In ricordo di Gian Paolo Calchi Novati
È morto Gian Paolo Calchi Novati, tra i massimi storici italiani nel campo dell’africanistica, tra i più lucidi analisti, e amico da una vita di Nigrizia.

È morto Gian Paolo Calchi Novati, tra i massimi storici italiani nel campo dell’africanistica, tra i più lucidi analisti, e amico da una vita di Nigrizia. Molti i suoi libri e saggi sull’Africa. Anche se il più noto resta Dalla parte dei leoni. Per anni l’articolo di apertura del primo numero della nostra rivista del nuovo anno portava la sua firma. Per ricordarlo con le sue parole abbiamo ripescato un suo pezzo di 10 anni fa, pubblicato in occasione del cinquantesimo dall’indipendenza del Ghana, la prima nel continente. Una fase storica carica di attese, speranze, sogni. Avevamo chiesto al professore di attraversare questo mezzo secolo per raccontarci cos’era rimasto delle illusioni di 50 anni prima.

 

 

L’Africa indipendente / Mezzo secolo con le proprie gambe

 

A metà del guado

 

di Gian Paolo Calchi Novati

 

 

I due aspetti più vistosi della “crisi africana” sono la povertà di massa e la guerra. Anche nella rappresentazione mediatica dell’Africa prevalgono le immagini della fame e della violenza come se l’Africa fosse condannata all’impotenza a confronto delle opportunità dispensate dalla globalizzazione. Lo stato post-coloniale in Africa presenta i limiti del “quasi-stato”: adottando la categorizzazione introdotta da Robert Jackson, una formazione priva degli strumenti che consentono al potere pubblico di controllare il territorio e applicare la legge. La guerra fredda prima e il nuovo ordine mondiale dopo hanno mantenuto l’Africa in uno status di dipendenza e inferiorità. L’“aiuto” diventa l’unica, ipotetica via di salvezza. La comunità internazionale ha a disposizione solo l’“intervento” per scongiurare scontri tribali, genocidi o minacce per la “sicurezza”.   

Benché da qualche anno l’Africa registri nel suo complesso tassi di crescita di tutto rispetto, con medie del 5 per cento e punte che ricordano il boom dei paesi asiatici, vaste porzioni della popolazione africana vivono con redditi così bassi da risultare del tutto insufficienti, non solo a usufruire dei servizi minimi, e tanto più a investire per lo sviluppo del singolo, della famiglia o della nazione, ma persino a garantire la sopravvivenza fisica degli individui e la riproduzione dell’insieme sociale. La debolezza delle infrastrutture fa il resto. Gli stati in Africa sono più vulnerabili che altrove alle malattie, alle calamità naturali, al degrado ambientale. I processi di urbanizzazione sono in aumento, chi può lascia i villaggi e la campagna alla ricerca di lavoro e consumi moderni, ma nelle città mancano impieghi confacenti e si riproducono condizioni di marginalità o esclusione a cui le attività “informali” non bastano a porre rimedio. Da lì, come un corollario obbligato, lo sbocco dell’emigrazione in direzione dell’Europa attraversando mari o deserti, un atto di disperazione più che di riscatto o promozione. Le voci positive sono circoscritte ai profitti del petrolio o alla vendita di materie prime tradizionali come il ferro, il rame e l’uranio o di minerali da new age come il coltan, che tante avide attenzioni attira sul Congo. A cinquant’anni dall’indipendenza, la posizione dell’Africa nell’economia internazionale è sempre quella fissata dalla divisione del lavoro di origine coloniale. 

 

 

L’accesso al potere

Anche alla base dei conflitti c’è la debolezza dello stato. Per come è avvenuta la decolonizzazione, in Africa non hanno preso piede istituzioni politiche efficienti e accettate da tutti per governare l’accesso al potere, il cambiamento, un’equa distribuzione delle ricchezze. L’impostazione neo-patrimoniale permette ai gruppi al vertice dello stato di disporre in proprio dei beni che dovrebbero essere di tutti. Le risorse materiali o simboliche, come è appunto il potere, vengono trasmesse per linee verticali. Il clientelarismo beneficia l’appartenenza etnica o regionale, ostacolando l’insorgere di quelle solidarietà orizzontali di tipo occupazionale o professionale che costituiscono la trama indispensabile della società civile. Poiché le risorse sono scarse, il sistema è intrinsecamente instabile. In mancanza di regole certe e condivise, la soluzione corrente è l’uso della violenza sia da parte dei poteri istituzionali sia degli oppositori. È così che in Africa negli anni Ottanta e Novanta la guerra ha continuato o sostituito in toto la politica: uno stato di belligeranza endemica che ha significato il collasso dello stato (Somalia, Sierra Leone, Liberia, ecc.), il caos e l’anarchia, che hanno una sembianza di “razionalità” se possono incrementare traffici lucrativi, ma che in certi casi hanno sovvertito l’ordinamento politico, con esiti apparentemente virtuosi.

