Gibuti

È tra le nazioni più rilevanti per la sua posizione geostrategica e per il controllo delle tratte commerciali. Ma è anche territorio di scontri per i suoi vicini invadenti, come Eritrea ed Etiopia. Importante lo sviluppo delle infrastrutture. Sospetti i flussi finanziari che lo attraversano.

Gibuti, un paese grande come la Toscana, è certamente tra i posti di maggior importanza geostrategica al mondo. È in una posizione privilegiata per controllare una vasta area, ricca di risorse strategiche e a cavallo tra due continenti: incastonato sulla costa africana – tra l’Etiopia, in grande espansione economica e che non maschera le ambizioni da potenza regionale, e la Somalia, ancora tutt’altro che stabile e base di gruppi terroristici in espansione – e proteso verso la Penisola arabica in fiamme, da cui è separato dallo stretto del Bab el Mandeb, largo una trentina di chilometri appena.

La sua importanza è sempre stata rilevante, a guardia com’è delle rotte commerciali che dall’Europa, attraverso il Mar Rosso, raggiungono l’Africa meridionale e l’Asia. Ma il suo peso è aumentato negli ultimi 15 anni, con il progressivo deteriorarsi della situazione regionale e con lo stabilizzarsi di quella del paese.

Potere etnico.
Gibuti sembra aver superato in modo pragmatico i problemi dei rapporti, a lungo conflittuali, tra i due gruppi etnici che formano la stragrande maggioranza della popolazione: i somali del clan Issa, stanziati nelle regioni meridionali – che comprendono anche la capitale in rapida crescita economica e demografica – e la numerosa minoranza afar, 35% del totale, originaria delle province settentrionali di Tadjoura e Obock, che visibilmente necessitano di interventi strutturali di sviluppo. Dopo un decennio di guerra civile, gli afar sono stati associati al potere, dal quale erano stati a lungo esclusi. Ora il presidente, Ismail Omar Guelleh, in carica ininterrottamente dal 1999, è l’esponente di una importante famiglia somala, mentre il primo ministro, Abdoulkader Kamil Mohamed, nominato dal presidente stesso, ha recentemente sostituito Dileita Mohamed Dileita, primo afar a occupare la carica.

Questo è bastato per mettere la sordina alla ribellione, ma non a domarla del tutto. Una fazione radicale del fronte afar, Fronte per la restaurazione dell’unità e la democrazia (Frud), è ancora attiva nelle valli impervie dei monti Mabla, nella provincia di Obock, a ridosso del confine eritreo e del corridoio di collegamento con l’Etiopia. Una zona particolarmente delicata e una situazione potenzialmente esplosiva, in cui giocano un ruolo importante le rivendicazioni territoriali eritree su Ras Doumeira, una penisoletta all’imbocco meridionale del Mar Rosso, per cui si sono già avuti diversi scontri armati tra i due paesi (l’ultimo nel 2008), in prossimità di infrastrutture strategiche per lo sviluppo dell’economia etiopica, cioè il nuovo porto di Tadjoura; la strada asfaltata che arriverà fino al Tigray, passando per il posto di frontiera di Bahlo; e la ferrovia che collegherà il porto a Makallè.

Eritrea ed Etiopia si confrontano duramente nel Corno d’Africa dal 1998, dopo che una guerra di confine non ha mai potuto trovare soluzione a causa del rifiuto etiopico di ritirarsi da piccole sacche di territorio assegnato all’Eritrea da una commissione internazionale. Asmara è stata accusata, in diverse occasioni, di destabilizzare i suoi vicini e di fomentare conflitti in funzione anti etiopica; in questa zona le condizioni e le ragioni ci sarebbero tutte. Infatti, a Gibuti sono sicuri che il Frud è sostenuto, logisticamente e militarmente, dall’Eritrea, anche grazie al fatto che gli Afar abitano una vasta, impervia e inospitale regione a cavallo tra Gibuti, Eritrea ed Etiopia. (…)

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Dati del paese

Gibuti ha un’estensione di 23.180 kmq con un territorio in gran parte desertico e inospitale.

Vi risiede una popolazione di circa 850.000 persone (Somali 60%, Afar 35%, arabi e specialmente yemeniti, etiopici, francesi e Italiani), concentrati soprattutto nella capitale, che conta circa 550.000 abitanti.

L’economia si basa sui servizi, e in particolare quelli derivanti dal porto e dagli affitti delle numerosi basi militari stabilite sul suo territorio. Il pro capite è di 3000 dollari l’anno, ma le disparità di reddito sono enormi e gli investimenti per i servizi alla popolazione limitate: 4,5% del Pil per l’educazione; 8.9% per la sanità, l’accesso all’acqua potabile è scarso nelle zone rurali, così come la diffusione delle latrine.

Per la sua relativa stabilità in un’area tra le più insicure e conflittuali del pianeta, attira migranti e rifugiati da tutti i paesi della regione, nonostante gli indici di sviluppo umano siano bassi (170 su 187 nel rapporto del 2014 dell’Undp) e il tasso di disoccupazione si collochi tra il 50% e il 60% della forza lavoro.

Oltre ai migranti in transito verso la penisola arabica (circa 100mila all’anno, l’80% etiopici), l’Unhcr stima una presenza di 28.850 tra rifugiati e richiedenti asilo, la grande maggioranza somali, seguiti dagli etiopici e dagli eritrei. La maggioranza risiedono in due campi, Ali Addeh and Holl Holl, a poca distanza dal confine somalo. Una presenza particolarmente problematica è quella dei migranti minorenni (dai 7 ai 17 anni), che finiscono per vivere sulla strada e per essere vittime di abusi.

Dopo la scoppio del conflitto nello Yemen, le autorità competenti si aspettano un nuovo flusso di rifugiati che potrebbe raggiungere i 30mila, e nella peggiore delle ipotesi i 150.000, entro la fine dell’anno.

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