Algeria / Paese al centro di mille interessi strategici

In Amenas insegna che Algeri non tratta con i terroristi. Anche se ha giocato un ruolo ambiguo di sostegno ai tuareg del nord del Mali. Le crisi nordafricana e saheliana minano, però, le certezze del paese che vive da 20 anni uno scontro interno tra esercito, servizi segreti e potere civile. Mal tollerato l’espandersi delle basi francesi sulla frontiera meridionale.

Algeri ha davvero fatto di tutto per evitarlo. Ha accolto con tanto di bandierine e bagni di folla il presidente francese François Hollande, si è seduta al tavolo delle trattative con la ribellione tuareg del Movimento nazionale di liberazione dell’Azawad (Mnla) fino a far volare nella capitale Algeri, non senza suscitare qualche imbarazzo, gli emiri di Ansar Eddine. Il suo tentativo di affermarsi come cardine della regione, però, è fallito: i suoi no all’attacco internazionale in Libia, prima, e adesso in Mali non sono serviti. E oggi si ritrova accerchiata. Schiacciata tra una Tunisia più instabile che mai e un Marocco che gli algerini amano chiamare “il fratello mancato”. Le frontiere tra i due paesi maghrebini sono chiuse dal 1974 e la questione del Sahara Occidentale continua a impedire un reale avvicinamento. Ma oggi il vero pericolo arriva da sud. L’ha dimostrato l’attacco contro l’impianto gas di In Amenas, gestito dalla compagnia algerina Sonatrach, dall’inglese British Petroleum e dalla norvegese Statoil.

 Nel maxi sequestro, rivendicato da Moktar Belmokhtar e dai suoi Al Mouakaoun be dam (Firmatari con il sangue), sono morti almeno 38 ostaggi e 28 miliziani. Molti dei quali uccisi nel sanguinoso blitz delle forze speciali algerine. Mai, nemmeno nel decennio nero del terrorismo algerino (gli anni ’90) era stato colpito un giacimento di idrocarburi, una delle zone più militarizzate e controllate del paese. Belmokthar, tra i più influenti emiri del Sahara, «voleva colpire l’economia del paese», ci spiega Yahia H. Zoubir, esperto di relazioni internazionali. Un settore vitale che rappresenta oltre il 98% delle esportazioni algerine.

 Forse, mister Marlboro, come lo chiamano gli abitanti della regione per la sua passione per ogni genere di traffici, sperava di incassare qualche riscatto milionario, «necessario per acquistare le armi, ma anche per assicurarsi i favori della popolazione nel nord del Mali». Del resto, continua Zoubir, «è quello che è stato fatto negli ultimi anni. Senza la guerra in Libia probabilmente non ci sarebbe stata quella in Mali. La caduta di Gheddafi ha permesso la circolazione di nuove armi sofisticate acquistate grazie ai riscatti versati dai paesi occidentali»: almeno 89 milioni di dollari tra il 2004 e il 2011, ha rivelato Vicki Huddleston, ex responsabile degli Affari africani al Dipartimento di stato americano.

 

Lotta di potere

 Algeri ha inviato un messaggio chiaro: nessuna trattativa con i terroristi. Il discusso blitz delle forze di sicurezza algerine è stato letto da molti analisti come un colpo di mano del potere militare, anzi della corrente più dura nella lotta al terrorismo, nei confronti della politica, del presidente Abdelaziz Bouteflika e della sua Riconciliazione nazionale. Fumo negli occhi per gli éradicateurs, gli ufficiali pronti a sradicare l’integralismo islamico dall’Algeria. Costi quel che costi. Che si tratti delle vite di migliaia di algerini uccisi negli anni ’90 o di ostaggi. Una lotta intestina tutta algerina, quella tra stato maggiore, Drs (i servizi segreti algerini) e civili che va avanti ormai da 20 anni (anzi, sarebbe meglio dire fin dal 1962), che oggi si inserisce nella battaglia già aperta per le prossime presidenziali del 2014: Bouteflika avrà il benestare (e la salute) per candidarsi per un quarto mandato o si è spinto troppo in là nel tentare di ridimensionare il ruolo dei generali?

 A sorpresa, il blitz delle forze speciali è stato accolto con favore dalla popolazione algerina e regalato nuovi consensi al potere militare. Non si può dire lo stesso della decisione politica di concedere il sorvolo ai caccia francesi. «Un cambio di strategia obbligato», sottolinea Zoubir. «Algeri ha tentato di sostenere i gruppi tuareg, che hanno rivendicazioni legittime e rifiutano la violenza di Aqmi (Al-Qaida nel Maghreb islamico) e Mujao (Movimento per l’unicità del jihad in Africa occidentale). Avevano puntato su Ansar Eddine, ma il suo leader Iyad Ag Ghali ha tradito gli algerini e si è alleato con i terroristi per conquistare il sud del Mali. La situazione è precipitata.

 La decisione di autorizzare il sorvolo degli aerei francesi diretti in Mali, tuttavia, non convince la popolazione e buona parte della stampa locale che, senza mezzi termini, accusa Parigi di aver lanciato una nuova colonizzazione dell’Africa.

 “Dopo le sue ingerenze in Libia, Costa d’Avorio e dopo aver inondato il Sahel di armi pesanti”, scrive l’arabofonoEchourouk, “la Francia raccoglie i suoi frutti”.

 Per “il 50° anniversario della diplomazia algerina”, incalza il quotidiano Liberté, ‘‘le Quai d’Orsay (ministero degli esteri, ndr) ha fatto un regalo avvelenato agli affari esteri algerini. Più di un anno di sforzi per favorire il dialogo in Mali è andato in fumo sulla strada di Konna”. A preoccupare le autorità algerine, o meglio lo zoccolo duro del potere, forse più della minaccia del terrorismo, è la presenza di truppe francesi alle proprie porte. Come non succedeva dal 1962, scrive l’Expression, ‘‘le frontiera meridionale sarà costellata di basi francesi, alle quali si sono aggiunti in corsa gli americani che hanno già annunciato di voler installare una base per droni in Niger’’.

 Massima allerta

 L’allerta nel paese è massima, da nord a sud. Tre dei miliziani arrestati dopo l’assalto di In Amenas hanno rivelato l’esistenza di un piano per colpire diversi stabilimenti energetici in tutta la regione. Pochi giorni dopo, un nuovo attacco è stato compiuto contro un gasdotto vicino a Bouira, a un centinaio di chilometri dalla capitale. Il 5 febbraio, un gruppo armato di lanciarazzi e kalashnikov ha preso d’assalto una caserma non lontano da Tebessa, al confine con la Tunisia.

 Le principali infrastrutture economiche hanno rafforzato le loro misure di sicurezza ad Algeri e in altre città del paese. Il timore è che anche la capitale venga travolta da una nuova ondata di attentanti, come avvenne nel 2007, con una serie di attacchi kamikaze che colpirono il palazzo del governo, la corte costituzionale e la sede dell’Onu.

 Lungo le incontrollabili frontiere meridionali, circa 10 mila uomini sono stati schierati dall’inizio della crisi maliana. Il 30 gennaio, in occasione della visita ad Algeri di David Cameron, la prima di un premier inglese dall’indipendenza del paese maghrebino, è stato siglato un accordo di cooperazione proprio per rafforzare le misure di sicurezza alla frontiera con il Mali, chiusa dal 14 gennaio durante l’assalto di In Amenas. Una chiusura che non ha frenato l’afflusso di profughi. La diffidenza è alta. Si teme che tra loro possano infiltrarsi combattenti del braccio nordafricano di Al-Qaida.

 

 

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