MAGGIO 2019
Mostafa El Ayoubi

“Riprendetevi i vostri foreign fighters o li lasceremo liberi”. È stato più o meno questo il senso del tweet ammonitore nei confronti dei paesi europei, lanciato da Trump nel febbraio scorso. Si tratta di 800 jihadisti catturati dalle milizie curde, alleate degli Usa, in seguito alla sconfitta di Daesh nella città di Baghouz, nell’est della Siria. Ma ad oggi i governi europei fanno orecchie da mercante.

Ora che il progetto coloniale del regime change in Siria è fallito, le potenze occidentali si trovano di fronte alla patata bollente degli estremisti islamici, che per molti anni hanno sostenuto con ogni mezzo pur di destabilizzare questo paese.

Secondo un rapporto del Radicalisation awareness network- european commission, pubblicato nel 2017, intitolato Responses to returnees: foreign terrorist ?ghters and their families, più di 42mila jihadisti, provenienti da 120 paesi, raggiunsero la Siria nel periodo 2011-2016. Il rapporto asserisce che i foreign fighters provenienti dall’Europa erano circa 5000: principalmente dalla Francia (1700 combattenti), dalla Germania (1000 combattenti), dalla Gran Bretagna (900 combattenti) e dal Belgio (400 combattenti).

L’Italia, invece, è stata solo marginalmente colpita da questo fenomeno. Una ricerca condotta dall’International center for counter terrorism afferma che sono circa 125 i combattenti partiti dall’Italia verso il Medio Oriente. Ma la maggioranza è straniera residente (nordafricani in particolare). Solo 24 di loro sono cittadini italiani, per ius sanguinis o per naturalizzazione (Destination jihad: Italy’s foreign fighters” ICCT report, marzo 2019).

Il governo italiano riguardo alla guerra in Siria ha mantenuto un profilo molto basso, di second’ordine, rispetto a Francia, Gran Bretagna e Germania. Questo spiega in gran parte il fatto che questi ultimi paesi hanno subito un numero elevato di attentati negli ultimi anni, mentre in Italia ciò non è avvenuto.

Dopo la sconfitta in Siria delle varie filiali di al-Qaeda, migliaia di jihadisti sono scappati. In tanti si trovano oggi nei Balcani. E molti altri cercano di raggiungere l’Africa, come ha riconosciuto nel febbraio scorso il segretario di Stato americano Mike Pompeo. In questo quadro, c’è da notare che, di recente, le forze di sicurezza algerine hanno arrestato alla frontiera con il Niger un gruppo di terroristi, provenienti dalla provincia di Aleppo, che tentavano di entrare in Algeria.

Questo paese laico, tra l’altro, è da anni sotto il mirino dell’Arabia Saudita e del Qatar, principali finanziatori delle organizzazioni jihadiste. E, in questa fase di crisi politica e di vuoto istituzionale in cui vivono gli algerini, vi è il rischio del riemergere di quel terrorismo che negli anni Novanta devastò il paese.

La contiguità geografica dell’Europa sia con i Balcani che con l’Africa, verso cui fuggono oggi i jihadisti, la espone al pericolo permanente del terrorismo. I governi europei si sono fatti trascinare da Washington nella logica della guerra per procura, affidata alle milizie jihadiste, per promuovere i loro interessi geostrategici; hanno consentito a migliaia di loro cittadini di raggiungere Al-Nusra, Daesh e altre fazioni armate in Siria.

Erano convinti che i jihadisti avrebbero portato a termine il progetto escogitato dagli Usa per conquistare Damasco e che sarebbero rimasti in Siria per diffondere il verbo del fondamentalismo salafista. Ma le cose sono andate diversamente. E oggi Parigi, Londra, Berlino e gli altri non sanno a che santo rivolgersi. In fondo nessuna cancelleria occidentale vorrebbe che questi terroristi tornassero a casa e ciò per motivi di sicurezza e anche politici ed elettorali.

Che fare, allora, di questi jihadisti europei e delle loro famiglie, che nel frattempo hanno creato in Siria mentre seminavano il terrore? Che sorte avranno le vedove, in gran parte sposate da minorenni, e i figli piccoli – entrambi vittime dirette della politica neocoloniale delle grandi potenze occidentali – dei qaedisti morti sul campo? In Europa oggi prevale la logica del nascondere la polvere sotto il tappeto. In sostanza: nessuno vuole indietro i propri jihadisti.

C’è chi propone di ritirare la cittadinanza ai foreign fighters europei, in barba al principio di garanzia dei diritti dell’uomo (anche per i criminali). Un’altra proposta insensata, oltre che controproducente, è quella di creare un apposito tribunale penale internazionale per risolvere la questione.

Ma vi è anche una soluzione inconfessabile, che molti vorrebbero: l’eliminazione fisica di questi terroristi “che non servono più”. Fabien Clain, il terrorista francese che ha rivendicato l’attentato a Parigi del 13 novembre 2015, è stato ucciso dalle forze della coalizione guidata dagli Usa, il 21 marzo a Baghouz, quando i terroristi stavano per arrendersi. La notizia fu, non a caso, twittata dalla ministra della Difesa francese.

La Francia non vuole che i suoi jihadisti tornino a casa. Vuole che vengano processati e incarcerarti laddove hanno combattuto. E in tal senso essa cerca di concludere un accordo con l’Iraq, ad esempio, affinché quest’ultimo se ne occupi. Inizialmente Parigi aveva messo in piedi un piano segreto per il rimpatrio di 250 persone (jihadisti, donne e bambini) dall’Est della Siria.

La notizia è stata rivelata dal quotidiano francese Libération (Etat islamique: un rapatriement programmé, préparé, mais gelé, 4 aprile 2019). Ma in seguito il presidente Macron ha fatto marcia indietro: troppo rischioso dal punto di vista del consenso politico, specie in questo periodo pre-elettorale per le europee (26 maggio).

Un sondaggio dell’istituto Odoxa, pubblicato il 28 febbraio, rivela che circa il 90% dei francesi sono preoccupati per un eventuale rientro dei jihadisti in patria. Due terzi di loro non vorrebbero nemmeno il rientro dei bambini, figli dei combattenti islamisti, morti o imprigionati.

Quello dei bambini figli dei jihadisti è un problema a dir poco drammatico. Sono in migliaia a vivere nei campi in condizioni disumane. Sono di diverse nazionalità ma molti governi europei non vogliono riprendersi i propri. La Francia finora ne ha rimpatriati solo 5. Il suddetto piano svelato da Libération indicava invece una cifra di 149 bambini tra i 2 e i 13 anni. Parenti stretti (nonni e zii) di alcuni di loro si sono rivolti alla Corte europea dei diritti dell’uomo per chiedere giustizia per questi bambini, vittime anche della politica estera sanguinaria dei loro governi d’origine.

Baghouz
Città situata sul fiume Eufrate al confine con l’Iraq e ultimo bastione dell’Is in Siria, è caduta il 23 marzo. Nel 2014, dopo aver conquistato Mosul (Iraq) e alcune aree della Siria orientale, il leader dell’Is, Abu Bakr al-Baghdadi, aveva proclamato il cosiddetto “califfato”.