Ruolo di Kampala e Khartoum

Due primi attori della scena regionale hanno ribadito la loro influenza: l’Uganda di Yoweri Museveni ha supportato militarmente Kiir; il Sudan di Omar El-Bahsir ha dato un aiuto (diplomatico e armato) a Machar.

Anche i paesi della regione hanno svolto un ruolo tutt’altro che secondario nella crisi del Sud Sudan. Non a caso i negoziati si sono svolti al tavolo dell’Igad (Autorità intergovernativa per lo sviluppo), l’istituzione regionale che aveva già facilitato le trattative nella guerra civile tra il nord e il sud del Sudan, concluse con la firma dell’accordo globale, Cpa, nel 2005. L’Igad tuttavia ha dovuto chiedere il supporto di attori internazionali (Onu, Unione europea, Unione africana, la Troika – Usa, Inghilterra, Norvegia – e altri) sia per vincere le resistenze dei due contendenti, sia per uscire da blocchi predefiniti. Infatti ciascuno dei due contendenti ha i proprio padrini e ogni membro Igad i propri interessi da difendere.

Ma è certo che Uganda e Sudan hanno giocato un ruolo predominante. Kampala è intervenuta subito, e platealmente, a fianco del governo di Juba, inviando almeno due battaglioni. La decisione ha sollevato polemiche in Uganda, ma è stata venduta dal presidente Museveni come un’operazione di evacuazione dei cittadini ugandesi residenti in Sud Sudan. In realtà, i soldati ugandesi sono stati schierati a difesa della capitale, hanno consentito la riconquista di Bor, nello stato di Jonglei, e presidiato i campi petroliferi. L’aviazione ugandese inoltre ha bombardando ripetutamente le truppe e gli insediamenti dell’opposizione. Senza questo appoggio, il conflitto avrebbe potuto prendere una piega ben diversa…(…)

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Guerra incivile

La guerra civile sudsudanese (2013-2015) è stata caratterizzata da gravissime violazioni dei diritti umani e dei trattati internazionali che regolano i conflitti armati. Lo hanno denunciato numerosi rapporti.

L’Unione africana ha indagato sui primi giorni della crisi, confermando il massacro di migliaia di civili nuer residenti a Juba (15-20 mila secondo alcune fonti), e dunque connotando anche etnicamente lo scontro. Il massacro nella capitale ne ha originati altri per ritorsione, soprattutto nelle città di Bentiu e Malakal. Quando le città passavano di mano, ed è successo più volte, i civili del gruppo rivale venivano trucidati, senza rispetto neppure per luoghi fino ad allora ritenuti inviolabili. È il caso dei malati, in maggioranza denka, uccisi nell’ospedale di Malakal e dei darfuriani, considerati sostenitori del governo pur essendo stranieri, fatti fuori nella moschea di Bentiu: i responsabili erano militari o milizie dell’opposizione. Non sono stati risparmiati neppure i campi per la protezione dei civili della missione di pace. A Bor e Malakal molte decine di persone sono state uccise in attacchi di soldati o milizie para-governative.

Amnesty International, Human rights watch e agenzie dell’Onu hanno documentato il reclutamento di migliaia di minorenni, spesso strappati ai banchi di scuola, oltre che gli stupri e la riduzione in schiavitù di bambine e di donne, considerate come ricompensa sostitutiva del salario.

I più recenti rapporti di Amnesty si soffermano su fatti avvenuti dopo la firma degli accordi di agosto 2015. Civili, ritenuti sostenitori dell’opposizione, detenuti in container lasciati al sole in un’area militare. A Leer, zona d’origine di Machar e perciò particolarmente devastata, sarebbero morte almeno 62 persone, soffocate nei container. Un altro luogo di detenzione simile sarebbe tuttora in funzione a pochi chilometri da Juba.

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