Crolla la fiducia nei confronti della comunità internazionale. E anche dell’Europa.
Indignazione e sconcerto: questa la principale reazione dei paesi arabi del Nordafrica per il conflitto in corso a Gaza. Tra il timore di un rafforzamento del fondamentalismo, e l’umiliazione della mediazione egiziana.

Com’era prevedibile i massicci bombardamenti su Gaza e l’invasione del suo territorio da parte dell’esercito israeliano, senza risparmio alcuno per le vittime civili, hanno suscitato l’indignazione delle popolazioni arabe. Ovunque vi sono state proteste popolari che hanno superato i tentativi di contenimento da parte dei governi. E’ accaduto anche in Nordafrica, specialmente in Algeria, Marocco e Mauritania. In quest’ultimo paese la protesta aveva un argomento in più: la rottura delle relazioni diplomatiche con Israele, poiché la Mauritania è tra i pochissimi paesi arabi, con Egitto e Giordania, ad avere relazioni diplomatiche con Israele, e non è bastato il richiamo dell’ambasciatore mauritano a Tel Aviv per spegnere le polemiche.

I massacri di Gaza e la mobilitazione popolare preoccupano per molteplici ragioni i dirigenti arabi e nordafricani. La questione palestinese è da sempre agli occhi popolari la dimostrazione dell’incapacità dei governi a far riconoscere la legalità internazionale, ad assicurare la giustizia. Ne hanno del resto una riprova quotidiana dai propri governi. Mentre questi riescono in qualche modo a mettere la sordina alla contestazione che li riguarda, a quella per la Palestina è impossibile. Come è accaduto in Algeria, dove lo stato di emergenza proibisce qualunque manifestazione, l’occupazione della strada diventa l’occasione per una protesta dal significato più ampio.

Anche solo per questa ragione, i dirigenti farebbero a meno dell’ennesima escalation mediorientale. E per questo da parte dei governi si sono moltiplicate le dichiarazioni altisonanti di solidarietà con i palestinesi. Il colonnello Gheddafi è riuscito in tutta urgenza a resuscitare il fantasma dell’Unioni del Maghreb Arabo (UMA), che riunisce i cinque paesi maghrebini, dalla Libia alla Mauritania senza passare per il Sahara Occidentale, convocando una riunione dei ministri degli Esteri per condannare Israele e promuovere aiuti umanitari a favore dei palestinesi.

Ma l’azione contro Gaza rafforza oggi l’opposizione fondamentalista nei paesi nordafricani, e, dall’Egitto alla Mauritania, è ciò di cui questi governi hanno meno bisogno.

Anche se la nascita del movimento fondamentalista si basa soprattutto su motivi interni, l’irrisolta questione palestinese, l’invasione dell’Afghanistan, prima sovietica poi statunitense, le guerre all’Iraq, hanno fornito argomenti convincenti per rafforzare l’identità fondamentalista e il suo peso nella politica di questi stati.

A questo elemento si aggiunga un dato strettamente politico. Dall’Egitto al Marocco, passando per la Tunisia e l’Algeria, i governi nordafricani che hanno dovuto fronteggiare i movimenti fondamentalisti e le sue diramazioni terroriste, sanno per esperienza che l’opzione militare, da sempre messa in atto da Israele, è la meno efficace e la più controproducente ai fini del contenimento del terrorismo e del fondamentalismo stessi. L’azione israeliana indebolisce dunque la loro politica di contrasto, e la ricerca di interlocutori “moderati”.

Infine dal macello di Gaza, emerge indebolito anche l’Egitto e non si vede come un’eventuale pace in Medioriente possa essere duratura con l’umiliazione non solo del popolo palestinese ma anche del paese di riferimento di tutto il mondo arabo.

Di fronte a questo scenario, peraltro chiaro ormai da anni, non pochi dirigenti arabi si interrogano sulle reali intenzioni di Israele. Ma si interrogano ancora di più sull’atteggiamento non tanto della comunità internazionale, nei confronti della quale non nutrono alcuna speranza, quanto dell’Europa. Dopo essersi sentiti ripetere per anni la lezione occidentale della democrazia e del rispetto dei diritti umani, osservano che ancora prima dell’11 settembre la questione palestinese è sempre stata trattata al di fuori dei valori e dei principi dell’Europa “cristiana”. Più che una questione di principio e di coerenza, i dirigenti si pongono pragmaticamente l’interrogativo: ma tutto ciò conviene anche all’Europa?