VITE INVISIBILI – DOSSIER APRILE 2019

Castel Volturno, cittadina del Casertano, è un laboratorio della disintegrazione sociale. Che riguarda tanto i migranti, che lavorano nell’agricoltura e nell’edilizia, quanto gli italiani. Le due comunità conducono vite parallele, accomunate però da povertà e degrado. Ma c’è chi non smette di battersi per creare nuovi equilibri inclusivi.

Nel cimitero di case bagnato dal mare sono i resti di una villetta a rivelare tutte le ferite di Castel Volturno. Sulla facciata c’è scritto “No al macello dei popoli”. A guardarla sembra un’abitazione sopravvissuta a un bombardamento. E in effetti di “guerre” questo posto ne ha vissute parecchie negli ultimi quarant’anni.

Prima, nel 1980, la transumanza di migliaia di sfollati trasferiti qui in massa a causa del terremoto in Irpinia. Poi l’arrivo degli immigrati, soprattutto africani. Una “invasione” dietro l’altra, che sotto il peso delle colate di cemento e degli affari della camorra ha trasformato questa striscia di costa affacciata sul Golfo di Gaeta in un enorme non luogo, privandolo della sua identità.

Percorrendo via Domitiana, la strada che taglia in due la città, il disfacimento urbanistico, il degrado ambientale e lo scollamento sociale tra i locali e gli “altri” è visibile ovunque. Guardando al mare, gli scheletri del Parco del Saraceno a Pinetamare e dei complessi residenziali di Villaggio Coppola, dove oggi sono rimaste a vivere non più di dieci persone, testimoniano lo straripante abusivismo edilizio degli anni Sessanta e Settanta.

Era la stagione d’oro di Castel Volturno, gli anni in cui i vacanzieri provenienti da tutta la Campania e le famiglie dei militari americani – di stanza nella vicina base Nato – trascorrevano qui l’estate. Il sisma in Irpinia del 1980 ha deturpato irrimediabilmente questo sfondo da cartolina. E quando gli interessi dei politici e dei costruttori locali si sono spostati altrove, radure e discariche a cielo aperto hanno fatto fuggire anche gli italiani, lasciando campo libero agli immigrati.

Nigeriani e ghaneani

Dei circa 25mila abitanti che oggi conta Castel Volturno, 15mila sono stranieri tra regolari e non. A questi se ne aggiungono circa altri 15mila considerando l’area che va da Pozzuoli fino a Napoli Nord. Le comunità più consistenti sono quelle di nigeriani e ghaneani, ma sono tanti anche gli africani che arrivano dai paesi francofoni (soprattutto Costa d’Avorio, Burkina Faso e Mali), gli est-europei, gli iraniani e gli indiani (quest’ultimi impiegati maggiormente nella filiera della rinomata mozzarella di bufala locale).

Rispetto a Rosarno (Reggio Calabria) o a Foggia, non ci sono picchi di afflussi legati alle stagioni delle colture. Non esistono baraccopoli come a San Ferdinando (Piana di Gioia Tauro, Reggio Calabria). Gli immigrati prendono in affitto in nero case in cui gli italiani non vivrebbero, in molti casi sprovviste di rete fognaria o addirittura dell’allacciamento alla corrente elettrica.

Gli uomini lavorano alla giornata, chinano la schiena nei campi per 12 ore per non più di 25-30 euro, e quando non c’è niente da coltivare vanno a fare i manovali nei cantieri. Alcuni hanno tirato su piccole attività commerciali. Alle rotonde in vari punti lungo la Domitiana – a Villa Literno, Baia Verde, Castel Volturno, Giuliano e Licola – ci sono i reclutamenti della manovalanza.

Quella dei migranti a Castel Volturno è una presenza…

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Un dossier nel dossier

La bella stagione, il racconto illustrato che corre in queste pagine, è di Simona Binni. Un dossier nel dossier. Non si riferisce, infatti, a Castel Volturno, ma all’area della Capitanata (Puglia) che ha problemi simili. Pubblichiamo queste tavole grazie alla disponibilità di Emergency che ha dedicato ai lavoratori agricoli un bel lavoro editoriale, un viaggio a fumetti attraverso le campagne d’Italia, per raccontare le vite invisibili di migliaia di braccianti, costretti per sopravvivere a lavorare in situazioni disumane per pochi euro l’ora. 

 

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