Riccardo Barlaam

Il Sud Sudan dipende dal 98% dagli introiti petroliferi. Nonostante le sue ricchezze, è una delle nazioni più povere del mondo. E le incertezze, la corruzione, le violenze, la guerra civile tra governo e ribelli per il controllo dell’oro nero non fanno che peggiorare, drammaticamente, le prospettive di sviluppo della giovane nazione. Da quando nel 2011 il paese ha ottenuto, pacificamente, l’indipendenza il petrolio è apparso da subito il nodo su cui si giocava la partita, tra il Sud che il petrolio lo ha nel suo sottosuolo e il Nord, più forte politicamente ed economicamente, che controlla le esportazioni, soprattutto verso la Cina.

È sempre a causa del petrolio che le grandi potenze e le potenze regionali africane giocano tutte le loro carte diplomatiche in queste settimane per evitare che il conflitto tra governativi e ribelli divampi a tutta l’area. Per questo motivo la Cina ha messo da parte, per una volta, la sua tradizionale politica di non interferenza a sostegno dei negoziati di pace. Lo stesso fa il Sudan di El-Bashir che ha archiviato decenni di contrasti per sostenere apertamente il presidente Salva Kir e il processo di pace. Troppo prezioso il petrolio. Una torta che non può essere ceduta ad altri paesi. Quella del Sud Sudan è una delle riserve più importanti del continente africano, che vale contratti per miliardi e miliardi di dollari per la giovane nazione e i suoi partner, vecchi e nuovi.

«Le grandi potenze, la Cina in primis ma anche gli americani, hanno immensi interessi da difendere qui, ha detto al Wahington Post il professor Leben Moro, del Centro per la pace e lo sviluppo dell’Università di Juba. Il petrolio ci può salvare, ma se i combattimenti proseguiranno può trasformarsi nella nostra maledizione».

Prima della crisi, scoppiata a metà dicembre, il Sud Sudan produceva dai 220mila ai 240mila barili al giorno, di cui circa due terzi destinati all’export verso la Cina, attraverso i terminal petroliferi del Nord. In questi mesi, i cinesi sono stati costretti a cessare l’estrazione in diversi siti e a far rientrare centinaia di lavoratori. E la produzione è diminuita del 20%. Il Sudan riceve ogni anno centinaia di milioni di dollari dal suo vicino del Sud, privo di uno sbocco sul mare, per far transitare il petrolio nel suo territorio e fino ai porti e alle raffinerie del Nord.

La diminuzione della produzione di greggio nel Sud Sudan fa scendere anche le rimesse verso il Sudan, la cui economia è già messa in difficoltà dalle sanzioni americane. Uno stop della produzione o la fine – nella eventualità peggiore – del transito dell’oro nero nelle pipeline del Nord rischia di avere conseguenze catastrofiche per gli equilibri geopolitici dell’area. Nuovi attori regionali si affacciano all’orizzonte e tendono la mano, per ora non insanguinata ma tutt’altro che disinteressata, al governo di Juba.

Il Kenya, primo tra tutti, coltiva il suo progetto per realizzare un oleodotto che colleghi giacimenti del Sud Sudan al porto di Lamu. La recente scoperta di giacimenti petroliferi in territorio kenyano, vicino alla frontiera con il Sud Sudan, potrebbe accelerare la realizzazione della nuova pipeline. Anche l’Uganda, che sta utilizzando aerei e truppe di terra per sostenere il fragile governo di Juba, ha da offrire risorse petrolifere da estrarre. Un piatto pronto per le major senza i rischi di instabilità del Sud Sudan. Le major americane, spiazzate anche dall’instabilità Libia, sono pronte a investire su più campi, al miglior offerente.

La cosa più assurda di tutta questa storia è che il Sud Sudan, nonostante la ricchezza sulla quale è seduto, in questi tre anni di indipendenza ha fatto funzionare i suoi fragili apparati statali e assistito la sua popolazione non con gli introiti petroliferi ma grazie soprattutto alle centinaia di milioni di dollari di aiuti internazionali che arrivano da stati Uniti, Europa e Cina. E un fiume di risorse pubbliche è stato dilapidato. Nel nome della pace si sopporta tutto. Salva Kir ha ammesso che dei funzionari governativi hanno rubato dalle casse dello stato qualcosa come 4 miliardi di dollari. Il costo della corruzione. Lo sviluppo per il giovane stato resta ancora una parola senza significato.

La lotta per il controllo dei giacimenti petroliferi in Sud Sudan (e anche in Libia) è un fattore di instabilità che modifica interessi e appetiti di attori africani e internazionali.