GIUFÀ – MARZO 2018
Gad Lerner

Il mese scorso avevo dedicato questa rubrica alla grande assente della politica estera italiana: la Nigeria, cioè il paese più popoloso dell’Africa, grande potenza ricca di materie prime e di contraddizioni laceranti. I maldestri tentativi europei di stoppare con mezzi militari la rotta migratoria del Sahel, rimuovevano tale questione demografica e sociale dirompente, con la quale saremo costretti a fare i conti.

Questo, in sintesi, scrivevo. Non potendo certo immaginare, però, che di lì a poco la Nigeria avrebbe fatto irruzione nella campagna elettorale italiana fino ad occuparvi un ruolo centrale; e per giunta nel modo peggiore. Cioè, in seguito a un delitto atroce perpetrato in una tranquilla città di provincia, Macerata. Dove la cronaca nera ha ricalcato, come nel peggiore degli incubi, il profilo classico degli stereotipi di sempre. Solo che si trattava di maledetta realtà.

L’uomo nero che aggredisce il corpo inerme della fanciulla bionda e ne fa scempio, non si differenzia nell’immaginario atavico del cittadino impaurito dalla zingara che rapisce il bambino e dall’ebreo che commette un omicidio rituale. Non fosse che a Macerata questo è successo veramente e che – a differenza delle volte in cui la vittima è una prostituta nigeriana o, comunque, è un “bianco” a spacciare, violentare, uccidere – quella tragedia ci ha messo un attimo a trasferirsi in caso politico.

L’agenda del dibattito pubblico, la gerarchia delle priorità su cui viene orientato dall’alto l’allarme sociale, segue criteri di convenienza e di sensibilità che non corrispondono necessariamente alle sofferenze più diffuse nella nostra società. Le problematiche del lavoro e della povertà, ad esempio.

Consentitemi una solo apparente divagazione. La scorsa estate una donna licenziata dopo anni di servizio come addetta alle pulizie si è data fuoco nella sede dell’Inps di Torino. Un gesto di protesta disperata, quello di Concetta Candido, dopo che si era vista negare la liquidazione, e il sussidio di disoccupazione tardava da cinque mesi. Sono rimasto colpito dal fatto che nessuna forza politica, in quella circostanza, abbia ritenuto di assumere quella tragedia della solitudine e dell’ingiustizia sociale come questione pubblica. Politica, appunto. Eppure sono milioni in Italia le persone che vivono il medesimo senso di solitudine e di violazione dei propri diritti, come Concetta.

 Niente da fare: l’umiliazione e la retrocessione del lavoro non riescono a conquistarsi uno spazio mediatico paragonabile al tema degli immigrati. Il lavoro è rimasto ai margini della campagna elettorale. Concetta non è “appetibile” come Pamela nel mercato del consenso. Non troverà (per fortuna, aggiungiamo) un giustiziere fascista e razzista disposto a andare in carcere per vendicarla.

Temo che Macerata dovremo ricordarla come in momento di svolta nella storia di questa nostra penisola sovreccitata, invecchiata e incattivita al cospetto del continente nero. Quasi che fosse troppo grande anche solo per essere compreso. E perciò si trasforma in un incubo.

Concetta Candido
 È un’operaia di 46 anni. Fa le pulizie in una birreria di Settimo Torinese: ci lavora da una decina d’anni, quando viene licenziata. Nei primi giorni dell’estate del 2017 si è data fuoco in un ufficio dell’Inps, a Torino. Licenziata a gennaio, era stanca dei lunghi mesi trascorsi prima di poter ricevere il primo bonifico della sua indennità mensile di disoccupazione.

Gad Lerner ha raccontato la sua storia in un libro edito da Feltrinelli: Concetta. Una storia operaia, pp 172, €15,00