GIUFÀ – GIUGNO 2018
Gad Lerner

Lo si poteva intuire fin dal 21 aprile 2017, quando il futuro capo politico del Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio, decise di adoperare a proposito delle organizzazioni non governative impegnate nel soccorso dei migranti quella definizione irridente, che spero gli resti appiccicata per sempre addosso: «Chi paga questi taxi del Mediterraneo? E perché lo fa? Presenteremo un’interrogazione in parlamento».

Lo si poteva intuire che, pur di vincere le elezioni e andare al governo, il M5S non avrebbe esitato a inseguire opportunisticamente – poco importa se credendoci o meno – la propaganda politica complottista, che invece Matteo Salvini adopera da sempre, in coerenza con la sua ideologia fascioleghista.

Non stupisce, quindi, che il contratto di governo stipulato fra M5S e Lega sia improntato dal rifiuto di qualsivoglia visione solidaristica riguardo al fenomeno migratorio. Benché Salvini abbia preso all’incirca la metà dei voti di Di Maio, non c’è dubbio che l’egemonia culturale della loro coalizione sarà nelle mani del primo. E siccome l’elettorato grillino non è cementato da un’ideologia potente come quella che unisce la nuova destra xenofoba europea, in prospettiva è prevedibile che si riveli friabile e in larga misura disponibile a far proprie le pulsioni securitarie che vanno per la maggiore. Volenti o nolenti, i leader M5S le asseconderanno e forse ne saranno travolti.

Il modello di riferimento condiviso è il nazionalismo “alla Putin” che ha trovato i suoi emuli nei governanti di paesi un tempo sottomessi alla Russia ma oggi in ammirazione della sua politica di potenza: si tratta del cosiddetto gruppo di Visegrad (Ungheria, Polonia, Cechia, Slovacchia) che contestano le direttive dell’Unione europea in materia di ricollocazione dei profughi. In particolare, è l’Ungheria di Viktor Orbàn il laboratorio a cui guardano con interesse gli esponenti della destra italiana, tanto più dopo che il suo partito Fidesz ha trionfato nelle elezioni dell’aprile scorso.

Non solo la Lega e Fratelli d’Italia, ma anche vari parlamentari e opinionisti di M5S hanno sposato la campagna ossessiva di Orbàn contro il finanziere-filantropo George Soros e la sua Open Society, accusati, niente meno, di finanziare un “trapianto etnico” di popolazioni per abbassare il costo della manodopera e distruggere l’identità culturale e religiosa delle nazioni europee. Le ong sarebbero uno strumento asservito a questo piano diabolico.

C’è da dire che il nazionalismo di Orbàn, applicato a un paese relativamente piccolo (10 milioni di abitanti) ha dato i suoi frutti. Gli ungheresi sono convinti di aver debellato il pericolo di islamizzazione grazie alla barriera di filo spinato eretta sul confine con la Serbia. L’applicazione della flat tax combinata con una tassazione più elevata dei consumi, indebolisce le prestazioni dello stato sociale, ma garantisce crescita economica e piena occupazione. Se poi tanta gente rimane povera, la colpa naturalmente sarà della perfida Ue.

Resta da vedere se il modello Orbàn sia pacificamente applicabile a un paese come l’Italia, con 60 milioni di abitanti e 5 milioni di stranieri che già vi risiedono (in Ungheria praticamente non ce ne sono). Ho molti dubbi in proposito, il futuro non promette niente di buono.

Viktor Orbàn
È il primo ministro dell’Ungheria dal 2010. Lo è stato precedentemente tra il 1998 e il 2002. È leader del partito Fidesz – Unione civica ungherese, che ha vinto anche le elezioni del 7 aprile scorso con il 49.27% dei voti, ottenendo 133 seggi su 199 nell’Assemblea nazionale. La sua politica anti migranti resta l’ostacolo da superare nei prossimi tre mesi che verranno per arrivare a un accordo che permetta di redistribuire le richieste di asilo in Europa.