Dopo aver insistito sull’omogeneità, nel timore di aprire varchi pericolosi per la nazione nascente («nei riguardi del potere coloniale siamo tutti have-nots», diceva  Nyerere), il pensiero politico dominante ha dovuto riconoscere la complessità e varietà della società africana. In coincidenza con la fine del dualismo Est-Ovest, l’Africa è stata teatro effettivamente di una “rivoluzione” negli assetti interni e nelle relazioni internazionali. Non si può spiegare tutto con le influenze dall’esterno, che pure ci sono state: gli avvenimenti dell’Europa orientale, le condizioni imposte dai donatori, il monito del presidente francese Mitterrand alla Conferenza della francofonia, a La Baule, nel 1990. La crisi di rappresentatività dei governi in carica ha avuto origini essenzialmente interne. Prendendo atto delle divisioni, è cominciata la liberalizzazione nelle due varianti, quella politica e quella economica, che non sono necessariamente compatibili fra loro. Le autocrazie militari e i regimi dei presidenti a vita sono stati scossi in profondità. Dopo gli esami di coscienza collettivi in forma di “conferenze nazionali”, coinvolgendo una miriade di enti intermedi, il partito unico ha perso ogni ragion d’essere. In molti paesi africani sono state varate costituzioni che sanciscono il passaggio al pluralismo politico e, quasi ovunque, si sono tenute elezioni con più candidati e più partiti. La “democratizzazione” si è esaurita spesso all’interno di un ceto politico ristretto, che si è perpetuato scindendosi per convenienza fra governo e finta opposizione. In Benin e Madagascar, l’ex-dittatore, sconfitto nelle prime elezioni libere, è ritornato al potere sulle ali del voto popolare nelle elezioni successive. Nostalgia del passato con la sua illusione di sicurezza? Incapacità dei governi di realizzare politiche alternative?

 

Le nuove guerre

Per amaro paradosso, la transizione in Africa è stata innovativa soprattutto quando è avvenuta a seguito di una guerra. Le guerre in Africa rientrano nel novero delle “nuove guerre” studiate e tipizzate da Mary Kaldor: guerre infrastatuali, guerre civili o tribali, che non varcano i confini e che pongono le une contro le altre due diverse concezioni di governance. I gruppi dirigenti che avevano gestito impunemente, a fini di autoconservazione, un potere che unificava la politica e l’economia, sono stati estromessi dagli esponenti di una classe in ascesa, che mostra di credere nei dettami in auge nel sistema globale – una certa dose di legalità, le privatizzazioni – accettando di integrarsi senza più remore o riserve mentali nel mercato. Per la loro stessa natura, si tratta di élites che non hanno rapporti organici con il colonialismo, l’anticolonialismo o il neocolonialismo. I loro legami di dipendenza non passano per il buon volere dell’ex-potenza metropolitana. Sono libere di cercarsi nuove relazioni e nuovi protettori. Gli Stati Uniti, la sola superpotenza rimasta, sono il termine di riferimento più immediato. D’altronde, gli Usa sono stati molto più pronti della Francia, e in genere degli europei, a cambiare alleato lasciando cadere i leader, come Mobutu, che avevano ormai consumato fino in fondo la loro funzione, e hanno favorito l’affermazione di forze oggettivamente più coerenti con lo sviluppo e la democrazia, che almeno formalmente caratterizzano l’ordine post-bipolare.

In prospettiva, si può risalire al trionfo nel 1986 di Museveni e del suo movimento nella guerra civile in Uganda. Nel 1991 furono rovesciati i governi militari in Somalia e Etiopia. L’Eritrea trovò l’indipendenza che non era riuscita a conseguire al  momento della pseudo-decolonizzazione dell’Africa orientale italiana. Più avanti, a metà degli anni Novanta, lo stesso marchio contrassegnò la conquista del potere in Ruanda da parte di un partito militarizzato, formato dalla minoranza tutsi che aveva vissuto in esilio nei paesi vicini. Il cambio di regime non impedì il massacro dei tutsi residenti ad opera delle milizie del governo hutu morente. Il clou dell’intero processo doveva essere il Congo-Zaire: grazie all’assistenza delle forze armate di Uganda e Ruanda, la marcia di Laurent-Désiré Kabila si concluse vittoriosamente a Kinshasa, ma il Congo si rivelò una posta difficile da gestire. La compattezza e la stessa legittimità degli uomini nuovi saliti al potere nella regione dei Laghi e nel Corno furono messe a dura prova dalla realtà. Non bastò l’accreditamento ufficiale del presidente americano Clinton durante il suo viaggio africano del 1998. La speranza di una “rinascenza” dell’Africa affidata a governi democratici solo di nome, che dovevano troppo alla guerra per aver fiducia nella politica, era destinata ad andare incontro a molte delusioni. Di lì a poco Etiopia e Eritrea ingaggiarono una guerra per una disputa di confine. La volontà di Kabila di sottrarsi alla stretta di alleati divenuti scomodi ed esigenti scatenò una guerra con la partecipazione degli eserciti di una decina di stati.

Negli ultimi anni tanti conflitti sono finiti con un accordo di pace, ma altri conflitti si sono dimostrati impervi a ogni soluzione. Più in generale, la violenza è praticata ancora come forma di politica. Anche la Costa d’Avorio, un paese con una lunga storia di stabilità alle spalle, ha conosciuto colpi di stato e guerra civile. Il Sudan e il Corno sono investiti dai contraccolpi della “mediorientalizzazione” dell’Africa centro-orientale. Secondo i suoi ideologi, la war on terror, voluta da George W. Bush, può essere vinta solo partendo dall’Africa.

 Malgrado tutto, l’Africa è decisa a rispondere alle sfide interne e internazionali preservando la propria autonomia. Il tentativo di superare le situazioni di illegalità, violazione dei diritti umani e conflitto, e di evitare nello stesso tempo le pressioni o, peggio, le interferenze della Grande Politica, si è tradotto nella fondazione di un’organizzazione continentale, l’Unione africana, che è di per sé un segno dei tempi nuovi. L’idea è partita da Gheddafi ed è stata attuata a Durban nel 2002. A differenza dell’Oua, che risentiva del clima particolare della decolonizzazione, l’Unione africana è dotata di poteri adeguati: sono il Sudafrica e la Nigeria, in attesa che il Congo esca dalla sua precarietà, a svolgere le responsabilità che spettano alle potenze regionali.