Giufà – novembre 2015
Gad Lerner

La sede principale della Caritas di Monaco di Baviera si trova di fronte alla Stazione Centrale, dove in poche settimane, tra fine agosto e metà settembre 2015, sono transitati più di cinquantamila profughi bisognosi di tutto. Don Hans Linderberger, il direttore della Caritas, non si è stupito del caloroso benvenuto con cui i suoi concittadini hanno accolto le famiglie in fuga dalla guerra. Ricordate? Striscioni di saluto, l’Inno alla Gioia di Beethoven cantato in coro, caramelle e orsacchiotti ai bambini…

Certo, la xenofobia fa proseliti anche in Germania: si sono contati centinaia di tentativi di assalto ai centri di accoglienza e perfino il tentato omicidio della coordinatrice dei soccorsi a Colonia (eletta borgomastro pochi giorni dopo l’attentato). Ma neanche le forze politiche più conservatrici, come la Csu che da sempre governa la Baviera e che pure vorrebbe imporre un tetto numerico al riconoscimento del diritto di asilo, sono venute meno all’impegno di primo soccorso. Il governatore Seehofer polemizza con la politica delle frontiere aperte voluta dalla cancelliera Merkel, simpatizza addirittura con la linea dura del premier ungherese Orban (membro, non dimentichiamolo, del Partito popolare europeo), ma nello stesso tempo stanzia finanziamenti eccezionali a favore dell’assistenza.

Un abisso culturale e di senso di responsabilità separa, dunque, l’ala più conservatrice della destra tedesca dalle campagne d’odio, e dal vero e proprio boicottaggio dell’accoglienza, messi in atto dalla destra italiana.

Ma la novità più significativa rivendicata dal direttore Linderberger (e dai suoi omologhi evangelici di Innere Mission) è il coinvolgimento diretto nelle opere di assistenza di migliaia di nuovi volontari, disposti a sobbarcarsi turni massacranti ventiquattro ore su ventiquattro. È un protagonismo di massa sul terreno della solidarietà, che segnala il consolidarsi di una nuova cittadinanza europea. Questi esordienti volontari necessitano di formazione e di supporto psicologico, ma costituiscono un patrimonio prezioso. A chi si impegna nei suoi luoghi di residenza, e nei centri di raccolta lungo il confine con l’Austria, si aggiungono migliaia di giovani partiti alla volta dei Balcani, dove tra Serbia, Croazia e Slovenia i continui respingimenti determinano nel caos situazioni drammatiche.

Di fronte alle inadempienze e alle chiusure dei governi, malgrado il fallimento di una politica comune dell’Unione Europea, la risposta spontanea dei cittadini, e in particolare di una gioventù ormai abituata a sentirsi cosmopolita, nonché degli immigrati già residenti che si offrono come mediatori culturali, sta facendo la differenza rispetto ad altre buie epoche storiche. L’ottusità di chi fomenta la paura ed eleva nuovi muri, deve fare i conti con una reazione inaspettata, probabilmente minoritaria, ma di dimensioni molto significative.

Il nuovo volontariato dell’accoglienza è una realtà diffusa che trova scarsa visibilità sui mass media ma che deve essere valorizzato come esperienza fertile, portatrice di speranza.

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