Si è continuato a poetare in Palestina, nonostante la continuazione degli anni bui. Lo si è fatto anche durante il genocidio della popolazione gazawi, mostrando come i versi possano essere declinazione di resistenza, di bellezza, di sopravvivenza, di impermeabilità al male. Parole che rimangono, raccontano, testimoniano, restano a ricordare chi oggi non c’è più, chi è stato costretto a lasciare la casa, i propri figli e figlie, chi ancora, dopo il 7 ottobre, recita poesie come preghiere, come condanne, esortazioni.
Trentadue poesie di voci differenti, di poeti e poete palestinesi, raccolte insieme come invito a vedere, ad ascoltare, a non dimenticare. Poesie che si leggono in arabo e in italiano e che, come scrivono i curatori Antonio Bocchinfuso, Mario Soldaini e Leonardo Tosti nella loro introduzione, ci impongono di «sovvertire quel falso mito di chi, ancora oggi, si ostina a considerare la Palestina una semplice espressione geografica». Di cui, per altro, ben poco si conosce per davvero.
Poesia, un’altra voce rispetto alla violenza e alla brutalità, benché spesso questo si racconti tra i versi. Poesie, in cui il verso si fa casa che custodisce. Custodisce mentre si vive in un campo di concentramento, in cui la morte si è fatta certezza e i genitori e le genitrici non possono farsi scudo di niente, ma possono declinare ancora parole, «con il sangue che sgorga», tra le tende in cui «il vento non chiede permesso», rispondendo ai proiettili mortali con la vita capace di zampillare dall’inchiostro di più penne poete.